Disinformazione su Twitter: scoperta truffa che coinvolgeva microinfluencer

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A scoprire la truffa sono stati i ricercatori della Mozilla Foundation. Le recenti campagne di disinformazione su Twitter sarebbero opera di microinfluencer pagati per lo scopo.

Come funzionava la disinformazione su Twitter?

La ricerca è proseguita nel corso degli ultimi due mesi, tramite Sprinkl, Twint, Trendinalia e strumenti similari. Gli autori sono Odanga Madung e Brian Obilo, della Mozilla Foundation. Ciò che hanno scoperto è sorprendente: sarebbero infatti ben 11 le campagne di disinformazione su Twitter. Queste comprenderebbero più di 23.000 tweet e 3.700 account, tutti collegati all’iniziativa Building Bridges (BBI). Si tratta di un referendum costituzionale previsto in Kenya per lo scorso giugno su iniziativa del Presidente, ma in seguito impugnato dall’Alta Corte di Giustizia.


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Screditare la magistratura

Il colpo non era piaciuto al governo, che aveva deciso di contrattaccare usando i social. “Questa ricerca offre una visione chiara del cupo boom del settore, degli influencer politici su Twitter in affitto in Kenya” ha spiegato Odanga Madung. “L’obiettivo principale del settore è influenzare l’opinione pubblica e le proteste elettorali, in particolare in relazione al processo di revisione costituzionale in corso in Kenya, l’iniziativa BBI”. In sostanza, l’idea era di screditare la magistratura e la società civile.

Influencer pagati

I ricercatori di Mozilla hanno avuto occasione di intervistare alcuni utenti che avevano partecipato alla campagna di disinformazione su Twitter. Questi affermano di aver ricevuto in pagamento tra i 10 e i 15 dollari al giorno per spingere nei trend gli hashtag. “Ogni campagna prevede di twittare gli hashtag del giorno fino a quando non compaiono nella sezione di tendenza di Twitter” aggiunge Brian Obilo. “Inoltre, alcune persone sono arrivate al livello successivo e vengono pagate circa 250 dollari al mese. Il loro compito è di assicurarsi che le campagne vengano eseguite su base giornaliera con hashtag diversi”. Occorre ricordare che in Kenya molte persone vivono con un dollaro al giorno: da ciò si deduce che queste somme potevano essere decisive per la vita di molti.

Poca sorveglianza

Oltre a questo, i ricercatori hanno scoperto che alcuni account erano certificati: ad esempio, ce n’erano di appartenenti a cantanti di un coro keniota. In alternativa, si utilizzavano immagini femminili per indurre gli utenti a dare un’occhiata ai contenuti desiderati. Generalmente l’organizzazione di simili campagne avveniva in modo semplice, ad esempio tramite WhatsApp. Ma non solo: la coppia di ricercatori riversa una parte di colpa anche sul lassismo di Twitter.

Twitter interviene

“Mentre Twitter una volta era visto come un partner dei cittadini kenioti nel consentire la libertà di espressione, alcune delle sue funzionalità sono sfruttate per scopi autoritari. I politici lo utilizzano per cercare di controllare le narrazioni politiche avvelenando le informazioni e molestando le voci di dissenso. Le campagne hashtag che abbiamo evidenziato ne sono un chiaro esempio” concludono i ricercatori. A seguito di questa ricerca, Twitter ha condotto un’indagine interna e intrapreso un’azione contro più di 100 account operanti in Kenya.