Il 13 luglio 1928 nasceva Tommaso Buscetta, il “Boss dei due mondi”

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Tommaso Buscetta, detto don Masino, uno dei più importanti boss di Cosa Nostra, dopo essere stato estradato in Italia nel 1984, divenne collaboratore di giustizia, rivelando al giudice Giovanni Falcone importanti informazioni sulla struttura e sulle dinamiche di Cosa Nostra.

Il 13 luglio di novantuno anni fa nasceva a Palermo Tommaso Buscetta, divenuto famoso nel dopoguerra come uno dei principali esponenti della mafia Siciliana. Ultimo di diciassette figli, il padre lavorava come vetraio, mentre la madre era casalinga. Durante la seconda guerra mondiale si dedicò a piccoli furti e nel 1945 venne affiliato a cosa nostra, entrando a far parte del mandamento di Porta Nuova, a Palermo, dedicandosi per molti anni al contrabbando di sigarette e stupefacenti, attività che gli consentì di effettuare viaggi in molti paesi del mondo. Nel 1945, a soli diciassette sposò la sua prima moglie, Melchiorra Cavallaro, con la quale ebbe quattro figli.

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Tommaso Buscetta in una foto giovanile

La prima guerra di mafia e la fuga negli Stati Uniti

Nel 1963, durante la prima guerra di mafia, fuggì dall’Italia in quanto era sospettato di aver partecipato alla Strage di Ciaculli, attentato dinamitardo attuato con lo scopo di eliminare il boss Salvatore Greco, nel corso del quale quale morirono quattro carabinieri e due artificieri dell’esercito che stavano cercando di disinnescare l’autobomba che doveva uccidere Greco. Dopo aver soggiornato in Svizzera, Messico e Canada si stabilì negli Stati Uniti dove, con l’appoggio dei Gambino, apri una pizzeria. Nel 1968 venne condannato in contumacia dal tribunale di Catanzaro per associazione a delinquere e assolto nel processo per la Strage di Ciaculli, e due anni dopo venne arrestato a New York. In seguito alla scarcerazione, avvenuta dopo il pagamento della cauzione fuggì in Brasile, dove iniziò un grande traffico di sostanze stupefacenti verso gli Stati Uniti e sposò Cristina De Almeida Guimares dopo essersi separato da Vera Girotti, con la quale era convolato a nozze due anni anni prima.

La condanna a dieci anni in Italia, l’evasione e la seconda guerra di mafia

Arrestato dalla polizia brasiliana nel 1972 nel corso di un blitz durante il quale fu rinvenuta una grande quantità di droga, venne estradato in Italia dove venne rinchiuso nel carcere palermitano dell‘Ucciardone in seguito a una condanna a dieci anni di reclusione per traffico di sostanze stupefacenti. Ottenuta la semilibertà, fu trasferito nel carcere di Torino, dove, nel 1980 riuscì ad evadere. Dopo essersi nascosto in Sicilia grazie alla complicità dei mafiosi Nino Salvo, Totuccio Inzerillo e Stefano Bontate, impegnati nella seconda guerra di mafia contro i Corleonesi di Totò Riina. Non volendo prendere parte all’ennesima battaglia interna a Cosa nostra, decise di sottoporsi a un secondo intervento di chirurgia plastica con lo scopo di rendersi irriconoscibile e ad un intervento per cambiare voce, e tornò in Brasile. Totò Riina nel corso delle vicende della seconda guerra di mafia, voleva punire don Masino per il suo legame con i boss Inzerillo, Bontate e Badalamenti. Non potendo ucciderlo, in quanto lontano, si vendicò contro i suoi famigliari in Sicilia, facendo massacrare due suoi figli ,quattro suoi nipoti, un fratello e due cognati.

L’estradizione dal Brasile il ruolo di pentito e il Maxiprocesso

Arrestato nel corso di un blitz nella sua abitazione in Brasile nel 1983, inizialmente si rifiutò di collaborare con i magistrati Falcone e Geraci, che lo avevano raggiunto nella prigione di San Paolo ad interrogarlo. Estradato in Italia, prima della partenza tentò senza successo di avvelenarsi ma, una volta giunto in patria decise di collaborare con i magistrati.

Un udienza del Maxiprocesso a Cosa Nostra

Nel corso dei tanti interrogatori a cui fu sottoposto, rivelò importanti segreti riguardanti la mafia siciliana. Grazie a queste rivelazioni Giovanni Falcone e gli altri membri del pool antimafia diretto da Antonino Caponnetto, riuscirono a conoscere la struttura gerarchica di cosa nostra, che fino ad allora era sconosciuta. Le importanti rivelazioni di Buscetta furono fondamentali anche nel corso del Maxiprocesso a Cosa Nostra, che si tenne a Palermo tra il 1986 e il 1987, durante il quale i giudici, anche a seguito delle testimonianze di don Masino giudicarono colpevoli di associazione mafiosa 346 imputati comminando 19 ergastoli e più di 2600 anni di reclusione.

Tommaso Buscetta testimoniò nel corso del Maxiprocesso

Nel 1984 venne estradato negli Stati Uniti, dove, dopo aver ricevuto una nuova identità e la libertà vigilata, collaborò con gli inquirenti testimoniando anche nel corso del processo Pizza Connection, contro Tano Badalamenti e altri mafiosi italo americani accusati di traffico di sostanze stupefacenti.

Tommaso Buscetta rimase molto colpito dalla morte del giudice Giovanni Falcone, persona della quale aveva molta stima e grazie alla quale aveva deciso di diventare collaboratore di giustizia. In seguito agli attentati di Capaci e via d’Amelio, don Masino iniziò a rivelare agli inquirenti preziose informazioni riguardanti i rapporti tra mafia e politica, accusando lo statista della DC Giulio Andreotti e il deputato Salvo Lima, ucciso da Cosa Nostra poco tempo prima, di essere i referenti politici della mafia siciliana. Le sue rivelazioni sui mandanti dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, portarono i magistrati ad aprire un procedimento giudiziario contro Andreotti che si concluse con l’assoluzione dello statista dall’accusa di essere mandante dell’omicidio del giornalista anche se venne accertata ma non punibile per prescrizione del reato la sua connivenza con Cosa nostra.

Tommaso Buscetta morì a New york il 2 aprile 2000 lasciando in eredità una grande quantità di rivelazioni e testimonianze fondamentali per capire e contrastare il fenomeno mafioso.

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