Ilaria Alpi avrebbe compiuto oggi 58 anni

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Ilaria Alpi, all’epoca trentaduenne, fu uccisa nel 1994 insieme al collega Miran Hrovatin da un commando armato nel centro di Mogadiscio. A tutt’oggi non si conoscono ufficialmente né i responsabili né il movente del duplice omicidio

Sono passati 58 anni dalla nascita a Roma di Ilaria Alpi, l’inviata del tg3 che il 20 marzo 1994 venne uccisa insieme a un collega nella capitale somala.

Ilaria Alpi, dopo il liceo si laureò in lingue all’università, dove ebbe modo di approfondire la conoscenza della lingua araba. A partire dal 1986 lavorò come inviata in Egitto per Paese Sera e l’Unità fino al 1989, quando vinse un concorso per entrare in Rai, dove ebbe inizio la sua avventura di inviata nelle zone di guerra. Prima di seguire la situazione della Somalia, la giovane giornalista aveva svolto l’attività di inviata in libano e in Kuwait.

Ilaria Alpi nel corso di una diretta da Mogadiscio

Nel marzo 1994 iniziò il suo settimo soggiorno in Somalia, dove da qualche tempo stava seguendo per il Tg3 le vicende della guerra civile scoppiata a seguito dell’esilio dell’ex presidente Siad Barre. In quei giorni la capitale somala era nel caos:le truppe americane e italiane che da due anni stavano operando in Somalia per conto della missione Onu “Unosom” stavano completando il ritiro dei propri contingenti e i giornalisti stranieri, visto il peggioramento generale della situazione, stavano abbandonando il paese.

Le indagini sui traffici di armi e di rifiuti tossici in Somalia

Ilaria e Miran, che stavano indagando su un traffico di armi e di rifiuti provenienti dai paesi occidentali e diretti in Somalia, la sera del 14 marzo decisero di partire alla volta di Bosaso, città portuale nel nord del paese, dove visitarono alcune imbarcazioni della flotta Shifco e intervistarono il sultano della città, Abdoulla Moussa Bagor per avere informazioni sulle navi della Shifco e su un presunto traffico di rifiuti pericolosi che tramite la compagnia navale venivano introdotti in Somalia e sotterrati nel corso dei lavori per la costruzione di un’importante arteria stradale.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia

Secondo le ricostruzioni della vicenda, il soggiorno a Bosaso sarebbe dovuto durare meno di 48 ore, in quanto i giornalisti avrebbero dovuto far ritorno nella capitale con un volo dell’ Onu in partenza il 16 marzo. Per motivi che non sono mai stati chiariti, Ilaria e Miran non riuscirono a prendere quel volo e, ospitati presso una Ong italiana della zona,dovettero attendere fino al 20 marzo per fare ritorno a Mogadiscio.

L’agguato a Ilaria e Miran

Il 20 marzo, dopo essere atterrati a Mogadiscio e aver sostato pochi istanti presso l’hotel Sahafi, in cui alloggiavano, Ilaria e Miran avrebbero lasciato l’hotel per raggiungere l’albergo Ammana, situato in un’altra zona della città, attraversando la pericolosissima “linea verde”, il confine che separa la zona controllata dal Generale Aidid da quella governata da Ali Mahdi. Dopo meno di trenta minuti, i due giornalisti uscirono dall’hotel Ammana e si diressero verso l’auto. In pochi istanti, una Land Rover, bloccò la Toyota e alcuni uomini (7 secondo le testimonianze) spararono numerosi colpi verso i giornalisti. Una delle prime persone ad accorrere sul luogo dell’agguato, come mostrato dalle telecamere di una tv americana fu l’italiano Giancarlo Marocchino, un imprenditore che in Somalia era titolare di una ditta di autotrasporti collaborando frequentemente con il contingente militare e i servizi segreti italiani e che qualche mese prima fu espulso dal paese dal contingente americano con l’accusa di traffici illeciti. L’imprenditore caricò i corpi di Ilaria (che secondo le testimonianze era in gravi condizioni ma viva) e Miran sulla propria auto e li condusse presso il porto vecchio, in attesa che la portaerei Garibaldi venisse a caricarli. Nel frattempo, i giornalisti italiani Gabriella Simoni e Giovanni Porzio si recarono presso l’hotel in cui avevano alloggiato i due giornalisti uccisi per recuperare le loro cose, imbarcando poi sulla portaerei oltre agli effetti personali, una ventina di cassette registrate e i taccuini di Ilaria. Il 22 marzo, quando arrivarono in Italia i resti dei poveri giornalisti, si scoprì che i sigilli sulle borse che contenevano le cassette e i block notes dei due inviati erano stati violati e parte del materiale non fu mai ritrovato.

