Prudenza sì, paura no

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L’informazione sulla pandemia

Il video diffuso in prima serata dai mezzi di informazione del giovane di 35 anni in terapia intensiva – originariamente era un post pubblicato su facebook – ci dice qualcosa sul modo con il quale viene gestita l’informazione sulla pandemia.

Naturalmente, tutte le osservazioni che seguono fanno riferimento alla diffusione del video su scala mediatica ed al messaggio che diffonde, non al suo protagonista, libero di raccontare quello che gli è accaduto sulla sua pagina social. A lui auguriamo di riprendersi al più presto da questa brutta avventura.

Comunicazioni di massa e social

La prima considerazione che possiamo fare, è di quanto le comunicazioni di massa “tradizionali” (giornali e tv) prestino attenzione ai social.

Dando per scontato che non si tratti di una fake news, la ribalta riservata alla notizia si inserisce perfettamente nel solco della comunicazione rivolta ai più giovani, invitandoli ad usare i dispositivi ed osservare le regole di distanziamento.

L’idea del modo con il quale coinvolgerli da parte di chi gestisce i media probabilmente ha indotto a cercare ispirazione nel mare magnum dei social, alla ricerca di qualcosa che poteva fare al caso loro.

Ecco quindi la storia di Lorenzo Stocchi – giovane, sportivo, in salute ma nonostante questo gravemente attaccato dal virus: eppure la sua drammatica testimonianza, anche se autentica, non può non produrre un messaggio distorto. Per due precisi motivi:

Un messaggio che si presta a distorsioni

Il primo riguarda la sottolineatura della sua età e del suo stato di salute.

Evidentemente, il virus, come qualunque altra malattia, può colpire in modo grave chiunque: migliaia di persone ogni anno muoiono in Italia e nel mondo per cause più disparate, a cui dobbiamo prestare attenzione, ma non per questo sentirci minacciati: punture di ragni o altri insetti, reazioni allergiche e via dicendo.

Ciò non preclude gite in campagna o al mare, e neppure il consumo di particolari alimenti, anche se pochissimi di noi sono consapevoli delle allergie a cui vanno soggetti – e nessuno degli incidenti in cui può incorrere, né degli esiti.

In questo senso, la testimonianza di Lorenzo – per quanto reale – rischia, se pure indirettamente, di alimentare più l’incertezza che la consapevolezza della necessità di osservare le norme di sicurezza, poiché si presta ad essere interpretata prevalentemente come la prova della forza inarrestabile del virus.

Il rinforzo negativo

Ma c’è un secondo livello di interpretazione, ben più  importante.

Qualcuno dirà: meglio fare paura, altrimenti il messaggio non verrà recepito. Eppure, come ci insegna la consolidata letteratura in ambito pedagogico e delle tecniche di comunicazione (ma anche di marketing), ciò che viene connotato come negativo è sempre associato al suo contrario, perché solo un rinforzo positivo al messaggio può andare oltre i motivi che spingono ad ignorarlo.

Per questo i testimonial dei cibi dietetici e delle creme di bellezza sono modelli e modelle bellissimi ed in perfetta forma: nessuno comprerebbe quei prodotti se rimandassero direttamente ai difetti che promettono di combattere, anche se a prima vista sembrerebbe logico (e infatti noi non siamo logici nella scelta dei nostri comportamenti).

La nostra vita prima del COVID

Ma quando (anche se in modo velato, come in questo caso) la comunicazione diventa sociale, ecco che chi la gestisce spesso cade nel vizio dell’induzione alla paura a scopo educativo, privilegiando la razionalità all’emozione, che è il nostro vero motore decisionale.

Avevamo accennato a questo argomento a proposito della cosiddetta “pubblicità progresso” qualche anno fa:

La verità – banale – è che la nostra vita pre-COVID non è esente da insidie che coinvolgono statistiche di ogni genere: non solo malattie persino insospettabili

soprattutto incidenti, della cui frequenza e pericolosità normalmente non abbiamo percezione, nonostante i dati siano impietosi

Gli incidenti stradali continuano ad essere la prima causa di morte per la popolazione over 40: eppure nessuno si stupisce se si producono auto sempre più veloci, si continua ad abusare di alcool e droghe o perdurare di comportamenti imprudenti, quali utilizzare lo smartphone alla guida.

Promuovere uno stile di vita

Ma un conto è promuovere uno stile di vita di cui siano parte prudenza, prevenzione e attenzione all’altro, un altro è terrorizzare le persone sulle possibili conseguenze di ogni rischio a cui andiamo soggetti.

In questa delicatissima – lunghissima – fase di convivenza con il virus, in cui l’aspetto piscologico e sociale sempre di più acquisisce importanza accanto a quello sanitario, la sfida è quella di vivere nel modo più pieno la nostra vita, seppure condizionata dalle misure precauzionali necessarie.

Non è il drammatico – ma controverso – bollettino serale dei contagi (su cui abbiamo già scritto più di una volta),

e nemmeno l’enfasi data alle storie individuali in negativo che ci permetteranno di superare questo momento.

Perché, passato tutto, torneremo quelli di prima, ma maggiormente consapevoli della nostra fragilità. E ci vorranno molti anticorpi perché dal rilassamento dello scampato pericolo, non si finisca col cadere in una generalizzata depressione legata alla consapevolezza che in pericolo, in realtà, ci siamo sempre.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.