“Se questo è un uomo”: la dignità degradata

Restare umani all'Inferno

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Levi

Edito per la prima volta nel 1947 nelle edizioni De Silva di Franco Antonicelli, il libro venne ripubblicato dal 1958 in poi con Einaudi, comparendo in numerose collane. Se questo è un uomo rappresenta la prova letteraria di esordio di Primo Levi, dettata dalla volontà di rendere noti i drammatici fatti di cui l’autore è stato testimone. Chimico dotato di vasta cultura umanistica, a causa della propria appartenenza alla confessione ebraica Levi patì le atroci conseguenze delle leggi razziali nazifasciste. In Se questo è un uomo, Levi descrive le esperienze di deportazione e di difficile sopravvivenza nel Lager di Auschwitz III-Monowitz del 1944-45.

Levi e l’esperienza in Lager

Levi presenta il Lager come una macchina – o struttura sociale – parallela alla società civile. Lo scopo perseguito da tale struttura è l’annullamento completo del senso di umanità dei detenuti che vi lavorano e, stremati, vi muoiono. I deportati – ebrei, criminali e politici – che vi arrivano subiscono subito una spoliazione di quei connotati fondamentali che ne permetterebbero la riconoscibilità. Essi, infatti, vengono rasati tutti, indistintamente, e privati dei loro abiti civili, al posto dei quali sono costretti a usare cenci raffazzonati e spesso inadatti. Per perseguire il processo di reificazione, poi i prigionieri vengono spogliati del proprio nome proprio, elemento che più tutti designa e distingue una persona da un’altra. Per poterli riconoscere – essenzialmente per richiamarli e punirli – i detenuti vengono ‘ribattezzati’ dalle SS con uno specifico numero identificativo, tatuato sul braccio.

L’Inferno

Ridotti a questo stato di anonimato di massa, i detenuti sono costretti ai lavori più estenuanti e faticosi, spesso ben al di sopra delle proprie possibilità fisiche. Alla fatica del lavoro sproporzionato si sommano le continue vessazioni e umiliazioni. Di natura fisica e psicologica, a infliggerle di sovente ai carcerati è quella che, secondo Levi, è la ‘bestia perfetta’ del Lager, il Kapo. Rientrano in questa tipologia tutti quei prigionieri asserviti ai carcerieri dei Lager. In cambio di favori e privilegi di vario genere, i Kapo si prestano egoisticamente a fungere da aguzzini di altri carcerati.

Spesso il gelo dei mesi invernali rende ancora più difficile il lavoro, soprattutto perché la carenza di stoffe impedisce ai detenuti di ripararsi dal freddo. Inoltre, proprio i mesi invernali sono forieri di malattie, alle quali i detenuti molto spesso soccombono. Grande costante della vita del campo, poi, è il senso di fame perenne che accompagna i prigionieri di giorno e di notte. Il cibo è vera e propria ossessione per i detenuti, i quali vivono in funzione del momento in cui potranno rifocillarsi con un po’ di zuppa calda, alleviando così freddo e fame.

La loro vita all’interno del Lager trascorre in un eterno presente in cui il lavoro, sempre troppo, e il sonno, sempre insufficiente, si alternano ogni giorno, tutti i giorni. La memoria del passato da uomini liberi appare quasi completamente obliata o, se ancora vivida, troppo dolorosa da ricordare se paragonata alla dura condizione in cui vertono. La progettualità del futuro, invece, appare pallida e incerta. Nessun ragionamento a lungo termine è concesso, giacché i detenuti vivono una condizione di precarietà che fa pensar loro solo ai bisogni contingenti, materiali e quotidiani.

La disobbedienza

Levi, attraverso la propria narrazione puntuale e precisa, presenta molte scene icastiche della condizione di profondo degrado in cui verte l’esistenza dei deportati. Durante gli snodi diegetici, però, egli si sofferma su alcune scene in cui la dignità umana dei detenuti sembra riemergere dall’abisso dell’annichilimento. Attraverso questi, eroicamente, alcuni detenuti conducono un proprio atto di personale ribellione all’ideologia che muove gli ingranaggi di quella macchina infernale che è il Lager.

L’igiene

Sovversiva e paradossale allo stesso tempo può apparire, ad esempio, una prima scena, avente come tema la cura e impegno nell’igiene personale. In un posto come il Lager, lavarsi tutti i giorni nell’acqua torbida del lavatoio, oltre che un inutile spreco di tempo ed energie, parrebbe insensato. Il risultato sarebbe di sporcarsi ulteriormente e ogni pur lieve miglioramento scomparirebbe dopo solo mezz’ora di lavoro. Attraverso il dialogo con l’amico Steinlauf, Levi però comprende una lezione importante.

La cura per la propria igiene personale non è un semplice rito meccanicamente ripetuto, ma è un sintomo di residua vitalità e sopravvivenza morale. Laddove il Lager favorisce tutte quelle condizioni che estinguono ogni barlume di umanità nei carcerati, questi non devono assecondare tale tendenza, riducendosi a bestie. Essi, piuttosto, devono esercitare la propria facoltà di negare il consenso a questo avvilimento, anche attraverso la detersione del corpo. Ciò poiché in tale gesto, indipendentemente dalla buona o cattiva riuscita, è sottintesa la volontà di conferire dignità alla persona.

Il canto di Ulisse

Un secondo momento di riscoperta della dignità umana – e dunque di sovversione della sua neutralizzazione imposta dal Lager – ha carattere pedagogico-letterario. Trovandosi insieme allo studente alsaziano Pikolo per ritirare il rancio a un chilometro di distanza, Levi ne approfitta per insegnargli in po’ di italiano. La scelta più logica per insegnare la lingua al giovane sarebbe stata di ricorrere ai termini di uso comune, possibilmente quelli più utili nel contesto in cui si trovavano. “Zup-pa, cam-po, ac-qua”.

Il senso più profondo della vita umana, però, ancora una volta dimostra di manifestarsi trascendendo dal calcolo opportunistico, dalle contingenze e dalla materialità. Paradossalmente, di nuovo, la dignità dell’individuo umano si riaccende laddove, deliberatamente, non si sceglie di sottostate alle occorrenze della realtà, ma da esse si prescinde. Levi, infatti, sceglie il celebre canto di Ulisse dantesco per spiegare l’italiano a Pikolo. Il testo letterario prescelto è di difficile comprensione, ma emblematica per riscoprire la propria natura di uomini.

L’ultimo

Atti di eroica disubbidienza e subordinazione possono però essere anche assai più espliciti. Un esempio si trova nel capitolo XVI di Se questo è un uomo. Levi narra come a Birkenau, infatti, qualche centinaio di insorti fece saltare in aria uno dei crematori. I capi nazisti del campo di Levi decisero, allora, di impiccare su pubblica piazza uno dei colpevoli dell’atto di sabotaggio, ritenendo avesse delle relazioni con i rivoltosi di Birkenau. Il condannato, prima di spirare, fece vibrare di vergogna tutti i deportati astanti, urlando: “Kameraden, ich bin der Letzte!” (Compagni, io sono l’ultimo). I generali nazisti credettero di punire in modo esemplare il rivoltoso, ma di fatto lo glorificarono, innalzandolo a martire e eroe, ‘ultimo’ di quelli che non si piegano alle leggi del Lager.