martedì, Giugno 25, 2024

Pietro Ruffo: l’ambiente proiezione della mente umana

Negli ultimi anni il tema dell’antropizzazione del paesaggio è centrale nelle riflessioni di geologi, antropologi, ambientalisti e artisti. Ogni centimetro della natura che ci circonda sembra sia addomesticato e viviamo una costante alterità fra noi e il mondo. Tifoni, trombe d’aria, siccità, pandemie, mettono a dura prova la nostra esistenza, a tal punto da tenerci chiusi in casa. La mostra FUORI, nella terra dell’uomo a Fondazione Cariverona, curata da Pietro Ruffo, è in programma dal 14 ottobre al 22 gennaio 2023.


A Fondazione Cariverona FUORI, nella Terra dell’uomo


Come spiega la mostra il curatore Pietro Ruffo?

La percezione del paesaggio si trasforma e l’arte ne è testimone. Un ambiente non più ospitale, è idealizzato e diventa un riflesso interiore dell’uomo, come se la zona antropico sia creata nel nostro subconscio, all’interno delle confortevoli mura domestiche. Attraverso le opere esposte, la mostra, trasversalmente a epoche o collocazioni geografiche, intende suggerire che la Natura possa essere una proiezione della mente dell’uomo. Quindi non la rappresentazione di un luogo fisico reale.

Il percorso espositivo

Si apre con una tenda tra le colonne del portico che Ruffo ha appositamente concepito per l’evento. Una foresta primordiale, l’immagine più profonda nel subconscio che richiama il paesaggio ancestrale che ricopriva la terra 55 milioni di anni fa. Il luogo in cui ha avuto origine l’avventura dei primati. Superata la tenda, davanti all’ingresso dello spazio espositivo, Elia Cantori ci fa entrare nella sua Stanza (2008), una sfera in cemento in cui l’artista ha compattato le macerie della demolizione del suo studio a Londra. Chiude così sottochiave tutto il proprio intimo. Invitandoci a toccare la maniglia, ci costringe a relazionarci a ciò che pensiamo di sapere e all’indefinibile. Quindi, il plastico di un paesaggio in miniatura è contenuto e compresso dal monolite bianco in Cinque chilometri dopo (1998), installazione di Luca Pancrazzi. Mette infatti in cortocircuito il rapporto cielo e terra.

Pietro Ruffo parla degli artisti che espongono

Giorgio Olivieri con un atteggiamento puramente analitico volto a riscoprire l’essenza più intima della pittura, rappresenta l’archetipo di una casa in Icona (n.1) (1972). Nella sua bidimensionalità, apre a una terza dimensione in cui si strutturano le nostre riflessioni. Pizzi Cannella dipinge in Ferro battuto (1989) uno spazio apparentemente senza prospettiva, in cui l’unico punto di riferimento è una grata in ferro. Non preclude tuttavia la percezione poetica dell’infinito e dell’oltre, ma stimola a proiettarla all’interno. Infine, l’ambiente quasi asettico fotografato da Gioberto Noro in Whiteness (2016) sembra proiettarsi all’esterno, suggerito da spiragli di luce, e spalancarsi a un interno incognito. Un’inevitabile percezione della memoria, dello spazio/tempo immortalato in un unico oggetto disponibile ai nostri pensieri. Luca Gilli, Blank_2835 (2009), rivela uno spazio la cui percezione è sconvolta da un eccesso di luce che abbaglia lo spettatore e mette in crisi i suoi punti di riferimento percettivi abituali.