L’auto, crivellata di colpi d’arma da fuoco sulla quale viaggiavano Ilaria e Miran

Le inchieste e la commissione Alpi -Hrovatin

Il 23 marzo 1994, si svolsero a Roma i funerali di stato di Ilaria Alpi, nonostante sul corpo non fosse stata fatta alcuna autopsia, cosa che invece avvenne a Trieste sul cadavere di Miran Hrovatin. L’esame autoptico sul corpo di Ilaria venne eseguito nel 1996, dopo la riesumazione del corpo. Gli esami balistici, dopo una serie di perizie e contro perizie stabilirono che i colpi furono sparati a distanza ravvicinata.

Nel 1998, un cittadino Somalo, Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per testimoniare in un processo che vedeva alcuni soldati italiani accusati di violenze durante la missione in Somalia, venne arrestato con l’accusa di duplice omicidio, in quanto, secondo la testimonianza di Ali Rage Ahmad, detto “Rage” anch’egli somalo, Hashi avrebbe fatto parte del commando che commise la strage. Dopo una serie di processi, Hashi venne condannato all’ergastolo.

Una commissione parlamentare di inchiesta, approvata con legge del 2003, iniziò i lavori l’anno successivo. Durante le indagini parlamentari fu recuperata un’auto Toyota pick-up che inizialmente fu identificata come l’auto su cui viaggiarono Ilaria e Miran quando avvenne l’agguato. I successivi accertamenti scientifici stabilirono però che le traccie di sangue all’interno della vettura non appartenevano ai due giornalisti. La commissione Alpi-Hrovatin terminò i lavori nel 2006, approvando tre relazioni differenti e che contrastavano in parecchi punti e che non facevano completamente luce sulle cause e i mandanti dell’omicidio.

Nuovi sviluppi e assoluzione definitiva di Hassan

Negli ultimi anni, nuovi sviluppi hanno portato a collegare l’omicidio di Ilaria e Miran all’assassinio di Vincenzo Li Causi, 007 Italiano, informatore della giornalista, ucciso in Somalia nel 1993.

Hashi Omar Hassan dopo la sentenza di annullamento della condanna

In seguito a un’intervista rilasciata da Gelle, raggiunto in Inghilterra alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, durante la quale il somalo dichiarò di aver accusato Hashi Omar Hassan “perché costretto a farlo” e facendo quindi cadere gli indizi su cui si basava la condanna, la Corte d’Appello di Perugia nel 2016, annullò la condanna di Hashi, che venne in seguito scarcerato e tornò in Somalia.

Il Premio Ilaria Alpi

Dal 1994 al 2014, a Riccione, è stato assegnato il “Premio Ilaria Alpi”, concorso giornalistico organizzato dall'”Associazione Ilaria Alpi” e patrocinato dalla regione Emilia Romagna, dalla Presidenza della Repubblica, dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna e dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana.

La vicenda di Ilaria, che oggi compirebbe 58 anni, non è ancora chiusa. Mancano i mandanti, mancano gli esecutori e manca la ragione per la quale una giovane giornalista in gamba, che amava il proprio lavoro, abbia perso la vita nello svolgere il suo dovere di informare l’opinione pubblica su ciò che accade nel mondo, concentrando la sua attenzione sui temi sociali e sulle condizioni del popolo somalo. Ilaria voleva che tutti vedessimo ciò che accadeva realmente in Somalia. Forse è per questo che è stata assassinata.

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