La via della seta, i dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti, le critiche ed i dubbi sul 5G e su Huawei, l’ingerenza nella politica di Hong Kong, i rapporti con gli Stati sudamericani: questi sono solo alcuni dei temi che afferiscono a quella che potrebbe essere definita “la questione cinese”.

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La paradossale storia economica di Stati Uniti e Cina

Le tensioni più forti sono sicuramente quelle con Trump il quale, sin dal primo giorno dell’insediamento del magnate nello Studio Ovale, ha dichiarato aperta la guerra commerciale nei confronti della Cina ed in particolar modo contro Huawei, colosso della telefonia cinese che ha sviluppato la tecnologia 5G e che sta provando ora ad “invadere” anche con questo suo nuovo prodotto il mercato globale. Stiamo assistendo, in questi anni, ad un paradosso. La Cina, per decenni chiusa nel suo isolazionismo politico ed economico, da qualche anno è diventata una tigre sul mercato mondiale portando avanti strategie commerciali ultra liberaliste ed ultra capitaliste. Al tempo stesso Trump sta puntando, ottenendo anche dei buoni risultati per quanto riguarda l’economia interna degli Stati Uniti, su un progressivo protezionismo ed isolazionismo politico ed economico del suo paese.

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Destinati alla guerra

Per certi aspetti, sia in campo economico che militare e politico, si sta verificando tra le due superpotenze, quella che Graham Allison, professore emerito dell’Università di Harvard definisce in un suo saggio del 2017, la “trappola di Tucidide”. Nel suo libro “Destinati alla guerra” l’autore propone vari esempi storici, partendo dalle prime guerre tra Sparta ed Atene, combattute tra due potenze rivali, perché quella che fino a poco tempo prima era l’unica a governare la politica “mondiale” vede come una minaccia l’avanzata continua dell’avversaria.

La trappola di Tucidide

L’ideologia dell’”America First” di Trump somiglia sempre più ad un mito antico che illusoriamente si rinnova nel cantarlo, soprattutto osservando anche solo alcune delle aree geopolitiche e commerciali in cui la Cina sta facendo sentire la propria presenza ed il proprio potere. Il primato degli Stati Uniti non è crollato. Tuttavia, al di là delle arroganti dichiarazioni di forza del suo Presidente, l’America deve ora confrontarsi con un competitor che negli ultimi decenni, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non ha avuto e che molti aspetti è ancora più forte e pericoloso del suo precedente “nemico”.

La Cina nel “giardino di casa”

Una delle aree in cui più attivamente la Cina sta operando, a discapito degli Stati Uniti è in quell’America Latina che per molti decenni Washington ha considerato il proprio “giardino di casa”. Dai Caraibi alla Patagonia, numerosi sono infatti gli investimenti cinesi in Sud America. La Giamaica, ad esempio, che ha un debito di 80 miliardi con la Cina, continua a ricevere aiuti da questa per la costruzione di ospedali, scuole e strade ed anche per l’estrazione della bauxite. Nei Caraibi la Cina ha inoltre investito nella costruzione di una vera e propria “Belt and Road”, o Via della Seta, soprattutto per influenzare la posizione di quegli Stati che ancora riconoscono l’indipendenza di Taiwan, uno degli obiettivi più importanti a livello geopolitico del governo di Pechino. Costarica e Panama hanno da poco espresso il loro appoggio al governo Cinese su questo tema.
La presenza cinese non si ferma però alle sole isole dell’America Centrale. Cile, Uruguay e Venezuela hanno partecipato spesso agli incontri sulla Via della Seta ed hanno spesso ricevuto aiuti da Pechino per la costruzione delle proprie infrastrutture. A livello commerciale è molto forte il legame tra Venezuela e Cina, soprattutto per quanto riguarda le forniture di petrolio. La coltivazione della soia in Argentina e Brasile è, invece, al centro degli accordi tra questi due paesi con il gigante asiatico. Il Brasile inoltre, così come il Perù, ha concesso la gestione di alcuni suoi porti ai colossi cinesi Cosco e China Merchants.

I rapporti tra Cina e Venezuela

La nazione che meglio rappresenta lo scenario di scontro tra le due superpotenze è il Venezuela, dove la popolazione, che vive in condizioni economiche e sociali estreme, è divisa tra Maduro, appoggiato tra gli altri proprio dalla Cina e Guaidò che ha, invece, ricevuto il sostegno degli Stati Uniti. In un suo recente viaggio in Sud America, il segretario di Stato Mike Pompeo, ha provato a contrastare la presenza cinese nel continente, sottolineando come sia stato proprio a causa del governo di Xi Jinping che il Venuezela si trova in bancarotta e se è scoppiata la guerra civile nel paese. Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Lu Kang ha evidenziato come le “accuse siano senza fondamento” e che i popoli del Sud America possono facilmente distinguere tra “un vero amico ed uno falso, che ignora le regole e diffonde il caos”.

