Alessandro Pascale: Sala incarna bisogni e interessi dell’alta borghesia

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Alessandro Pascale

Alessandro Pascale, candidato a sindaco per il Partito Comunista alle elezioni Comunali di Milano, da sempre impegnato nella politica nasce nel 1985 a Aosta. Si trasferisce a Milano laureandosi in Storia. Inizia a insegnare nelle scuole superiori di Milano. Da sempre scrive saggi storici riguardo il comunismo e tiene viva la memoria della Resistenza partigiana.

Qual è il motivo principale che ti ha spinto a candidarti come Sindaco di Milano?

La grande fiducia che ho sentito attorno alla mia figura da parte della dirigenza nazionale e locale del Partito Comunista, al quale mi ero avvicinato pochi mesi prima, dopo un lungo periodo di osservazione. Il buon esito del III Congresso del Partito, con una netta svolta analitica sulle questioni internazionali, ma anche l’apertura alle altre forze comuniste, bloccata dall’opportunismo altrui, mi hanno convinto definitivamente che questa organizzazione ha le carti migliori per costruire un percorso capace di ridare dignità e speranza alla classe lavoratrice di questo paese. La mia è una candidatura di servizio alla causa, fatta con spirito di lotta e conflitto. Stante la raffinatezza del controllo sociale, ideologico e politico espresso dall’attuale regime, che definisco un totalitarismo “liberale”, non è evidentemente per noi possibile ottenere un seguito di massa senza prima essere riusciti a radicare il partito in ogni città, in ogni quartiere, in ogni condominio. A Milano, come nel resto del paese, serve una rivoluzione. Questa è la linea del partito, che io condivido pienamente. Non c’è futuro possibile sotto questo regime capitalista. Le ragioni del socialismo sono ancora le più valide.


Fermati militanti Partito Comunista senza apparente motivo


Sala è riuscito a comprendere i bisogni e le necessità della cittadinanza milanese?

Sala ha incarnato benissimo i bisogni e gli interessi dell’alta borghesia, dei palazzinari, dei finanzieri, delle multinazionali, delle cosche mafiose, della zona 1 di Milano, insomma di quella “Milano da bene” (e “da bere”) che anche in questi anni ha continuato a fare la bella vita, anzi si è perfino arricchita. Non dimentichiamo che secondo stime di Assolombarda (verosimilmente al ribasso) a Milano il 9% della popolazione detiene il 33% della ricchezza. Sala ha permesso di svendere agli arabi un intero quartiere come Porta Nuova, lasciando che personaggi come Manfredi Catella ottenessero profitti ultra-milionari. Agli abitanti delle periferie sono state lasciate le briciole, con interventi scarsi, insufficienti o inadeguati. Nulla è stato fatto per i precari delle aziende pubbliche o per cercare di controllare le immense speculazioni dei privati avvenute soprattutto nel settore immobiliare. Milano è la città più cara d’Italia. Non è tollerabile che si paghino 500 euro di affitto per una camera singola. Questo schifo deve finire. Sala è riuscito a spacciarsi di sinistra solo perché abbastanza attento a strumentalizzare alcune questioni dei diritti civili, come insegna il PD, che a sua volta ha preso a modello il l’ideologia “liberal” del partito democratico statunitense. Di fatto le politiche economiche liberiste sono borghesi e di destra. Sala e Bernardo sono due facce della stessa medaglia.

Quale sarà il primo problema da affrontare una volta Sindaco? Quali sono le emergenze che devono essere affrontate nell’immediato nella città di Milano?

Il primo problema da risolvere è alleviare l’enorme povertà che si è diffusa a macchia d’olio anche a Milano. Abbiamo visto tutti le tante code dei “nuovi poveri” in fila per ricevere un pasto caldo da Pane Quotidiano. Nessuno deve restare indietro. Bisogna costruire un adeguato intervento pubblico per garantire a tutta la popolazione dignitose condizioni di vita, perché l’attività assistenziale dei privati può in questa fase dare un supporto importante, ma non può sostituire completamente l’attività degli enti pubblici. L’emergenza si supera però agendo principalmente su due fronti prioritari sul medio-lungo termine: bisogna garantire a tutti il diritto alla casa e ad un lavoro dignitoso, partendo dal principio guida per cui possiamo lavorare tutti, lavorare meno, vivere meglio.

