Il bullismo e il cyberbullismo sono fenomeni sempre più diffusi tra i banchi di scuola e nel mondo virtuale di bambini e adolescenti. Si parla di bullismo fin dalle scuole materne e ha delle conseguenze gravissime a livello psicofisico nella vittima e degli esiti psicopatologici nel bullo. Conoscere e riconoscere è l’arma vincente per contrastare questo fenomeno.

Ne discutiamo insieme alla prof.ssa Laura Occhini, Ricercatrice e Professoressa aggregata di Psicologia dello sviluppo e Psicologia del lavoro del Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Università di Siena.


Quali sono le caratteristiche comportamentali di un potenziale bullo?


Molte ricerche elencano specifici fattori di rischio che individuano nel clima familiare del bullo (clima ostile, trascuratezza/abuso, povertà, divorzi conflittuali e figli contesi) una delle caratteristiche che accomuna un ampio numero di individui che potremmo definire bulli. Un ambito di ricerca molto interessante, invece, prende in considerazione lo stile educativo genitoriale come criterio che influenza la partecipazione ad azioni di bullismo. I dati delle indagini compiute dal gruppo di lavoro dell’università di Warwick dimostrano, ad esempio, che uno stile parentale “iperprotettivo” (overprotective parent) mette il bambino a rischio bullismo. E’ lo stile educativo in cui il genitore tende a rimuovere dalla sfera esistenziale del figlio qualsiasi elemento di frustrazione. Per semplicità: è il genitore che insegna al figlio che qualsiasi fallimento non dipende dalle sue attitudini o dal livello di impegno ma dalla &cattiveria&, dall’&invidia& e dall’inferiorità degli altri (compresi gli insegnanti). Come a dire: in fondo se sei una vittima è perché te lo meriti, perché non reagisci, perché non ti sai difendere, perché non sei abbastanza competitivo, perché sei un po’ diverso dalla maggioranza… perché sì! Suppongo che qualcuno così vi sia capitato di incontrare,soprattutto se fate gli insegnanti!

In un bambino o ragazzo ci sono dei comportamenti che devono far suonare un campanello d’allarme per i genitori? Si può capire se il proprio figlio sia un bullo?

Per le vittime il campanello di allarme è il brusco cambiamento di comportamento: scoppi d’ira, pianto in aula e fuori, chiusura, isolamento e comparsa di disturbi psicosomatici, rifiuto dell’ambiente scolastico e ritiro sociale.
Per il bullo è un po’ più difficile e per vari motivi. Molto spesso il “bullo” proviene da un ambiente in cui l’atteggiamento aggressivo è pensato e vissuto come “sicurezza in se stesso” e come elemento di orgoglio per la capacità di imporsi o – come comunemente si dice – come riflesso di una personalità che “non si fa mettere i piedi in testa da nessuno”. Pare quindi evidente che anche se vi è consapevolezza dell’aggressività questa non viene considerata come un comportamento da estinguere o come un comportamento lesivo dei diritti degli altri.
La famiglia del bullo tende generalmente a considerare i comportamenti del figlio come &ragazzate& e la tendenza a minimizzare è condivisa non raramente anche dai genitori dei bambini non coinvolti negli atti di bullismo ma che ne sono solo spettatori.
Il bullo è spesso circondato  da una spirale di silenzio e di superficialità che lo rende inconsapevole della gravità dei suoi gesti e questo dipende spesso dalla leggerezza e dalla inconsapevolezza della famiglia.

L’avere subito a propria volta storie di bullismo può essere una causa?


Può esserlo. Può non esserlo. Ma anche in questo caso l’epidemiologia del fenomeno è vasta e non ha i contorni netti con cui ci piacerebbe avere a che fare quando trattiamo un fenomeno di così forte impatto sociale e psicologico. L’essere oggetto di violenza (verbale, fisica e anche virtuale), soprattutto nel periodo dello sviluppo, segna indelebilmente la personalità di un individuo. Non si torna indietro. E come un individuo reagisce, dopo che ha imparato la violenza, dopo che l’ha sperimentata sulla sua pelle, dopo che ha provato la potenza dell’umiliazione e della vergogna, non è cosa che possiamo prevedere se non in termini molto generali. Sì: può reagire a sua volta con violenza per reazione, per riscatto, per vendetta. O no: può chiudersi per paura, per vergogna. Può negarsi alla vita fino alle conseguenze estreme o può realizzare se stesso nonostante la violenza subita. Dipende tutto – e in larga misura – dal contesto educativo, dal supporto familiare, dalle alternative sociali che il ragazzo ha oltre l’ambiente in cui subisce il bullismo.

Perchè un ragazzo diventa un cyberbullo?


Questa è una domanda che temo sempre: anche in aula con i miei studenti. Innanzitutto vorrei chiarire che bullismo e cyberbullismo sono fenomeni che hanno contorni comportamentali completamente diversi come completamente diversi sono i comportamenti con cui vengono attuati.
Ma tornando alla domanda: se avessimo una risposta certa con molta probabilità potremmo affrontare il bullismo ed il cyberbullismo in termini preventivi invece che in termini riparativi.
Potremmo infatti attribuire la responsabilità a molti elementi: alla carenza di educazione all’empatia e al rispetto; all’allentamento del controllo genitoriale; al lassismo educativo… ma io posso assicurare che in una percentuale ampia di casistica riusciremmo sempre a trovare dei casi che non potremmo far rientrare in nessuna categoria. Sono propensa a credere che le cause non siano da ricercare nel soggetto che compie il gesto bullizzante ma nel contesto in cui questo avviene.

Che ruolo dovrebbero svolgere la scuola e la famiglia per combattere questo fenomeno?


L’educazione alla consapevolezza è fondamentale. Tanto per chi applica il bullismo quanto per chi lo subisce. Essere consapevoli significa imparare che le mie azioni non sono neutre, che ciò che faccio ha effetti nella esistenza di un’altra persona: sia nel bene che nel male. E questo può essere insegnato. Ma serve anche l’esempio pratico: se in famiglia il bambino sente deridere o insultare gli altri per il loro orientamento affettivo, per la loro posizione economica e sociale, per la loro provenienza geografica o per la loro appartenenza religiosa, per le dimensioni del corpo, per il genere a cui appartengono, perché sono ammalati, perché hanno una disabilità o un disturbo dell’apprendimento… se il bambino è esposto a tutto questo e se ha la percezione (trasmessa dai genitori iperprotettivi) di essere al di sopra di qualsiasi giudizio negativo nessuna forma educativa contro il bullisno avrà mai la stessa forza del messaggio di impunità trasmessogli dai genitori.


Che consiglio si sente di dare a chi è vittima di episodi di cyberbullismo?


I consigli da dare alle vittime di bullismo e a quelle di cyberbullismo non sono gli stessi. Sono due fenomeni – ripeto – che non possono considerarsi uguali come diverse sono le caratteristiche dei protagonisti. Il controllo sul cyberbullismo è difficile laddove la virtualità diventa un aspetto della vita reale. Posso solo immaginare di chiedere alle vittime di non assecondare le spirali di silenzio e di superficialità e di nonc redere che l’isolamento porti alla soluzione. La soluzione è nella denuncia del fenomeno. Sempre!


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