Il 7 ottobre 2001 gli americani diedero il via all’operazione “Enduring freedom” in seguito agli attentati alle Torri Gemelle.

Lo scopo di questa operazione era l’invasione dell’Afghanistan, che a detta dei vertici americani, dava rifugio a Osama Bin Laden responsabile di quegli attentati. Ma un altro obiettivo muoveva gli Stati Uniti ad intervenire militarmente: far cadere il regime oscurantista dei talebani e condurre il Paese alla “democrazia”.

Dopo quasi 17 anni di guerra, quali sono stati i risultati? Se si tralascia l’uccisione di Bin Laden, avvenuta il 2 maggio 2011, in circostante peraltro ancora poco chiare, i risultati sono ben miseri. Il nemico dell’America, al-Qaeda ( la base, in arabo), è tutt’altro che sconfitto. Infatti in un video messaggio diffuso l’8 giugno 2011, A.M.R. al-Zawahiri si autoproclamava erede di Bin Laden. Costui era il luogotenente e, a detta di alcuni, medico personale dello sceicco del terrore.

Possiamo quindi paragonare al-Qaeda a un’idra, quando le viene recisa una testa, ne cresce subito un’altra. Forse anche l’ISIS, come al-Qaeda, condividerà lo stesso destino un giorno, ma per impedirlo sarà necessario che ai messaggi fanatici e di morte di queste organizzazioni, si oppongano messaggi pacifici e di tolleranza.

Per tornare all’Afghanistan, un dato di fatto è chiaro: la guerra è persa, e l’America ne esce con le ossa rotte, soprattutto se facciamo riferimento al numero di militari americani morti sul campo di battglia. Infatti, secondo alcune statistiche, i soldati morti sarebbero quasi 7000 , ovvero più del doppio delle vittime dell’11 settembre.

La trasformazione dell’Afghanistan in un Paese democratico di stampo occidentale è una pura illusione. Almeno fino a un anno fa, i talebani controllavano il 70% del territorio e in alcune zone liberate dagli eserciti stranieri, gli studenti del Corano erano ritornati. Anzi, secondo fonti stampa, la gente al loro arrivo nelle città era ben lungi dal fuggire e la conquista della città di Farah da parte dei talebani, lo ha ampiamente dimostrato.

In questo contesto povero di risultati concreti, si inserisce la conferenza di Doha convocata alla fine del mese scorso.

Conferenza di Doha

A fine gennaio, dopo quasi 17 anni di guerra, americani e talebani, si sono riuniti a Doha per delineare un possibile accordo di pace, in base al quale gli studenti del Corano si impegnano, almeno in linea generale, a far si che il Paese non diventi un rifugio sicuro per il terrorismo internazionale.

I talebani però non hanno accettato altre condizioni poste dagli americani, quali il “cessate il fuoco” prima del ritiro delle truppe statunitensi e il dialogo con il governo di Ashraf Ghani, considerato dai talebani un burattino manovrato da Washington.

La bozza di accordo prospettata in questa sede mostra ancora una volta, l’ingenuità americana, la quale pensa davvero di poter trasformare il Paese con una cultura completamente diversa, in una democrazia occidentale. Non meno importante è l’interlocutore con il quale l’amministrazione Trump è andata a trattare: i talebani . In teoria, non sarebbero dovuti essere quest’ultimi i soggetti ufficiali per discutere il ritiro americano, ma il governo eletto. Invece, dopo quasi 17 anni, eccoli lì i talebani, pronti a decidere ancora una volta le sorti dell’Afghanistan.

Chi ha definito il Paese “cimitero degli imperi” ha avuto ragione, gli americani però non sono i primi a essere caduti nella ragnatela afghana, i russi infatti ne sanno qualcosa (1979-1989).

Gli interrogativi dopo i colloqui

I colloqui di Doha fanno sorgere degli interrogativi. Per esempio: “Perchè gli americani hanno tanta fretta di chiudere il dossier afghano? Il ritiro americano senza che il governo eletto abbia il pieno controllo del Paese, non consentirà ai talebani di riprendere nuovamente le redini del territorio?

Per quanto riguarda la prima domanda, probabilmente Trump ha fretta di mettere un punto fermo alla guerra, perchè non più funzionale ai suoi interessi. Oggi, le preoccupazioni di Trump sono dirette altrove, e cioè alla guerra dei dazi con la Cina, alla crisi venezuelana e al nucleare iraniano.

Forse sono questi tre fronti che gli creano più di un grattacapo.

Quanto al ritiro americano senza che il governo locale abbia il pieno controllo del Paese, è un altro grosso errore, poichè Kabul non ha la capacità d’imporsi in tutto il territorio, dove, invece, l’influenza dei talebani è ancora forte.

Va però precisato che per evitare che il Paese piombi nel caos, si stanno cercando delle soluzioni. B.R. Rubin esperto di Afghanistan della New York university pensa a: “un apparato per la raccolta d’informazioni e la possibilità di sferrare attacchi con i droni o fare raid aerei da altre zone della regione o dalle portaerei”.

Un fatto è certo, il dossier afghano è tutt’altro che chiuso.

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