La narrazione sbagliata delle violenze sessuali di Capodanno a Milano

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Narrazione
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Salgono a nove i casi di violenza sessuale di gruppo avvenuti nella notte di Capodanno a Milano. Dalla spettacolarizzazione degli eventi all’accusa agli aggressori attraverso una lente che ignora le dinamiche del nostro Paese. Ecco cosa c’è di sbagliato nella narrazione che racconta ma non condanna gli abusi avvenuti in Duomo.

L’accaduto nella notte di Capodanno a Milano

Sono almeno nove le ragazze vittime delle aggressioni avvenute durantea notte di Capodanno in Duomo a Milano. Ai cinque casi già accertati di abusi, si sono aggiunte altre quattro giovani, identificate dalla Procura di Milano che sta indagando per violenza sessuale di gruppo. Secondo le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza e i video amatoriali circolati in rete, ad agire sarebbero stati più gruppi di giovani in maniera non coordinata tra loro ma con la stessa modalità: circondare e molestare, con la forza del “branco”. Si è assistito, ancora una volta, a scene di mascolinità performante che mostra il meglio di sé in circostanze di collettività in cui prevalgono componenti uomini. Perché, in effetti, su questo si basa la mascolinità cis: un uso smodato della violenza e del potere, espressi innanzitutto attraverso il predominio sessuale. E se si è in branco, tanto meglio. 

La narrazione che spettacolarizza le avvenute violenze sessuali di gruppo

L’indignazione per gli abusi avvenuti a Milano è passata dalla spettacolarizzazione degli eventi. Negli articoli circolati in rete, infatti, si assiste ad una narrazione che punta ad intrattenere i lettori, affamati di dettagli macabri, piuttosto che ad un’informazione trasparente che denunci la gravità delle violenze sessuali. “La vittima è una 19enne lombarda, in giro con le amiche. Viene accerchiata, palpeggiata, strattonata, cercano di svestirla. Vogliono prenderle la borsa, lei reagisce”, si legge su La Repubblica: un racconto a tutti gli effetti, con una trama e un susseguirsi di eventi narrati in un ordine cronologico. Il giornalismo italiano può ancora permettersi articoli che raccontano una violenza sessuale piuttosto che condannarne le dinamiche? E soprattutto, il nostro Paese e le vittime di questi abusi possono accettarlo?

“Il problema è che sono tutti stranieri”: no

Per muovere le folle verso l’indignazione, oltre alla spettacolarizzazione, serve dare un volto e un nome agli aggressori. Un volto e un nome che, però, non devono appartenere al nostro Paese. Ecco quindi che, immediatamente, tutta la faccenda ha spostato il proprio focus sul fatto che gli aggressori parrebbero essere stranieri. Non hanno perso tempo a commentare la nazionalità degli abusers diversi volti della politica italiana. Tra questi, Silvia Sardone si è espressa così: “Ci troviamo di fronte a un’idea, figlia di tradizioni e insegnamenti religiosi islamici, che prevede la sottomissione delle donne. Milano non può diventare l’avanguardia di un’idea della donna oppressa. Il PD colga al più presto questo problema reale, che cova in certi ambienti musulmani, anziché rincorrere utopie come l’integrazione.”

Forse, però, ci si è dimenticati di quegli episodi di abuso di gruppo “all’italiana”, come quello avvenuto durante i festeggiamenti in piazza dopo la semifinale degli Euro 2020. In quell’occasione, una ragazza aveva sollevato la maglietta restando in topless, venendo aggredita e palpeggiata dagli uomini intorno a lei. Anche in quel caso si potrebbe insinuare l’idea che tra gli abusers ci fossero stranieri a sventolare il tricolore dopo la vincita dell’Italia contro la Spagna?