Primo suicidio assistito in Italia dopo anni di battaglie legali

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Primo suicidio assistito

Giovedì “Mario”, identificato per la prima volta con il suo vero nome, Federico Carboni, ha posto fine alla sua vita, diventando il primo suicidio assistito legale in Italia. Secondo l’Associazione Luca Coscioni, che si batte per la legalizzazione dell’eutanasia l’uomo è morto nella sua casa nella città portuale di Senigallia. Nel centro Italia. Dopo essersi autosomministrato un farmaco letale.

Primo suicidio assistito: il caso costituisce un precedente per l’Italia?

Sull’argomento notiamo un dibattito molto polarizzato fra chi si oppone in modo radicale e i sostenitori dell’eutanasia legale. La voce contraria è quella del Vaticano. Ma anche di molti politici. La Chiesa cattolica si è già pronunciata a riguardo, in molteplici occasioni. Di rilevanza ai fini della discussione è la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede “Samaritanus bonus”. Dove, analizzando i casi più recenti, il Dicastero si è espresso sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Tuttavia una decisione del 2019 della Corte costituzionale del Paese riconosce una “forma” di suicidio assistito (senza colpevolezza per chi aiuta nel processo). Le condizioni, però, sono particolarmente restrittive. Il richiedente deve essere in completo possesso della capacità di intendere e di volere. Inoltre deve soffrire di una patologia cronica e irreversibile che provoca sofferenze che la persona considera intollerabili.

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La situazione in Italia

Federico Carboni, 44enne paralizzato da 12 anni fa in un incidente stradale ed ha dovuto affrontare una serie di ostacoli legali, burocratici e finanziari nella sua ricerca della morte. Però il suo caso ha contribuito a promuovere il dibattito sul diritto a una morte dignitosa. L’Associazione Luca Coscioni che si batte per la legalizzazione dell’eutanasia, lo scorso anno ha raccolto più di un milione di firme per tentare di imporre un referendum che rendesse più accessibile la procedura. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha respinto la richiesta. Sostenendo che un voto in merito non proteggerebbe sufficientemente le persone “deboli e vulnerabili”. La proposta di abolire una parte delle norme sull’omicidio di una persona consenziente era un modo per rendere legale di fatto l’eutanasia. Il fatto che il testo base della legge precisi che la richiesta debba essere rivolta al medico di fiducia o al medico di medicina generale è un grosso limite. Voluto dal legislatore. Per non poter essere utilizzata nella maggior parte dei casi.

Il diritto a decidere per la propria vita

Per affrontare il tema sull’eutanasia, oltre alle specifiche distinzioni di caso, si dovrebbe riflettere sul definire la libertà ed i suoi limiti. Tutelare il malato, e la sua famiglia, sono sicuramente un compito imprescindibile, ma fino a quando questo non si scontra con le necessità che determinate condizioni patologiche impongono? Fino a che punto ci si può definire liberi, in un mondo dove non si ha la possibilità di scegliere che fare del proprio destino terapeutico?