sabato, Aprile 20, 2024

Tra stereotipi di genere nei bambini e libertà

La vita è un fatto tanto misterioso quanto scontato. Gli esseri senzienti respirano, senza però rendersi conto dell’azione in sé. L’esistenza si trova in bilico tra la volontà e la non volontà. Non siamo noi ad aver deciso di cominciare questo cammino. Al massimo, noi scegliamo come continuarlo. Anche se, non sempre ciò è possibile. O almeno, non del tutto. Gli stereotipi di genere nei bambini ne sono un esempio.

Stereotipi di genere nei bambini: di cosa stiamo parlando?

La cultura italiana c’insegna che, nel momento in cui una nuova vita viene alla luce, si usa appendere al portone di casa una coccarda. Blu, se a nascere è un bambino. Rosa, invece, se è arrivata una bambina. Per quanto quest’azione c’appaia come tradizionale e innocua, essa nasconde alcuni aspetti di cui è bene discutere. Innanzitutto, poniamoci una domanda: per quale motivo diamo tanta importanza al sesso biologico dellə nasciturə? A partire dalle prime ecografie, uno dei primi quesiti che dominano la mente riguarda proprio l’identità del feto. In realtà, spesso si tratta semplicemente di una sana curiosità. Almeno che, il fatto che possa trattarsi di un neonato o di una neonata cambi nettamente prospettiva. Ed è proprio da quest’ultima azione che nasce il problema degli stereotipi di genere nei bambini.

Il gesto di sfoggiare un fiocco rosa o un fiocco blu non rappresenta, di per sé, un problema. Lo diventa nel momento in cui, insieme a quella coccarda, affianchiamo un vademecum su come comportarsi in base al proprio sesso biologico. Mettere al mondo una creatura, infatti, significa, letteralmente, dare vita a una persona nuova. Diversa da noi. Per quanto un genitore sia artefice di quell’esistenza, non ne è tutta via, padronə. Aspetto, ancora oggi, non del tutto scontato. Non a caso, la società italiana non è ancora completamente vicina all’educazione alla libertà.


I fiori di Sanremo svelano le dinamiche di genere


L’importanza di giocare

Nella vita adulta, giocare è sinonimo di svagarsi. Lo scopo del gioco è quello di alleviare la mente delle persone, spesso attanagliate dal peso delle sfide che la vita ci pone di fronte. Non è, tuttavia, così, per quanto riguarda i soggetti in età pediatrica. Per le bambine e i bambini, giocare è un vero e proprio lavoro. Attraverso il gioco, le/i piccolə cucciolə d’umano scoprono il mondo. Esprimono la loro visione del circostante. Si fanno un’idea della realtà. Il divertimento, per quanto presente, passa in secondo luogo. Non a caso, interagire con le/i bambinə tramite il gioco, significa partecipare alla loro crescita ed esplorazione del loro universo. Possiamo dunque comprendere quanto possa risultare deleterio influenzare quest’azione. Gli stereotipi di genere nei bambini sono ancora parecchio presenti anche per quanto riguarda il gioco. Basti pensare a tutte quelle volte in cui abituiamo un maschietto a giocare con le macchinine e una femmina con le bambole. Prestando attenzione al fatto che le due tipologie di giocattoli non vengano scambiate.

Anche in questo caso, dobbiamo chiederci il perché. Qual è, dunque, il motivo che ci spinge ad agire in questo modo? Il punto è che abbiamo trascorso secoli immersə nella cultura delle differenze di genere. Apportando alla figura maschile il sinonimo di forza e dinamicità, e a quella femminile la dolcezza e il senso dell’accudimento. Negare a un bambino o a una bambina di utilizzare determinati giocattoli significa limitare la sua visione della vita, nonché l’ampliarsi della sua mente. Inoltre, possono sorgere sensi di colpa e/o la sensazione di sentirsi sbagliatə nei soggetti colpiti.

