Nell’ultimo periodo lo scenario libico appare più complesso di quanto non sembri, infatti si ha quasi l’impressione che sia impossibile trovare un filo conduttore che permetta di avere un panorama chiaro del dossier libico, poichè all’interno del territorio si fronteggiano bande armate che, ora sostengono il governo di unità nazionale sponsorizzato dall’ONU e guidato dal primo ministro Fayyez al-Sarraj, ora sostengono l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar.

In effetti, a dispetto di quanto ora affermato, le milizie presenti a ovest della Libia, non sono alleate né di Sarraj, né di Haftar, o per meglio dire, la loro alleanza è solo apparente, ovvero per esse, far parte di un’ imponente coalizione, significa semplicemente impedire all’altro di avere maggiore peso politico; questo spiegherebbe i continui voltafaccia e i tradimenti dell’una o dell’altra parte. Secondo alcune stime risalenti a cinque anni fa, in Libia ci sarebbero più o meno 1.600 gruppi armati.

In Libia, dunque, non vi è un solo conflitto tra due schieramenti principali, ma tante guerre tra piccoli schieramenti.

Sebbene qualcuno abbia detto che il dossier libico è una questione araba, non si può, però, non ammettere che al suo interno si sta svolgendo una lotta tra potenze straniere occidentali; si pensi all’eterna lotta tra Francia e Italia per accaparrarsi le risorese energetiche del Paese nordafricano, a cui ultimamente si aggiunge anche la longa manus della Russia, sempre più impegnata ad aprirsi uno sbocco nel mediterraneo. E i Paesi arabi? Come è noto il generale Haftar è sponsorizzato da Paesi come Egitto e Arabia Saudita, che, non è certo un mistero, non hanno mai visto di buon occhio i Fratelli Musulmani, sostenitori di al-Sarraj.

Adesso veniamo agli USA, di recente è stato detto che la questione libica non rientrava tra gli interessi principali americani. Più volte abbiamo ribadito che l’America si sta ritirando dagli scenari mediorientali (vedi Afghanistan, Siria e Iraq), ma il presidente americano riserva sempre delle sorprese; infatti a dispetto di quanto hanno detto molti opinionisti, Trump ha deciso di fare il suo ingresso nello scenario libico e di schierarsi subito con l’uomo forte della Cirenaica, che intanto, è impegnato a porre sotto assedio Tripoli.

Perchè Trump sostiene il generale?

A metà aprile il presidente americano ha avuto un colloquio telefonico con Haftar, nel quale Trump appoggiava l’azione del generale, anche se qualche giorno prima, il segretario di stato Mike Pompeo aveva condannato l’aggressione di Haftar. Secondo alcune fonti stampa, il tycoon ha invitato l’uomo forte della Cirenaica a continuare la sua avanzata per conquistare Tripoli e deporre il governo di unità nazionale sponsorizzato dall’ONU. Nella telefonata diffusa su tutte le testate internazionali, i due interlocutori si sono trovati d’accordo sulla volontà comune di trovare una soluzione politica che stabilizzi il Paese e ponga le basi per una futura “democrazia”.

Questa è un’affermazione del tutto sconsiderata, come può Haftar porre le basi per una democrazia, visto il modo in cui si sta facendo largo nello scenario libico? A nostro avviso, se il generale riuscirà nel suo intento, avrà tutte le carte per diventare il nuovo Gheddafi, che governerà con il pugno di ferro, proprio di tutti i dittatori e reprimendo ogni forma di dissenso. A questo proposito, l’Egitto di al-Sisi ne è un valido esempio.

Ormai la stampa internazionale è abituata ai colpi di testa di Trump che nelle sue azioni sembra non seguire un filo logico (si pensi al riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele o quello delle alture del Golan ) che vanno in direzione contraria al progressivo ritiro americano dalle questioni mediorientali e all’opinione della comunità internazionale. Ma a ben vedere, se Trump si è adoperato tanto, è per aiutare il suo alleato di lungo corso, Israele, guidato da Netanyahu, che è stato rieletto alla guida del stato ebraico. Non a caso, il premier israeliano, per ricambiare il favore ricevuto, vorrebbe dare il nome del presidente americano ad una delle città del Golan occupato (si immagini il nome che verrà fuori!). Ad ogni modo, un cosa è certa: il governo di Netanyahu, dal canto suo, continuerà ad essere gli occhi dell’America in Medio Oriente.

Veniamo adesso al dossier libico. Cosa ha spinto il tycoon a rompere gli indugi, ed a sostenere l’uomo forte della Cirenaica, lasciando solo il governo italiano? La risposta è semplice, il Venezuela.

I due scenari, sebbene distanti l’uno dall’altro hanno molta importanza, per meglio dire, il dossier venezuelano è importane per gli Stati Uniti e quello libico per l’Italia.

Per il governo italiano una debacle di Sarraj significherebbe la fine dei suoi interessi economici in Libia, più precisamente in tripolitania. Per gli Stati Uniti, invece, il dossier venezuelano ha molta importanza, poichè il regime di Maduro non vede di buon occhio gli americani, accusati dal dittatore venezuelano di condurre una guerra economica contro il suo Paese. Gli statunitensi sembrano, però, ben disposti nei confronti del neo presidente Juan Guaidò, congratulandosi per la sua vittoria elettorale, che, al contrario, l’Italia ancora non riconosce.

Lo scenario nord africano e sud americano sono chiari: se l’Italia riconoscerà il governo di Guaidò, gli Stati Uniti riconosceranno all’Italia il ruolo principale per risolvere la crisi libica; in poche parole, i due scenari si possono sintetizzare con l’espressione latina: “do ut des”.

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