L’Europa tra Stati Uniti e Cina

Un altro oggetto del contendere tra i due paesi è l’Europa, che ha di recente aperto a nuovi accordi commerciali con Pechino, soprattutto grazie alla “Via della Seta”. L’apertura della UE nei confronti della Cina riguardano anche il colosso della telefonia Huawei e la tecnologia 5G che l’industria cinese ha sviluppato. Il credito concesso dall’Europa ed in particolar modo dalla Germania di Angela Merkel a Xi Jinping su questi temi ha evidentemente “indispettito” Trump, il quale già in precedenza non aveva fatto mistero della reciproca antipatia che correva tra lui e la cancelliera tedesca.

Tensione intorno a Taiwan

Per quanto a livello commerciale e geopolitico Sud America ed Europa siano comunque aree su cui è costante l’attenzione della Casa Bianca, è soprattutto a poche miglia marine dalle coste cinesi che lo scontro tra i due paesi rischia di non essere solo commerciale e diplomatico, ma anche militare. La posta in gioco è rappresentata dall’isola di Taiwan. Negli scorsi mesi due cacciatorpedinieri americani hanno navigato al largo delle isole Spratly in acque territoriali. L’amministrazione Usa ci ha tenuto a sottolineare che si trattava solo di un passaggio “innocente”, quasi di un “esercizio di libera navigazione”, finalizzato tuttavia a frenare “alcune rivendicazioni marittime” da parte della Cina che da tempo ormai, vorrebbe “annettere” la piccola isola al proprio territorio. Per la difesa di Taipei il governo americano ha venduto, dal 2010 ad oggi, armamenti per un valore di 15 miliardi di dollari. Le manovre degli ultimi mesi ed i finanziamenti degli ultimi anni hanno irritato il governo di Pechino che, ancora una volta attraverso le parole di Lu Kang ha sollecitato gli USA “a trattare in modo appropriatamente cauto le questioni su Taiwan per evitare altri impatti negativi sui rapporti Cina-Usa e su pace e stabilità nello stretto di Taiwan”.

I rapporti tra Cina e Filippine

Pechino si trova impegnata in questi mesi su moltissimi fronti caldi, soprattutto nei rapporti con i paesi confinanti, ma anche in altre parti del mondo. Le rivendicazioni cinesi non riguardano, infatti, solo Taiwan, ma anche alcune regioni del Vietnam, il Brunei, la Malesia e le Filippine. A determinare uno stato di tensione soprattutto con il governo di Duterte è stata la navigazione di navi cinesi vicino all’isola di Thitu, sempre nell’arcipelago delle Spratly e nei pressi delle rocce di Scarborough Shoal, controllate da Manila. Il rapporto tra il governo di Duterte e quello di Xi Jinping è, a dire il vero un po’ ambiguo. Se da una parte, infatti, le Filippine condannano le manovre in mare della Cina, dall’altro a livello economico e commerciale, i rapporti tra i due paesi sembrano essere buoni e sicuramente sono molto forti.

Basi militari cinesi all’estero

A rendere possibile lo scontro tra USA e Cina è anche la politica militare di quest’ultima. Pechino ha piazzato alcune delle sue basi militari più importanti all’estero. L’esercito cinese è presente nel Gibuti, in Africa, per controllare gli scambi commerciali del Mar Rosso e della Via della Seta e negli avamposti in Afganistan e Pakistan.

La nuova marina militare cinese

Gli investimenti maggiori, tuttavia, in campo militare da parte della Cina, stanno avvenendo nel settore navale. La marina cinese dispone di 400 unità, tra navi da guerra e sottomarini e di una portaerei (contro le 11 statunitensi). Il vantaggio numerico rispetto agli Stati Uniti, che posseggono “solo” 288 unità navali, è compensato sulla qualità dei mezzi stessi, appannaggio degli USA. L’attuale superiorità militare statunitense rappresenta tuttavia un vantaggio che la Cina, che sta lavorando moltissimo sull’ammodernamento dei mezzi e delle strategie belliche, ridurrà fino ad annullarlo nel giro di poco più di dieci anni. Inoltre, geograficamente, la Cina può contare sul vantaggio logistico rappresentato dalla lunghissima costa Pacifica, che ha portato gli Stati Uniti a rinunciare alla navigazione nelle acque del mare cinese tra la terraferma e la penisola coreana.

Il Giappone e la paura della “zona grigia”

Un’altra nazione preoccupata dalla crescente presenza navale della Cina nell’oceano è il Giappone, che sta ugualmente aumentando la propria spesa militare e partecipando ad operazioni di peacekeeping al fianco degli Stati Uniti. Nei prossimi due anni si prevede la presenza al largo delle isole Senkaku e nei pressi delle Spratly di un pattugliatore cinese. L’amministrazione Trump ha, per questo motivo, fatto sapere in “via cautelativa” che qualunque imbarcazione si trovasse in questa che viene definita “zona grigia” verrà considerata una nave militare.

L’aquila ed il drago

La tensione tra i due paesi continua così ad aumentare. Lo scontro è al momento limitato alla sola economia e ad accese controversie diplomatiche, tuttavia il passaggio ad un conflitto armato resta una delle possibilità in campo. Risulta evidente, considerato quanto detto fin qui, che non il riaccendersi di una Guerra Fredda tra Russia e Stati Uniti rappresenti ad oggi la principale minaccia alla pace nel mondo, ma quello, ancora più grande nelle proporzioni e nei possibili effetti, tra l’aquila americana ed il drago cinese.

Le reazioni dei vertici dell’esercito americano

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