Bologna “la Rossa” ha un cuore nero. Il mito la racconta rivoluzionaria, la realtà la mostra spesso diversa dall’immagine pubblica che “Bologna bambina per bene, Bologna busona”, citando Guccini, ci tiene ad offrire di sé.

Uno strano porto di mare

La città emiliana a partire dal secolo scorso ha visto il suo nome associato al colore simbolo del comunismo (anche se in realtà l’appellativo le viene dal tipo di mattoni utilizzati per la costruzione dei suoi edifici ed i suoi portici), l’anima più intima e profonda della Dotta è più nera, in molti casi, che rossa. Bologna è un porto di mare senza il mare ed i sentimenti che questo ispira. Accoglie, finché puoi pagare le spese per “la marina”, l’ormeggio della tua persona in città, poi o ti arresta o ti espelle. In alcuni casi riesce a fare anche le due cose insieme.

Libera sotto ogni padrone

“Grassa”, “umana”, “dotta”, “rossa”. Di appellativi la città ne ha sempre avuti tanti, ma la propria identità ha sempre fatto fatica a definirla. Firenze è stata signorile, Venezia regina dei mari, Milano capitale del commercio e della finanza, Roma santa e imperiale, Napoli spagnola, Torino regia. Bologna, invece, è stata, storicamente una città amorfa e polimorfa assieme. È una città che ha la pelle del camaleonte, l’occhio e l’orecchio dell’albergatore e del mercante, l’intelletto del notaio che prende atto dei fatti e pone il suo sigillo, il fiuto di un cane da caccia. È stata sempre libera. Ora libera con i Medici, ora con il Papa, una volta con Napoleone, poi con i Savoia, poi con i socialisti, libera con Arpinati e libera con le coop. Bologna, nascosta tra i colli, fiuta l’aria e si muove come un gallo sul tetto, a seconda del vento.

Bologna e la fame

Dico Bologna, non i bolognesi, “se esistono” e Bologna è una città ingorda, una città contadina coperta di mortadelle e diamanti, come la descrive il cantautore di Pavana, una città che ha fame e ragiona guidata dalla fame. Per saziarla a volte è servito del cibo, altre testi universitari o canzoni, altre persone da conoscere, per condividerne le storie o seguirne le direttive ed il cammino, altre volte ancora i soldi ed il bisogno d’ordine. Non ha mai rinunciato, almeno nel suo raccontarsi, alla propria libertà e quando questa è mancata ha cominciato a bramarla, fino a divorarla con avidità e con avidità ha poi desiderato la ricchezza.

Le mani di Bologna

Oggi quello che ancora si muove, o prova a farlo in città, ha ancora fame di libertà. La città in sé è ricca ed avida, guarda con invidia e bramosia a Milano, costruisce la torre dell’Unipol e FICO e arricchisce la Fiera (impoverendo chi ci lavora), crea collegamenti ipermoderni ed inutili per l’aeroporto, investe sui tram dopo averli tolti dalla circolazione decenni fa, muove con ansia crescente enormi somme di denaro. A suo merito va detto che investe anche tanto in cultura: mostre, concerti, cinema in piazza, ma tutto questo perché anche con la cultura si mangia (e Bologna questo lo sa dal 1088).

Le gambe di Bologna

Esiste così una città ricca, immobile, che muove le braccia, che tira a sé tutti gli spiccioli che trova per strada ed un’altra che cammina, si sposta, cerca soluzioni e percorsi diversi, spesso in clandestinità quando non in totale violazione di ordinanze comunali. C’è una città che ha mani e braccia ed un’altra che ha gambe e vorrebbe muoversi ed e come se le braccia della prima non bloccassero le gambe della seconda. Queste appartengono spesso a studenti venuti da fuori, spesso dal sud, illusi dal miraggio di una Bologna che fu, millenians idealisti nella massa informe di quelli che si trasferiscono in città entrandoci come si entrerebbe nel paradiso italiano della movida universitaria, ragazzi, donne, uomini, che ospiti della città, accolgono quelli che la città rifiuta, sapendo di essere, in silenzio, rifiutati loro stessi, o di poterlo essere al prossimo aumento d’affitto che non riuscissero a pagare.

La paura dopo le bombe

I bolognesi, se esistono, sono quelli che temono quest’ “invasione” di persone libere, che organizzano corsi gratuiti, offrono un servizio di doposcuola ai figli dei bolognesi e degli immigrati in ugual misura, che scioperano se c’è da difendere anche solo un lavoratore o un senzatetto e la paura, per quanto irrazionale, è a volte comprensibile, soprattutto se hai perso dei familiari a bordo di un aereo diretto in Sicilia o al bar della stazione mentre aspettavano il tuo arrivo. Se hai appena superato il trauma dell’Italicus e dopo 6 anni, in meno di due mesi conosci prima “Ustica” e poi “la stazione di Bologna”, aver paura, voler proteggere “il proprio”, che diffidano del rumore e dei passi degli sconosciuti, degli stranieri, di quelli che son sempre in strada.

