Gesti antichi che raccontano la storia di un popolo. La raccolta e la lavorazione di giunchi ed erbe palustri per dare vita alle “zzuche”, corde resistenti da trasformare in “fili” per stendere i panni, e poi da intrecciare ancora e ancora a formare impagliature per sedie, tappeti e coperture.

Sono gli intrecci di Bagnolo del Salento: un mestiere che fino a sessant’anni fa vedeva protagonista, principale fonte di reddito, quasi l’intero paese. Un mestiere che si è perduto, ma che non bisogna dimenticare. Perché sono quei gesti originari a rendere unico il carattere di una comunità, perché la storia non va mai dimenticata, perché semplicemente quei gesti sono il tesoro dell’essenza e della memoria.

Ancora oggi gli abitanti di Bagnolo non sono chiamati solo Bagnolesi, ma ricordati anche come “zzucari”, cordai di meravigliosa abilità.

La manipolazione e trasformazione delle erbe palustri è infatti un’arte: la fibra viene lavorata con i  palmi delle mani, imprimendo una rotazione e aggiungendo sempre nuove cannucce (pileddhu, la cannuccia di palude), così che la corda (“zzuca”) si allunghi sempre più.

Eccolo il gesto, meraviglioso a vedersi, con un ritmo che ti stupisce e ti incanta al tempo stesso. Le cannucce paiono intrecciarsi per magia, la magia dettata dal ritmico e velocissimo movimento delle mani, quelle delle poche donne che oggi ancora sanno fare le “zzuche”.

Erano gli uomini che si recavano d’estate nelle paludi per la raccolta, in bicicletta o coi carretti: nelle campagne in prossimità dei laghi Alimini, nei vasti ettari di terreno di proprietà della famiglia Tamborino di Maglie, frazionati e assegnati con contratto stagionale alle famiglie bagnolesi.

E poi via di lavorazione. Tutto il paese era coinvolto: chi lavorava a giornata, chi veniva pagato per ogni ravagnu fatto: una matassa di “zzuca” lunga più di 20 metri, ripiegata a mo’ di fascina.

Ma prima che le “zzuche” potessero essere realizzate, le erbe dovevano essere seccate: sistemate a ventaglio sulle terrazze riposavano circa otto giorni; poi venivano depositate in “magazzini” (ambienti voltati e con pavimento in pietra leccese schiusi dietro i portoni delle antiche abitazioni).

Così il lavoro di intreccio proseguiva per tutto l’inverno: il materiale secco veniva bagnato e battuto con un grosso martello e, ammorbidito, flessibile ed elastico, prendeva la forma delle “zzuche” tra le mani laboriose delle donne.

E poi le “zzuche” venivano vendute così, in fasci, oppure lavorate ancora: corde per calare i secchi nei pozzi e raccogliere l’acqua, tappeti, fodere per botti, borse, fuscelle per la ricotta….

Oggi l’artigianato bagnolese ha visto il suo tramonto, le “zzuche” sono ormai solo memoria e nostalgia … Ma quelle cannucce intrecciate, ve lo assicuro, profumano di terra e di erba, di arte antica e di faticoso amore. Sarebbe bellissimo che quel profumo ricominciasse ad invadere le nostre case!

(Educational “Dall’Avvento all’Immacolata sulle orme di Scanderbeg” realizzato dall’ Accademia dei Volenterosi e il Comune di Bagnolo – Progetto P.O.R.FESRSE 2018-2020 Regione Puglia).

Gino, memoria storica degli “zzucari”
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