Strage di via d’Amelio: una ferita ancora aperta.

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“É bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”

ACCADDE OGGI.

Nel ventiseiesimo  anniversario della strage di via D’Amelio, l’Italia ricorda quell’orribile attentato di stampo mafioso in cui persero la vita il magistrato italiano Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta: Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta),Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano e Claudio Traino.

A due mesi dalla morte dell’amico Giovanni Falcone, una fiat 126 rubata, contenente 90 kg di esplosivo, telecomandata a distanza, esplose in via D’Amelio 21. Questa stradina di Palermo ospitava la dimora della mamma del magistrato, motivo per il quale Borsellino si trovava li.

Antonino Vullo, unico agente sopravvissuto all’attentato, ricorda quel giorno come una surreale scena di guerra citando orripilanti dettagli che farebbero rabbrividire chiunque.

Una ferita che oggi rimane aperta, un delitto tutt’ora irrisolto.

In varie occasioni, Borsellino ricorda come la lotta alla mafia sia stata per lui un’esigenza morale derivata dall’incapacità di chiudere gli occhi di fronte a tante morti innocenti. Lui e Falcone speravano di trovare nei giovani la chiave risolutiva a questa piaga che ci ha governato per anni.  Secondo Borsellino, infatti, l’onnipotenza della mafia cesserà davvero d’esistere quando i giovani ne negheranno il consenso. Come farlo?

Educare alla bellezza è un tema ricorrente nelle vittime della mafia, molto forte soprattutto in Peppino Impastato. La bellezza vera che non è qualcosa di troppo intellettuale, accessibile solo ad un’ elite colta. Non ha nulla a che vedere con il contemplare l’arte attraverso quadri, statue e quant’altro. É la capacità di avvertire il disgusto verso il macabro, il poco armonioso, il rustico, il grigio. 

 

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