Una collettiva con un’opera del Cinquecento

Nell’antico dipinto del XVI secolo di Bonifacio Veronese si intravedono sullo sfondo una città e un paesaggio marino con barche. Dal portico in cui si svolge la scena del Banchetto di Didone (1540-1542 circa). Nello scatto di Franco Fontana, Casablanca, presenzassenza (1987), la figura umana appare effimera, un’ombra sfuggevole intenta a guardare l’incalcolabile immensità dell’oceano. Augusto Manzini in Mattino d’inverno (1930-1931) sembra ricondurre una veduta reale, il Ponte Pietra a Verona ad una struttura mentale suggerita dalla vetrata. Lo sguardo razionale di Pierluigi Pusole riorganizza in M-2 (2004) una realtà altra, diversa da che siamo abituati a vivere, ingabbiando le montagne nelle leggi della prospettiva.

Jiang Pengyi e Luigi Ghirri

Quindi, Unregistered City No.8 (2010) di Jiang Pengyi ritrae una città vuota apparentemente post-apocalittica, in cui dai frammenti di specchi risorge un borgo immaginato costruito sulle rovine reali delle città e della vita umana. Alludono alla costruzione di uno spazio ideale anche i mattoni nella foto di Enzo e Raffaello Bassotto, Verona, palazzo privato (1988). Sbarrano la vista affrescata di un paesaggio dal sapore antico. I non luoghi di Luigi Ghirri: in Firenze: Ristorante della stazione di Santa Maria Novella (1984) e Marina di Ravenna, 1970 (1972) troviamo l’ambiente circoscritto che l’uomo abita.

Pietro Ruffo e l’allestimento della Sala Polifunzionale

Il passaggio dalla Sala Basaldella alla Sala Polifunzionale invita il visitatore a un ulteriore approfondimento del tema. Ci muoviamo, infatti, in un mondo più astratto, pur riprendendo le tematiche affrontate. Modena n.3 (2006) di Tobias Putrih nella sua leggerezza evoca una sorta di spazio architettonico materializzando gli assi del sistema prospettico centrale. In Senza Titolo (2004) di Domenico Bianchi l’elemento cardine dell’opera che rimanda a un movimento e una pulsione interna, è ingabbiato da struttura architettonica che richiama una cancellata o un paravento. Tra le opere più iconiche è Bella coppia Pulcinelle (parte 1) (2003) di Pizzi Cannella. L’olio su tela mostra infatti degli occhietti che danno l’idea di affacciarsi da un interno verso un esterno o viceversa, in modo ambiguo e misterioso, chiamando in causa l’osservatore. Anche la Finestra nel vuoto (inizi anni Ottanta del XX secolo) di Mario Schifano

Pietro Ruffo espone Senza titolo

Foreste, mappe, costellazioni sono protagoniste in molti altri lavori esposti, Senza titolo di Ruffo, 12.09 (2009-2010) e Il Vago 9 (2005) di Mario Airò. Il gioco dei piani interno-esterno e i filtri più o meno espliciti che li separano, o il tema delle gabbie che da architettoniche si fanno mentali. Significative le fotografie di Gabriele Basilico o agli Alberi (1954) di Aldo Tavella. Nel viaggio nell’Antropocene la figura umana è sempre e solo evocata, mai rappresentata, con l’unica eccezione del cinquecentesco olio di Bonifacio Veronese.

Giorgio De Chirico in mostra

Pensiamo anche alla porcellana Il consolatore (1968) di Giorgio de Chirico, in cui la presenza metafisica dell’uomo è richiamata dai manichini antropomorfi e dal gesto indicato dal titolo. Infatti instaura una relazione tra le due figure e comunica l’archetipo della famiglia e il contesto domestico. L’umanità in tutta la mostra altro non è che la risultante dello sguardo del visitatore che viene messo in gioco. Un osservatore invitato a partecipare al gioco del dentro e del fuori, passando in continuazione fra ambiente esterno e interno. Quindi la visione di un panorama e il disegno degli infiniti paesaggi che possiamo trovare dentro ciascuno di noi.

Immagine da cartella stampa.

Odette Tapella
Odette Tapella
Vivo in piccolo paese di provincia. Mi piace leggere, fare giardinaggio, stare a contatto con la natura. Coltivo l'interesse per l'arte, la cultura e le tradizioni.

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