Gli stereotipi di genere nei bambini attraverso l’abbigliamento

L’espressione del proprio essere passa anche attraverso il vestiario. Esiste tuttora una sorta di “dress code” legato al genere biologico. A maggior ragione nel mondo infantile. Non sono infatti rari i casi di bambinə costrettə a rispettare i canoni imposti da una società che difende il sessismo. La realtà è che, nel momento in cui si viene alla luce, non conosciamo il mondo che c’attende. E nemmeno le regole stabilite dalla società nella quale andremo a finire. Dunque, la nostra mente cresce in maniera incondizionata. E così i nostri gusti personali. Ben presto però, ci ritroviamo ad assottigliarli. Non per volontà propria, ma per non mettere in discussione tutta quella serie d’assiomi che ci viene insegnata fin dalla tenera età. Ed ecco che allora quel bambino eviterà di recarsi a scuola con quelle scarpe glitterate che ha tanto desiderato. Oppure d’indossare la maglietta rosa che adora.

Tutto questo, al fine di non sentirsi inadattə alla società. Per quanto ciò possa apparire come banale, in realtà si tratta di un aspetto particolarmente tagliente. Basare il nostro abbigliamento sul giudizio altrui, nonché sul binarismo di genere, crea un serie di vortici mentali. I quali, oltre a tediare i soggetti colpiti, non fanno altro che alimentare retaggi sociali e culturali decisamente tossici. Molti genitori, inoltre, tendono a incoraggiare questa tipologia di comportamenti, a prescindere dalla loro mentalità. Continuano a reprimere le richieste delle/dei figliə riguardati vestiari considerati non comuni per il proprio genere d’appartenenza. Parecchi di loro agiscono in buona fede. Convinti di preservare le/i proprə bambinə da eventuali episodi di bullismo. Eppure, così facendo, non si fa altro che difendere i carnefici. Contribuendo al protrarsi della cultura degli stereotipi di genere nei bambini.

“Non piangere, non fare la femminuccia!”

Questa è solo una delle tante frasi malsane che ancora troppo spesso madri e padri pronunciano senza riguardo. Ritorniamo a quel fiocco rosa o blu di cui parlavamo all’inizio dell’articolo. Come affermato in precedenza, esso non rappresenta, di per sé, un problema. Bensì, lo diventa nel momento in cui, alla coccarda, affianchiamo una serie di comportamenti che le/i nuovə arrivatə a questo mondo dovrebbero seguire a seconda del proprio genere biologico. Il che non si ripercuote solamente nel modo di vestirsi o nei giocattoli che ci è permesso utilizzare, ma anche su molti altri aspetti. Uno di questi riguarda il comportamento. Ad esempio, si esortano i maschi a trattenere le lacrime, poiché la sensibilità è considerata più propria delle donne. Oppure, al contrario, s’invitano le femmine ad attenersi ad atteggiamenti sempre gentili ed educati. Come se l’educazione fosse una peculiarità del genere femminile, e non un’auspicabile norma sociale.

Dirigere i comportamenti altrui, significa, fra molte altre cose, filtrare le emozioni. Fare una cernita fra quelle consentite e quelle improprie. Come se fossimo noi a poter decidere cosa provare. E come se esistesse una distinzione fra sensazioni giuste e sbagliate. La verità è che l’essere umano non sceglie cosa sentire. L’emozione non è altro che una reazione spontanea alle sfumature della vita. Non vi è alcun distinguo fra sentimenti leciti o non leciti. Inoltre, frasi come “non piangere, non sei una femminuccia” rischiano di mettere in risalto un determinato genere in maniera negativa. In questo caso, il significato sottinteso è che il pianto sia sinonimo di debolezza. E che quest’ultima sia tipica delle donne.

Educare alla libertà

Il verbo educare deriva dal latino “educo”. A sua volta composto da “e”, ossia “fuori” e “duco”, cioè “conduco”. Dunque, potremmo tradurlo in “tirare fuori”. Traduzione che calza a pennello il valore del termine. Quando, infatti, un genitore o chi per esso educa la/il propriə figliə non fa che esternare ciò che è già presente all’interno della persona. Ogni bambinə, infatti, è caratterizzato dalla meraviglia e dalla curiosità. Dalla voglia di scoprire ed esplorare quel mondo in cui è statə catapultatə. Un genitore, dunque, dispone la propria prole di una paio di lenti. Le quali avranno il solo scopo di guidare la/il proprietariə nell’avventura. Senza però, influenzarne l’esperienza. Educare, insomma, è sinonimo di donare la libertà. Di regalare un paio d’ali che consenta di planare sul mondo, senza però sopprimere il prossimo col nostro peso. Fluendo insieme al circostante. In quell’insieme che, dall’alto, costituirà un panorama magnifico.

Related Articles

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisement -spot_img

Latest Articles