Donne: perché la parità è ancora lontana

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Credit: dailymail

“Coraggio, mancano solo 108 anni alla parità” ha scritto Micaela Cappellini il 19 dicembre 2018 sul Sole24ore.

L’autrice fa riferimento all’edizione 2018 del Global Gender Gap Report del World Economic forum, che sostiene, appunto, manchino “solo” un centinaio d’anni alla parità tra uomini e donne all’interno della nostra società.

Anche se la situazione delle donne è indubbiamente mutata nel corso degli anni –le donne oggi possono votare, lavorare, decidere riguardo alla propria vita e le proprie relazioni, divorziare, vestirsi a proprio piacimento ecc. –la triste realtà è che non sempre tutte queste libertà acquisite negli anni rispecchiano la reale situazione delle donne nella società contemporanea.

I più scettici pensano che le battaglie femministe oggi siano inutili e superflue: sembra infatti difficile, se non quasi impossibile, aprire gli occhi ad una società ancora cieca e assuefatta ai dettami di un modello patriarcale. 

Con i dati alla mano risulterà più chiaro perché ancora oggi è fondamentale battersi per la parità di genere.

La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Discriminazione sul lavoro

Credit:lamenteèmeravigliosa.it

Anche se sulla carta le donne dovrebbero poter godere delle stesse opportunità lavorative degli uomini –secondo l’Art. 37 della Costituzione, infatti, “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”– solo il 22% dei ruoli dirigenziali è ricoperto da donne (fonte: Sole24ore).

Inoltre, secondo un rapporto ONU, le donne guadagnano circa il 23% in meno degli uomini.

Ciò è dovuto principalmente al fatto che le donne lavorano in settori a reddito più basso e sono meno rappresentate ai vertici delle aziende.

Oltre ad una discriminazione strutturale all’interno del mondo lavorativo, dove le donne fanno fatica ad accedere a cariche più prestigiose, laddove ricoprano ruoli dirigenziali vengono il più delle volte mal tollerate. Un capo uomo severo e inflessibile viene definito “con le palle”, un capo donna con le stesse caratteristiche viene additata come “isterica”. 

Inoltre, vi è un grosso ostacolo alla carriera lavorativa di una donna: la maternità. L’Ispettorato del Lavoro nel 2018 ha calcolato che i due terzi di persone che hanno dato le dimissioni a causa della nascita di un figlio sono donne. 

D’altra parte, in Italia,5,5 milioni di donne italiane (dato ISTAT), tra i 18 e i 49 anni, scelgono di non fare figli poiché non possono permetterselo: oltre al rischio di venire pesantemente ostacolate (basti pensare allo scandalo delle dimissioni in bianco fatte firmare a tante ragazze prima di essere assunte, in caso in maternità), non vi sono ancora in Italia politiche di sostegno alla famiglia realmente efficaci. 

Secondo un inchiesta dell’Espresso, il rientro al lavoro dopo la maternità rappresenta per molte donne un concreto rischio di mobbing o di arretramento di carriera.

Questi dati portano alla luce il dramma che la donna lavoratrice vive quotidianamente: la rinuncia. O ai figli o al lavoro. È ancora opinione diffusa che sia ovvio e naturale che una donna, in quanto madre, debba sacrificarsi per la famiglia. Senza contare il senso di colpa che la società le infligge facendola sentire una cattiva madre se lavora troppo e lascia i figli affidati ad altri.

La discriminazione in ambito lavorativo non è un’invenzione, ma una tragica realtà.

Molestie, abusi e violenze

Credit: fcome

Oltre ai pregiudizi legati alla sfera familiare e lavorativa, i dati riguardanti la violenza subita dalle donne sono sconcertanti: il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila) (fonte: ISTAT). La percentuale più alta di violenze avviene all’interno di rapporti di fiducia: partner, familiari e amici.

Non vanno inoltre dimenticate la violenza psicologica e la violenza economica, ugualmente pericolose e distruttive. Con violenza psicologica, la più difficile da individuare, si intendono atteggiamenti di minacce, derisione, sarcasmo, disprezzo, isolamento e costrizione che l’uomo utilizza nei confronti della donna per intimidirla e mantenere il controllo su di lei. Questo tipo di violenza è molto sottile. Molti uomini utilizzano anche semplicemente la manipolazione, pretendendo che la partner si comporti a loro piacimento, secondo precetti sessisti.

La violenza economica comprende invece il controllo ingiusto delle risorse comuni e/o l’impedimento di lavoro e realizzazione della compagna.

Un altro tipo di violenza riguarda tutti gli atti di stalking: si stima che il 21,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni (pari a 2 milioni 151 mila) abbia subito comportamenti persecutori da parte di un ex partner nell’arco della propria vita. Se si considerano le donne che hanno subito più volte gli atti persecutori queste sono il 15,3% (dati: ISTAT).

Sul tema della violenza si è molto dibattuto negli ultimi anni: i vari movimenti femministi combattono senza tregua per sensibilizzare la società sull’emergenza del femminicidio, fenomeno ancora troppo poco considerato. Secondo i dati ISTAT in Italia vengono uccise 150 donne all’anno (una ogni due giorni).

Cosa fare?

Credit: noisiamofuturo

La considerazione più importante da fare riguardo alla discriminazione nei confronti delle donne è legata al genere: è fondamentale che il femminicidio venga chiamato cosi –e non banalmente omicidio come molti ancora sostengono– perché in questo caso l’uccisione della donna avviene sulla base di motivazioni di genere, ovvero essa viene ancora considerata inferiore, più debole, come un oggetto di cui appropriarsi e su cui esercitare potere. Questo è il discrimine che differenzia tutti questi da dati su qualsiasi altro genere di violenze, omicidi e discriminazioni sul lavoro. 

La condizione svantaggiata delle donne è ancora indissolubilmente legata al ruolo che esse ricoprono all’interno della nostra società: mogli e madri. Soggetti deboli, indifesi, manipolabili. Troppi sono i preconcetti e i pregiudizi legati alla figura femminile; sottovalutare queste discriminazioni è pericoloso. 

È altresì importante scardinare certi preconcetti legati al mondo femminile, ancora troppo ancorato nell’immaginario comune al mondo della famiglia, dei lavori meno impegnativi e delle “cose da donne”: non esiste nessun motivo reale, scientifico e oggettivo per vincolare la scelta di studi o di professioni a cui dedicarsi in base al proprio genere. Al contrario, è dimostrato che i gruppi di lavoro misti sono più produttivi, più versatili e più efficaci. Abbattere gli stereotipi legati al genere è un dovere che abbiamo nei confronti delle nuove generazioni. Risulta fondamentale una sensibilizzazione mirata al sentire comune, che affermi il ruolo della donna all’interno della società non solo come “specie protetta” (errore molto comune negli slogan anti-violenza), ma come parte attiva e autodeterminata in un mondo che sta cambiando, anche se lentamente.

Leggi anche: La giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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