Indizi

Bologna è una vecchia città ricca, che mugugna e mormora di fronte al forestiero, forestiero che nel dialetto locale è comunque “un marucchén” (un marocchino), che provenga da Bari, Trapani o Casablanca poco importa. È una città che se ci son dei tizi che se ne vanno in giro su una Uno bianca ad uccidere e derubare la gente, sicuramente quei tipi sono dei calabresi. È una città dove i mitici e mitologici “figli dei fiori” degli anni ’70, dopo che hanno occupato per più di vent’anni una casa, fino a diventarne proprietari, chiedono che si evitino gli schiamazzi notturni e si rispetti la quiete della gente che dorme “e che domani lavora”.

Graffiti per le strade di Bologna

Il sindaco di destra

Si comprenderà allora che in una città come questa, per tutelare la propria libertà è necessario che venga fatto rispettare l’ordine e se proprio non si può avere un altro Arpinati che ci sia almeno un governo di destra a reggere le sorti della città. Capita, allora, che venga eletto un sindaco di destra a Bologna, mentre a Roma governa Berlusconi. Ma Bologna non può essere di destra. L’Italia non può e non deve esserlo. Così durante la sua campagna elettorale per diventare sindaco della città, Cofferati, poi sindaco, annuncia che “quello che succede a Bologna, succede poi a Roma”. Si veniva dall’unica amministrazione di centro-destra dal dopoguerra ad oggi, quella di Guazzaloca, e le parole dell’ex sindacalista animavano Piazza Maggiore con una speranza per le magnifiche sorti e progressive, per il sol dell’avvenire che sembrava levarsi dietro gli Asinelli. In pochi mesi Bologna ebbe finalmente il suo sindaco di destra. La città da quel momento in poi non sarebbe tornata ad essere più quell’oasi di speranza e sperimentazione che il mito degli anni ’70 ancora oggi racconta. Come gli assembramenti erano vietati in epoca fascista, così il nuovo sindaco emanò un’ordinanza contro il bivacco in Piazza Verdi, al centro della zona Universitaria. A nulla valsero le parole e gli interventi di Stefano Benni che in quella piazza tenne in quei giorni dei reading, né le parole di Umberto Eco, che qualche anno dopo disse che la grandezza dell’Università di Bologna non è solo legata “all’Ateneo ma anche alla piazza dove le idee di studenti di vari facoltà si incontrano e si confrontano, dove si formano le persone e non solo gli studenti.” Dopo un anno dall’insediamento Cofferati decise poi di vietare la Street Rave Parade che attraversava le vie della città e che rappresentava un evento di rilevanza europea tra i giovani. Moltissimi centri sociali vennero chiusi o spostati fuori città, diventando presto dai locali eleganti frequentati solo da ricchi figli di papà. Il Link, che aveva ospitato negli anni artisti come De Andrè o Dario Fo o il Livello 57 impegnato in campagne di informazione e prevenzione sulla droga e fonte di supporto tecnico in alcuni casi anche per la questura cittadina.

Graffiti per le strade di Bologna

Bologna oggi

E così arriviamo ad oggi. Cosa succede oggi sotto le bianche torri di Kenzo Tange e quelle rosse degli Asinelli, che quasi s’inchinano allo svettante grigiore di quella dell’Unipol? Nella “rossa” Bologna, come cambiando città, la situazione sembra essere molto diversa. In occasione del Gay Pride di qualche settimana fa ci sono stati piccoli gruppi di neofascisti che hanno provocato i manifestanti con urla e striscioni esposti ai Giardini Margherita, ma l’anima nera della città sembra si muova molto più silenziosamente e con maggior forza di quanto la sparuta presenza di questi provocatori potrebbe far pensare. Lo si legge nei graffiti che chiedono “spranghe e bastoni per ne**i e terroni” o rivendicano “Bologna per i bolognesi”, lo si vede nelle ordinanze contro le attività commerciali di pakistani e bengalesi, nel modo in cui vengono trattati i dipendenti di un ente come la Fiera, alla cui gestione partecipano Comune e Regione, lo si vede nell’illacrimata tristezza per le strade che nessuno più ascolta e vede, nei licenziamenti di chi, avendo sofferto sulla propria pelle e sulla propria famiglia quello che han fatto i fascisti ha l’urgenza ed il coraggio di urlare che Forza Nuova a Bologna non può manifestare, lo si sente nelle chiacchiere delle vecchie azdore che dopo aver comprato la verdura per il loro minestrone dal fruttivendolo bengalese si lamentano dell’ “invasione” degli stranieri, così come lo si può ascoltare nelle osterie, una volta templi dove si potevano ascoltare le storie allegre del passato della città e dove oggi nei calici ribolle l’astio per gli stranieri. Lo si vede nella cecità per tutto questo.

Conclusioni

Non saprei dire se il governo centrale stia per cadere o meno, se si voterà in autunno o in primavera o tra quattro anni, ma “se quello che succede a Bologna, poi succede a Roma”, forse basterà attendere le prossime comunali e le regionali dell’Emilia Romagna, per sapere quale futuro, non solo la città e la regione, ma anche il resto d’Italia.

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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