La cattiva informazione che modifica la nostra percezione della realtà

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La notizia, rimbalzata da tutti i telegiornali, è la stessa. Viene dopo la cronaca della situazione economica, e del suo indistinguibile correlato politico: “Calano i contagi da coronavirus”.

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Seguono i numeri. Mi limito al week end lungo del 29, 30 e 31 agosto: da 1.444 siamo passati a 1.365, quindi a 996. Un occhiello alla notizia, perlopiù verbale, avverte – quasi distrattamente – che il dato è rilevato “a fronte di un calo dei tamponi”. Ma la notizia resta quella di apertura: i contagi sono in lieve calo. E l’età media dei contagiati si è abbassata.

Leggere i dati

Prima di rivedere questi numeri, ricominciamo dall’inizio per capire di cosa effettivamente stiamo parlando.

Come accade per altri fenomeni sociali (penso alla violenza sulla donne, ad esempio), i numeri che conosciamo non rappresentano la totalità dei casi, ma solo quelli che vengono rilevati. Così, per il coronavirus, il contagio accertato riguarda solo le persone che hanno effettuato il test nel corso della giornata. Se non facciamo neppure un tampone, avremo come risultato un contagio zero, tanto per capirsi.

Riguardo la presunta flessione del dato nei tre giorni considerati, possiamo – dal punto di vista statistico – analizzarlo sulla base di due considerazioni.

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Il giorno 29, a fronte di 99.108 tamponi, abbiamo avuto, come detto, 1.444 positivi; il successivo, 1.365 positivi, ma i tamponi erano scesi a 76.723. Il 31, infine, 996 positivi su 58.518 test processati. È evidente che, calcolando il rapporto tra test e positivi, non si tratta di calo, ma di un aumento: dall’1,5, all’1,7%, all’1,8%.

Ma anche questo dato deve essere affinato: perché – statisticamente, appunto – il risultato di due campioni numericamente diversi (ma anche qualitativamente) non può essere paragonato con leggerezza: data la differenza numerica di quasi 40.000 test tra il 29 e il 31 avremmo potuto aspettarci viceversa davvero una diminuzione nell’incidenza dei casi.

I numeri non si interpretano a piacimento

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I numeri non si interpretano a piacimento, ma solo nel modo con il quale restituiscono la complessità che sottendono. Tra due calciatori che hanno entrambi la media del 100% tra gol e presenze in campo, quello che ha giocato dieci partite ha fatto senz’altro meglio di chi ne ha fatte solo due. È evidente.

Così come quando si afferma che “l’età media del contagio si è abbassata” senza ricondurre questa evidenza al fatto che i tamponi effettuati a coloro che rientrano dalle vacanze (la maggioranza) coinvolgono una fascia di popolazione giovane e giovanissima che prima non li aveva sostanzialmente effettuati.

Difficile definire tutto questo altro che cattiva informazione – in uno scenario nel quale le ragioni dell’economia (che detta l’agenda politica) hanno completamente soppiantato quelle della salute pubblica.

La salute pubblica ostaggio della politica

La commissione medica consulente del governo deve negoziare con i diversi attori sociali la distanza interpersonale da tenere, la capienza dei mezzi pubblici, le modalità di utilizzo delle mascherine, le riaperture dei locali. Come se un malato, anziché accattare la prescrizione del medico, discutesse con lui le dosi della terapia da assumere.

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Il governo viaggia sul filo del rasoio, stretto tra le responsabilità legate alla situazione sanitaria e la necessità di mantenere un grado elevato di consenso in una popolazione stanca e preoccupata ma incapace di vedere oltre il proprio naso.

La necessità di monitorare i contagi delle persone al rientro da viaggi e vacanze o nei luoghi della movida ha prodotto un piccolo ma significativo paradosso: per loro, diversamente da quelli che vogliono sottoporsi al test per tutelare se stessi e le persone con cui vengono a contatto (come i genitori ad esempio), il tampone è gratuito. Gli altri devono pagare anche fino a 70/80 euro.

A fronte di questo scenario che impone come minimo prudenza, l’informazione continua a parlare di numeri bassi o sotto controllo, a paragonarci con altri Paesi sulla base di valori assoluti non confrontabili, di un prossimo, inevitabile “ritorno alla normalità”.

Il terreno di coltura ideale per i negazionisti, per i politici che si rifiutano di portare la mascherina, per l’idea che la necessità di contribuire a tutelarci a vicenda sia una limitazione della nostra libertà.

Ma forse non c’è da fare nessun percorso per tornare alla “normalità”, perchè la normalità è questa: provare ad adattare la realtà alle nostre esigenze e comportarci di conseguenza, e non il contrario.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.