Pink Tax, perché le donne pagano di più (e guadagnano di meno)

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Quando parliamo di Pink Tax (nome già, per altro, abbastanza odioso) intendiamo l’aumento del prezzo delle merci dedicate al pubblico femminile; quelle merci, cioè, che si differenziano dal loro corrispettivo neutro o maschile per caratteristiche riconducibili al genere femminile (come appunto il colore rosa).

Secondo le leggi del mercato il costo di un prodotto aumenta se la domanda dello stesso è superiore all’offerta. Il sovrapprezzo degli articoli considerati “da donne” si basa proprio sulla convinzione, ormai desueta, che le donne consumino più degli uomini, secondo uno stereotipo culturale che si riferisce ad “una donna con molto tempo libero che impiega nello spendere i soldi che non guadagna. Una figura lontana dalla realtà e risalente agli anni ’50” (Marcella Corsi, prof. di economia alla Sapienza)

Alcuni dati

Uno studio condotto nel 2015 dal Department of Consumer Affairs di New York ha rivelato che i prodotti rivolti alle consumatrici femminili in media costano all’incirca il 7% in più di quelli maschili; il divario maggiore riguarda i prodotti di bellezza, che costano il 13% in più, e l’abbigliamento, che vede un costo dell’8% in più per quello femminile.

A fornire dati aggiornati è anche Idealo, portale internazionale per la comparazione dei prezzi. Il mercato dove il divario si alza maggiormente è sicuramente quello dei profumi: parliamo del 27% in più, pari a 12,3 centesimi in più per millilitro. 

Oltre ai settori sopra citati, che sono sicuramente i più lampanti, possiamo constatare che questa discriminazione dilaga anche nei giocattoli, negli indumenti per bambini e nei prodotti per la cura del corpo e dei capelli. 

Un esempio sotto gli occhi di tutti è il prezzo del taglio dal parrucchiere: secondo uno studio del 2017 di Business insider (basato sui dati della UBS) in diverse metropoli europee, risulta che in media un taglio da donna costi il 40% in più rispetto al taglio da uomo. Per esempio, a Milano un taglio da uomo costa in media 20 euro contro i 34 di un taglio donna.

Un problema di discriminazione

Il problema alla base di questi prezzi è sia di discriminazione che di percezione. Il mercato è ancora immobile a leggi di marketing fatte appositamente per creare un’esigenza: lo stesso prodotto, che non ha alcuna differenza in base al suo consumatore, che esso sia uomo o donna, viene proposto a prezzi differenti creando la convinzione che ne esista uno da uomo e uno da donna. A volte, va detto, ci sono differenze: alcuni prodotti costano di più perché creati per soddisfare esigenze maggiori. Tuttavia, la maggior parte della merce con prezzi gonfiati risulta assolutamente identici (come nel caso dell’abbigliamento).

Per non parlare di una questione molto dibattuta ultimamente, quella della Tampon Tax. Ci riferiamo al prezzo degli assorbenti, considerati ancora in molti paesi un bene di lusso e quindi tassato al 22%, al contrario dei beni primari che godono di un regime agevolato al 10, 5 e 4%. È evidente che gli assorbenti non siano un bene di lusso ma una necessità per qualunque donna in età fertile (periodo che, in media, va dai 12 ai 50 anni).

A questo quadro già abbastanza avvilente si aggiungono i dati del gender gap, ovvero la differenza salariale. Le donne svolgono lavori più precari, vengono meno retribuite e, pur essendo diventate da poco lavoratrici a tutti gli effetti, grava su di loro il peso della cura familiare, ancora troppo estraneo agli uomini. Tuttavia il mercato rimane immobile a questi cambiamenti generando discriminazione.

“È palese che ci sia uno squilibrio di potere. Se la discriminazione fosse stata a danno degli uomini, leggi contro Tampon tax o Pink Tax sarebbero state approvate da tempo” (Marcella Corsi)

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