#noinonarchiviamo: l’hashtag per rendere giustizia a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin- (prima parte)

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Con l’hashtag #noinonarchiviamo e una serie di iniziative per ricordare i due giornalisti uccisi in Somalia nel 1994, molte organizzazioni, tra le quali la Fnsi e l’associazione Amici di Roberto Morrione aspettano con trepidazione l’udienza del 20 settembre presso il tribunale di Roma durante la quale il Gip dovrà decidere in merito alla richiesta di archiviazione per l’indagine sul duplice omicidio

E’ fissata per il prossimo venti settembre presso il tribunale di Roma l’udienza durante la quale il Giudice per le Indagini Preliminari si esprimerà sulla richiesta di archiviazione relativa all’inchiesta sull’assassinio della giornalista Ilaria Alpi e del collega Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994.

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Un duplice omicidio avvenuto nel quadro della guerra somala e per il quale non è ancora stata fatta chiarezza, né sono stati puniti i colpevoli e i mandanti. Una delle pagine più tristi della recente storia italiana, una pagine sulla quale purtroppo non possiamo e non vogliamo che venga messa la parola “fine” prima che tutti i responsabili vengano condannati.

La petizione promossa su Change.org nei mesi scorsi per di no all’archiviazione dell’inchiesta Alpi-Hrovatin

I depistaggi e le verità non dette: ecco perché #noinonarchiviamo

Innanzitutto, dopo 25 anni non si sa ancora chi siano gli esecutori e i mandanti del duplice omicidio: Hashi Omar Hassan, condannato dal tribunale di Roma nel 2002 per aver fatto parte del commando omicida, è stato assolto nel 2016 in seguito al processo di revisione che si è tenuto a Perugia. Proprio i magistrati di Perugia, nel disporre la liberazione di Hassan, hanno parlato di “un’attività di depistaggio di ampia portata” che aveva consentito l’ingiusta condanna del somalo.

I depistaggi e le verità non dette su questo caso iniziano subito dopo l’uccisione dei due reporter, quando il Generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano a Mogadiscio, aveva dichiarato come movente dell’uccisione un fantomatico tentativo di rapina finito nel sangue, allontanando gli investigatori da quella che molto probabilmente è la vera ragione dell’agguato: le indagini che Ilaria Alpi stava svolgendo in Somalia per far luce su un traffico illegale di rifiuti tossici provenienti dall’Europa gestito dalla compagnia marittima Shifco. Non a caso i due reporter italiani vennero uccisi proprio dopo essere stati alcuni giorni a Bosaso, città del nord del paese, dove avevano prima intervistato il sultano Abdoulla Moussa Bagor sui rifiuti illeciti e poi avevano visitato alcuni imbarcazioni della stessa Shifco.

Il giallo della morte dei due inviati del tg3 si infittisce con la mancata consegna ai famigliari di Ilaria del certificato di morte e degli altri referti medici redatti a bordo della Portaerei Garibaldi, sulla quale i due cadaveri erano stati caricati e del Body Anatomy Report, sulle salme, redatto all’interno dell’obitorio del comando Usa a Mogadiscio. Il certificato di morte di Ilaria, verrà reso pubblico solamente nel 2014, quando la Presidenza della Camera dei Deputati e il consiglio dei ministri daranno l’autorizzazione alla desecretazione di migliaia di documenti contenuti nei cassetti segreti romani. Le valigie che contenevano gli effetti personali di Ilaria e Miran arrivarono in Italia il 22 marzo 1994, due giorni dopo l’agguato, prive dei sigilli apposti prima della partenza. Si scoprì subito che dai bagagli erano stati sottratti vari oggetti, tra i quali alcuni taccuini di Ilaria e alcune videocassette registrate di Miran che erano state recuperate nell’hotel di Mogadiscio dove alloggiavano i due reporter dai colleghi italiani Gabriella Simoni e Giovanni Porzio e messi al sicuro il giorno stesso dell’agguato affinché potessero giungere integri in patria.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia nel 1994

Al rientro in Italia, sul corpo di Ilaria non viene disposta alcuna autopsia. Il Pm Andrea De Gasperis ordina solamente un veloce esame esterno. Solo due anni più tardi, un altro magistrato, Giuseppe Pititto, dispose la riesumazione del cadavere e gli accertamenti autoptici fondamentali per far luce sulla dinamica del duplice omicidio. Perché si è voluto aspettare due anni per compiere un accertamento fondamentale che di sicuro avrebbe giovato fin da subito alle indagini?

In questa storia ingarbugliata, per la quale fino ad oggi non è stata ancora trovata la verità e nella quale una buona parte delle istituzioni non hanno mosso un dito per rendere giustizia a Ilaria e Miran, hanno svolto u ruolo cruciale anche i servizi segreti. Come in tutti i misteri in cui la realtà viene negata a causa di depistaggi, ci sono voluti ben 16 anni per scoprire che proprio nei giorni precedenti l’agguato ai due giornalisti, gli 007 del Belpaese erano in tumulto. La notizia è stata pubblicata nel 2011 dai giornalisti de Il Fatto Quotidiano Andrea Palladino e Luciano Scalettari, dopo il rinvenimento di un documento segreto datato 14 marzo 1994, sei giorni prima dell’attentato. Nel rapporto si legge che l’agente con nome in codice “Jupiter” (si tratta con molta probabilità dello 007 Giuseppe Cammisa) deve lasciare l’area in cui si trova “per un possibile intervento” nella “zona operativa bravo“(potrebbe trattarsi, il condizionale è d’obbligo della capitale Mogadiscio) per “presenze anomale“. I due giornalisti autori dell’inchiesta hanno in seguito appurato che Cammisa in quei giorni del 1994 effettivamente si trovava a Bosaso, luogo in cui stavano per arrivare Ilaria e Miran, i quali potrebbero essere le “presenze anomale” indicate nello stesso documento.

La seconda parte dell’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin verrà pubblicata giovedì 19 settembre.

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