Quale sarebbero le sue proposte sul lavoro, la casa e le municipalizzate?

Come potrebbe agire una giunta comunale comunista al potere a Milano? Se finissi a Palazzo Marino avrei chiari i paradigmi da seguire: riforma delle aziende municipalizzate, espansione del settore pubblico, creazione di un’azienda di edilizia pubblica che avrebbe il monopolio potenziale sul territorio edilizio di Milano. Occorre fare un censimento immobiliare per capire chi sono i “grandi proprietari” (oltre 100 unità immobiliari) che tengono in scacco la città, tenendo artificialmente i prezzi alti. Dopo averli identificati, gli alziamo enormemente la tassazione sulle case sfitte, e laddove necessario, le abitazioni sfitte verranno espropriate per ragioni di pubblica utilità. Preciso che sotto la nostra gestione tutti i lavoratori dell’edilizia privata verranno riassorbiti in un’azienda sostenuta da appositi enti finanziari pubblici, con cui avviare la ristrutturazione della città. Bisogna partire da questi presupposti: le aziende non devono essere gestite solo dalle istituzioni politiche comunali, ma occorre stabilizzare tutti i precari pubblici e affiancarli ai “vecchi”, in nuova forma organizzativa: noi proponiamo un Consiglio di Amministrazione in cui la metà dei membri è eletta dal Consiglio Comunale, e l’altra metà direttamente dai lavoratori dell’azienda stessa. Questo significa dare potere effettivo e diretto ai lavoratori di partecipare alla scelta dei propri quadri dirigenti e di decidere sui meccanismi interni di gestione e produzione dei beni e servizi, oltre che sul proprio rapporto di lavoro.

Questo non è populismo?

No, sarebbe l’avvio verso una società più civile e sana. Abbiamo bisogno di un’attenta pianificazione politico-economica che parta dallo sviluppo di una politica industriale pubblica. Siamo un paese avanzato e siamo in grado di guidare l’economia in maniera più efficiente rispetto a quanto faccia questa “mano invisibile” del mercato. La nostra è una proposta aperta a tutto il mondo del lavoro che soffre per la subalternità italiana agli interessi di Washington e Bruxelles. Deve però essere chiaro che ci serve una società effettivamente democratica, guidata dal suo popolo, a partire dalla redistribuzione del potere nei confronti della classe proletaria. Per 40 anni il popolo ha visto accentuare la propria condizione di schiavitù salariale, a seguito delle tremende piaghe neoliberiste inflitte da centro-destra e centro-sinistra, ossia dai rappresentanti delle principali fazioni borghesi. Noi sappiamo che solo dallo sviluppo degli enti pubblici è possibile regolamentare adeguatamente il caos dell’anarchia produttiva capitalistica, in cui ognuno fa quello che gli pare. Noi daremo esempio: la democrazia nei luoghi di lavoro è una condizione di libertà necessaria perché si possa parlare di reale democrazia politica. Si ricordino sempre le parole di Jean-Jacques Rousseau: «la Democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi».

Alessandro Pascale requisirete le aziende alla gente?

Non intendiamo toccare le aziende private già esistenti, a meno che non si parli delle 4600 multinazionali che stanno sul nostro territorio spesso senza pagare mezza tassa. Su questo investigheremo con attenzione. Daremo anzi aiuti alle imprese private a condizione che rispettino il mantenimento dei livelli occupazionali pre-covid e criteri di equità sociale e ambientale supportate alle loro possibilità; aiuteremo gli enti no-profit che dimostrino di realizzare progetti di riqualificazione del territorio (compreso lo sviluppo di fiere locali e opere d’arte urbana); sosterremo le lotte delle cooperative e delle assemblee libere di lavoratori impegnati nell’esperienza della fabbriche recuperate. Elimineremo poi gli appalti, tagliando così le gambe alle mafie. Se governassimo Milano con il sostegno della classe lavoratrice, noi comunisti potremmo rimetterla in sesto in pochi anni, dando un esempio concreto di un differente modello di sviluppo, oltre che della capacità di offrire una più efficiente gestione politica e socio-economica della crisi che ormai ha colpito la civiltà occidentale. Il capitalismo imperialista non può proporre un modello migliore e più efficiente rispetto alla gestione cinese e alle nostre alternative di conciliare democrazia e partecipazione politica.

Quali sono le strategie per contrastare il degrado cittadino e la criminalità? Quali sono le vostre proposte di integrazione in una Milano sempre più multietnica?

