#Eutanasia: l’inquietudine del Vaticano per il fine vita

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Torna in Aula alla Camera la legge sull’#eutanasia. E il Papa torna a parlare del suicido assistito. Una tra le battaglie civili a cui la Chiesa cattolica oppone il suo fermo divieto. Tema ostico e controverso, lo spettro del fine vita tormenta l’opinione pubblica e il Legislatore almeno da 30 anni. Per non parlare della Chiesa. L’Italia, cuore della cristianità, è un Paese incerto e stanco di Dio? Gli italiani appaiono persone di poca fede, e sempre più indifferenti ai principi dottrinali e al valore della vita umana? Ed è questa l’inquietudine del Vaticano. Espressa da Bergoglio nell’Udienza Generale nell’Aula Paolo VI.

#Eutanasia: qual è l’inquietudine del Vaticano?

L’eutanasia è un argomento divisivo. C’è chi pensa che sia qualcosa di giusto e accettabile. Un diritto umano. E chi inorridisce pensando che si stia facendo del male a qualcuno. La Chiesa ritiene che il fine vita sia un atto contro natura. Secondo il Pontefice, “dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. Ricordo che va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti. Affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati”. Ma se una persona ci chiedesse di porre fine alla sua vita perché troppo dolorosa, come dovremmo comportarci? Non c’è una reazione giusta o sbagliata. Togliere la vita a qualcuno è sempre un atto forte ed emotivamente straziante. Ma se vedessimo che quella persona potrebbe stare meglio se riposasse in eterno perché non dovremmo pensare di darle la “buona morte”?


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Fine vita si o no?

Ma la vera domanda è: quanto la nostra solidarietà può aiutare e sollevare dai mali l’altra persona? Occorre rilevare un punto teologicamente importante. L’essere umano, è nato sotto la libertà o come pedina di un gioco sempre più grande di lui? Dio resuscitando Gesù non ha sconfitto il potere della morte? La vita terrena non sempre può garantire la piena felicità degli individui. Quindi sul fine vita occorre assumere il punto di vista della persona sofferente. E solo in seconda istanza quello del medico, della società, e della Chiesa. Quest’ultima del resto ha sempre avuto nei confronti dei morti per suicidio un atteggiamento di particolare durezza. Lo stesso Dante, ovviamente fedele alla dottrina cattolica, nel canto XIII dell’Inferno riserva a questi peccatori un contrappasso particolarmente duro. Ben spiegato nell’incontro con Pier della Vigna.

#Eutanasia: questione di vita o di morte.

Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Luis Ladaria dice: “Si assiste alla promozione, a livello legislativo internazionale, dell’eutanasia e del suicidio assistito, fatto che rappresenta un vero cambiamento di paradigma nella cura dei malati nelle fasi terminali della vita, come se ci fossero vite da scartare“. Dunque c’è chi ancora grida all’omicidio quando sente parlare di queste cose. Ma il male di vivere a volte è talmente insopportabile che l’unica via d’uscita non può essere che quella. Un italiano che decide di porre fine alla sua vita, tra l’altro non dovrebbe cercare la morte altrove. Lontano dai suoi affetti. L’aiuto al morire non deve essere concepito come un’assolutizzazione dell’autonomia individuale. Piuttosto in casi specifici e in certo modo eccezionali, può essere espressione di una pluralità di principi. Dalla beneficenza, intesa, in senso cristiano, come amore per il prossimo sofferente, alla compassione e alla carità. La dolce morte non è un passaporto laico per atei e agnostici, supportato da un presunto diritto alla non sofferenza. Bensì un diritto ad una morte dignitosa.