Hannah Arendt: “La banalità del male”

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Hannah Arendt

Hannah Arendt nasceva oggi, 14 ottobre, nel 1906. La pensatrice e filosofa, di origini tedesche, abbandona la Germania nel 1933. Sono gli anni in cui imperversa il nazismo, con il suo antisemitismo e con la scia di odio e distruzione che si lascia alle spalle. Hannah Arendt, ebrea di origine, è costretta a fuggirne. Rimane una cittadina “apolide” dal 1937 sino al 1951, quando ottiene la cittadinanza negli Stati Uniti. Morirà a New York, nel 1975, all’età di 69 anni a causa di un attacco di cuore.

Chi era Hannah Arendt?

Studentessa di filosofia all’università, ebbe come professore niente meno che Heidegger. Hannah Arendt intrecciò con lui una relazione clandestina, prima di scoprire la simpatia del suo amante verso l’ideologia nazista. Cambiò università e si laureò. Tuttavia, pochi anni dopo, nel 1933, non riuscì ad ottenere l’abilitazione ad insegnare. Negazione dovuta alle sue origini ebraiche. Dopo essere uscita da un matrimonio fallito fugge dalla Germania alla volta della Francia, Parigi per essere precisi. È il 1937, e qui Hannah Arendt si dedicò ampiamente nel soccorrere gli ebrei che scappavano dalla persecuzione nazista e dalla deportazione. A macchia d’olio, però, il nazismo dilagava e anche la Francia, a un certo punto, cadde sotto l’egida Hitleriana. Hannah Arendt emigra così negli USA. La seconda guerra mondiale è in corso, ormai esplosa con tutta la sua drastica carica di conseguenze.

Al termine del conflitto ritrova un punto di incontro con il suo amore di gioventù, Martin Hidegger, tant’è che prenderà le sue parti quando gli verrà imputato di essere a favore della dittatura di Hitler. Nemica dichiarata dei nazisti, Hannah Arendt fu testimone del processo ad Adolf Eichmann, che si tenne dal 1960 al 1962 a Gerusalemme. Da questa esperienza, come inviata del New Yorker, trasse l’ispirazione per una delle sue opere più celebri, “La banalità del male“.

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”

Un processo lungo 20 sedute alle quali la Arendt presenziò senza mancarne una, determinata a dare risposta al quesito che la tormentava. “Può una persona far del male pur non essendo malvagia?“. L’esito di questo studio capovolgerà la sua idea iniziale. Infatti, in un’opera precedente, “Le origini del totalitarismo“, sosteneva che le azioni di matrice nazista ai danni degli ebrei, e non solo, fossero deplorevoli. Il risultato di una ferocia disumana e tutt’altro che inconsapevole o superficiale. Qui, sovverte invece il suo pensiero. O meglio, adotta un punto di vista nuovo, che assume la definizione di “banalità del male”. Per capirci meglio, secondo la Arendt, Eichmann non era un pazzo sanguinario, né un mostro consapevole di se stesso. Non era altro che un burocrate. Un banale funzionario, che per coronare un’ambizione non ha tenuto conto del prezzo da pagare.

Secondo lei non si può parlare, in questo caso, di assenza di morale o di etica, ma più semplicemente di superficialità. Queste le sue dichiarazioni, un decennio dopo la conclusione del processo (1971): “Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o di motivazioni“.

Eichmann: “né perverso, né sadico ma spaventosamente normale”

Eichmann sarebbe dunque un banale uomo privo della capacità di pensiero, quanto meno di un pensiero profondo. La malvagità che guidava la sua mano, nasceva dunque dall’unico scopo di fare carriera all’interno del partito nazista. Non era guidato da un’ideologia di cui si sentiva parte. Non era insito in lui il vero significato del male attuato, nemmeno arrivava a concepirlo, stando al pensiero di Hannah Arendt. Questa è la banalità del male. Lo sterminio di un numero impronunciabile di persone non era che un mezzo per scalare la gerarchia e conquistare la vetta del potere all’interno del partito. Cosa che, per altro, non accadde mai. Questa, per la Arendt è una spiegazione plausibile, ma non meno agghiacciante. Si è spesso pensato, infatti, che la filosofa stesse cercando un espediente per difendere Eichmann, per giustificarlo.

Si tratta di una considerazione errata, Eichmann non è dipinto come un’innocente pedina, bensì come un inetto, un uomo privo di pensiero autonomo.

Controversie sul pensiero di Hannah Arendt

Coloro che accolsero con scetticismo il frutto dello studio sul processo di Eichmann, ne criticavano gli esiti da diversi punti di vista. In primo luogo, molti storcevano il naso dinnanzi ad affermazioni quali “risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso“. Trattandosi di uno dei più sanguinari criminali nazisti. Per sua volontà circa 5 milioni di ebrei persero la vita. Tra i maggiori responsabili della soluzione finale, nonché esecutore materiale dello sterminio di massa. L’autore di citazioni irripetibili, per la violenza che esprimono, e di un simile crimine contro l’umanità, come poteva essere considerato un semplice burattino? Tra i critici più accaniti, spicca il filosofo Alan Wolfe.

Alan Wolfe sull’opera di Hannah Arendt

In un trattato sull’argomento contestò ad Hannah Arendt di aver focalizzato tutta l’attenzione su un unico aspetto, tralasciandone altri invece fondamentali al fine di fornire un quadro completo. La Harendt si sarebbe concentrata su chi era Eichmann, sondandone gli aspetti relativi alla psiche. In realtà, bisognava mettere in risalto che cosa era stato capace di commettere. Il “chi era” perdeva importanza al cospetto del “che cosa ha fatto”. Non aveva alcuna importanza soffermarsi sulla superficialità nell’agire, bensì appurare che in numerose occasioni Eichmann dimostrò di avere le idee ben precise, dimostrando una lucidità, figlia di una chiarezza di pensiero. Dunque, i critici portano a galla alcune incongruenze che mettono in dubbio le basi su cui la Arendt costruì il suo studio.

Considerazioni finali

Hannah Arendt non si arrendeva all’idea di non trovare una risposta al quesito di partenza. Dopo aver visto dal vivo quel criminale di guerra, aver assistito al suo processo, non poté che constatarne l’inettitudine. Non comprendeva come, in quella stessa persona, potessero convivere un inetto ed un violento assassino. L’unica cosa certa è, che nonostante le considerazioni circa la mancanza di una salda ideologia a guidare la sua mano, Eichmann era senza ombra di dubbio l’autore di un orrore senza precedenti. Su questo punto la Arendt è irremovibile.