Milano è la capitale del capitalismo italiano, e siccome il nostro paese è una semicolonia statunitense, li prendiamo a modello anche bella definizione dei piani urbanistici e residenziali: al di là del centro storico, sempre più disabitato e in balìa di assicurazioni, banche e palazzinari, ci sono periferie in cui si affollano centinaia di migliaia di immigrati (il 20% della popolazione di Milano è composta da stranieri), chiamati a svolgere i lavori più umili e degradanti. Gli immigrati tendono ad accettare condizioni peggiori di lavoro, e sono più facilmente ricattabili dai padroni privi di scrupoli etici. Ne consegue una concorrenza al ribasso che penalizza anche i lavoratori italiani autoctoni, oltre ai migranti “interni”, cioè quelle migliaia di giovani che arrivano dal Sud per studiare o lavorare. Nei quartieri periferici si creano veri e propri ghetti in cui si creano comunità etniche separate dal resto della popolazione, prive di diritti politici, non integrate culturalmente. Chiaramente la povertà e la disoccupazione sono più diffuse in questi settori, ma a fronte della crisi capitalistica colpiscono sempre più anche gli italiani. Il capitalismo necessita strutturalmente di un esercito industriale di riserva, cioè di una massa di disoccupati, per tenere i salari bassi. È per questo che molti vorrebbero abolire il reddito di cittadinanza. La ricetta per superare degrado e criminalità è allora quella di dare lavoro, casa, cultura e investire sulle periferie, decentrare servizi e attività produttive, obbligare gli stranieri a partecipare gratuitamente a corsi di lingua-cultura italiana e diritto pubblico/privato affinché possano integrarsi nella nostra società, consapevoli dei propri diritti.

Voi parlate di lavoro, casa, istruzione, ma in che modo e con quali soldi?

Vi diranno che i fondi finanziari non ci sono, ma la realtà è che noi milanesi paghiamo ogni anno 300 milioni di euro soltanto di interessi finanziari sull’enorme debito (4 miliardi di euro) accumulato dalle giunte precedenti. Costruiamo una commissione straordinaria per esaminare chi detiene queste quote di debito; prepariamoci a non rispettare il vincolo del Patto di stabilità imposto dall’Europa delle banche; cerchiamo di far pagare le tasse alle 4600 multinazionali che agiscono su Milano. Se tutto ciò non basta, chiediamo un contributo ai più benestanti alzando loro l’addizionale IRPEF (che oggi prevede un unico scaglione allo 0,8% sui redditi superiori ai 23 mila euro), premettendo che noi la elimineremmo per i redditi inferiori ai 32 mila euro. È tempo che anche i ricchi diano il loro contributo, dopo anni in cui hanno fatto la bella vita.

In bocca al lupo allora. Non sarà facile contro tre candidati comunisti.

Viva il lupo. Aggiungo solo un appello a tutti i compagni e le compagne che convinceremo: noi sappiamo di essere in una fase di costruzione del partito. C’è spazio e bisogno di tutti: il vostro voto è un sostegno importante, perché ci aiuta a mostrare la nostra forza a molte persone che giudicano la potenza politica sulla base del consenso elettorale. Abbiamo messo in campo il Programma politico più convincente e abbiamo fatto proposte di aggregazione dei comunisti anche per queste elezioni. È evidente che qualcuno vuole prendere le misure. La posizione del Partito Comunista è delicata: il movimento comunista italiano è stato egemonizzato per decenni dal revisionismo ideologico. La lotta per una corretta teoria e prassi, l’affermazione di un’organizzazione fondata su basi leniniste sono presupposti necessari, per quanto non sufficienti, per ricostruire su solide fondamenta. Non possiamo cedere sulla necessità di valorizzare gli insegnamenti della teoria più vincente nella nostra storia. Ovviamente con la capacità critica di mantenere gli aspetti politici ancora vivi, e di saper adattare l’analisi e le proposte tattiche e strategiche all’attuale fase storica senza tradire i princìpi. Siamo quelli che hanno studiato meglio le lezioni del passato, abbiamo l’analisi più adeguata e siamo i più organizzati. Per queste ragioni invito a votarci, ma soprattutto a sceglierci, partecipando con noi all’organizzazione della lotta per la rivoluzione che serve a Milano e a tutto il paese.