L’inizio della fine

A metà marzo 2011, il Consiglio di sicurezza aveva approvato la risoluzione n°1973. Quest’ultima istituiva la no-fly zone nei cieli libici per proteggere la popolazione civile dalla reazione del regime. Intanto, la Francia e i suoi alleati, tra cui vi era anche l’Italia, iniziarono la campagna di bombardamenti contro l’arsenale del colonnello Gheddafi.

Dopo mesi di combattimenti, Gheddafi fu trovato e ucciso il 20 ottobre 2011 da elementi del C.N.T. a Sirte, città natale del colonnello ed ex roccaforte dell’ ISIS. Dopo la sua morte, il Paese nord africano è sprofondato nel caos.

Ragioni dell’intervento internazionale

La Libia, dopo la fine della dittatura del colonnello, è divenuta ostaggio delle tribù locali, ognuna delle quali, dopo essersi impadronita delle armi che prima appartenevano al regime, ha dichiarato fedeltà al suo capo piuttosto che al Parlamento nazionale, eletto nel 2012.

A questo punto, una domanda sorge spontanea. Il caos post-rivoluzione era prevedibile? Un fatto sicuramente è certo: se si conosce la struttura geopolitica del Paese nord africano, tutto quello che è derivato dalla fine di Gheddafi era prevedibile.

Le ragioni dell’intervento militare occidentale sono da ricercare essenzialmente nella protezione dei cittadini dalle rappresaglie del regime. I libici, sotto la spinta delle proteste che in Tunisia avevano fatto cadere il regime di Ben Ali, avevano cominciato a manifestare il loro dissenso nei confronti del Colonnello, scatenando la reazione di quest’ultimo.

Intervento umanitario unica ragione?

L’intervento umanitario può darsi che sottaccia altre ragioni, forse per qualcuno più importanti, e che sono illustrate in un’ intervista che Romano Prodi ha rilasciato al giornale liberoquotidiano.it, il 9 luglio 2018. L’ex presidente del consiglio aveva accennato alla possibile esistenza di documenti nei quali, il Colonnello aveva manifestato l’intenzione di creare una moneta unica africana che soppiantasse di fatto il franco coloniale africano (cfa). Quest’idea avrebbe sganciato i Paesi africani, ex colonie francesi, legate a doppio filo con Parigi, dalla moneta coloniale.

Di recente, la Francia sarebbe stata accusata di impoverire le sue ex-colonie ( le ex colonie sono 14): l’imposizione dell’uso del franco africano, infatti, comporta che esse sono obbligate a versare il 50% del ricavato delle loro transazioni effettuate in valuta pregiata (dollaro, euro) a titolo di riserve presso la Banca centrale francese. Il presidente Macron, dal canto suo, ha dichiarato che l’utlizzo o meno di tale valuta non è obbligatorio, e che le riserve cui si è fatto cenno servirebbero a rifinanziare il debito pubblico della Francia per un valore che non supererebbe lo 0,5% , dunque, una cifra del tutto marginale.

Ebbene, in considerazione dei dati sopra citati, le affermazioni fatte da alcune forze politiche in Italia sul presunto sfruttamento da parte della Francia delle sue ex colonie andrebbero rimeditate. Non solo. La stessa accusa secondo la quale il Paese d’oltralpe sarebbe responsabile dei flussi migratori dalle sue ex-colonie verso le coste italiane, dovrebbe costituire oggetto di ripensamento, in quanto i migranti che provengono da quei Paesi, sono meno del 9%.

Lotta per le riserve energetiche libiche

Il petrolio e il gas libico rappresentano una fonte di ricchezza per chiunque riesca a metterci le mani sopra. Infatti, giusto per dare un esempio, secondo il giornale ilSole 24 ore , l’Italia prima che cadesse il regime di Gheddafi, intratteneva rapporti commerciali con la Libia per più di 17 miliardi di dollari. Dopo la fine del colonnello, il volume d’affari per il nostro paese è sceso a 3 miliardi di dollari.

Un ulteriore dato che sembra andare nella direzione di una progressiva espasione della Francia nel Paese nord africano a discapito dell’Italia è rappresentato dal fatto che il colosso francese Total, che non fa mistero di voler soppiantare l’egemonia commerciale italiana, ha acquisito per 450 milioni di dollari, il 16,3% della concessione Waha dagli americani di Marathon Oil.

La competizione tra i due Paesi europei è accesa.

Non tutti, però, sono d’accordo nel ritenere che Francia e Italia siano in guerra per il petrolio libico, il ministro degli esteri del Paese nord africano ed ex inviato presso le Nazioni Unite Abdel Rahman Shalgham scrive sul giornale al-Sharq al-Awsat: ” La produzione di petrolio libico non è tale da costituire motivo di scontro tra i Italia e Francia”.

Prospettive per il futuro

Comunque la si pensi sulla situazione libica in particolare, e su quella africana in generale, è un fatto che chi affronta i viaggi della speranza, per giungere in Europa, lo fa per godere di condizioni di vita migliori. L’ Africa, infatti, è ancora un continente sotto sviluppato. L’unico modo per aiutarlo a progredire è, come ha scritto qualcuno, e io mi sento di condividere quest’opinione, di adottare un piano Marshall per l’Africa. Una soluzione che si potrebbe, forse, definire retrò, ma, come la storia europea insegna, senz’altro efficace.

La strada per il raggiungimento di quest’obiettivo è ancora lunga e piena di ostacoli, molti dei quali sono rappresentati proprio dalle nazioni europe ed extraeuropee ( Stati Uniti e Cina), che sembrano più impegnate ad occuparsi dei loro interessi economici che a favorire il pieno sviluppo del continente.

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