Liliana Segre festeggia oggi 90 anni

0
219
Liliana Segre
Liliana Segre

Liliana Segre, senatrice a vita dal 2018, spegne oggi 90 candeline. Sopravvissuta all’orrore della Shoah, da anni offre la sua testimonianza facendone una missione di vita.

Parlarne all’infinito, non sarà mai abbastanza, affinché un simile scempio non si ripeta più nella storia dell’uomo. Affinché l’uomo, abbia ragione di essere definito tale.

Per anni si è rifiutata di parlare di quanto le successe. Per lungo tempo ha custodito quelle tremende verità. La tragedia di quegli anni in cui il mondo pareva aver preso il posto dell’inferno.

Solamente a partire dagli anni ’90 del Novecento Liliana Segre ha iniziato a parlare. Da quel momento non ha mai più taciuto. La sua preziosa testimonianza di quel periodo buio in cui il senso dell’umanità si perse, letteralmente, compare in numerosi libri e documentari. Senza contare gli innumerevoli interventi pubblici, in cui rivolta alla folla in ascolto, raccontava ciò che aveva visto con i suoi stessi occhi. Parole che fanno male, che entrano nell’animo di chi le ascolta come fendenti. Parole che che mettono in moto le coscienze.

L’infanzia e l’inizio dell’incubo

Liliana Segre nasce il 10 Settembre di 90 anni fa, nel 1930, a Milano. La sua è una famiglia di origini ebraiche ma laica. I suoi genitori sono Alberto Segre e Lucia Foligno, che però muore quando Liliana non ha ancora compiuto il suo primo anno di età.

Cresce con il padre come suo unico e fondamentale punto di riferimento. Una colonna a cui aggrapparsi, che ben presto, però, la ferocia “umana” le strapperà via.

Liliana è una ragazza comune, come ce ne sono tante, che nel 1938 frequenta la scuola. Ha solo 8 anni, quando l’ingiustizia delle leggi razziali si abbatte sulla sua vita di bambina.

All’alba degli anni ’40 del ‘900, tra i più oscuri che dipingono le pagine della nostra storia, Liliana subisce l’espulsione dalla scuola. La sua grave ed imperdonabile colpa? Essere ebrea.

Una crudeltà che non guarda in faccia nessuno, né uomini, né donne, né anziani e nemmeno i bambini. Tutti uguali nel loro essere sbagliati, inaccettabili e nemici della patria.

Purtroppo però, non è ancora venuto il peggio. Infatti, alle discriminazioni faranno presto seguito le vere e proprie persecuzioni. Nel Dicembre del 1943 Liliana e suo padre tentano una disperata, quanto vana, fuga in Svizzera. Arrestati vengono immediatamente riportati in Italia, come fuggiaschi. Costretti a nascondersi, a scappare come criminali.

Liliana Segre, in proposito, dichiara “Fu la prima volta che sentii questa parola: scappare. Scappare è così terribilmente negativo come termine… è un ladro che scappa, è qualcuno inseguito che scappa. Beh noi non eravamo ladri, ma certamente eravamo inseguiti“. Queste parole sono contenute nel “Libro della Shoah italiana”, scritto da Marcello Pezzetti ed edito da Einaudi.

Arresto e prigionia ad Auschwitz

Dopo il tentativo di fuga Liliana e suo padre vengono internati nel carcere di Varese, dopodiché trasferiti a Como ed infine in quello di Milano. Un iter la cui meta era il campo di sterminio di Birkenau-Auschwitz.

La permanenza nel carcere di Milano durò quaranta giorni. Giorni in cui Liliana e suo padre cercavano di farsi forza a vicenda, di infondere speranza l’uno nell’altro, pur conservando in animo la paura che nulla sarebbe mai più stato come prima. Il terrore di essere separati, di non vedersi più.

Nel mese di gennaio inizia la deportazione, Liliana ed Alberto Segre sono tradotti in Polonia. Trasportati attraverso il binario 21, che partiva dalla stazione di Milano Centrale ed aveva come capolinea il campo di concentramento.

Un viaggio atroce, disumano, durato sette giorni. All’ingresso nel campo Liliana e suo padre si separano, contro la loro volontà, come da prassi. È una ragazzina di 13 anni, ma ad Auschwitz bisogna crescere in fretta, per sopravvivere. Il padre morirà poche settimane dopo.

Liliana è invece reclusa nella sezione femminile del campo, insieme ad altre migliaia di donne. Senza più identità, volti scavati ed occhi vuoti. Tutte accomunate dal tatuaggio che ne sostituiva il nome. Liliana non era più Liliana, era il numero 75190.

Riesce a scampare alla soluzione finale lavorando nella fabbrica di munizioni. Scovando dentro di sé una forza che le ha permesso di sopravvivere alla morte della dignità umana.

La Marcia della Morte e la Liberazione nel 1945

I nazisti, nel gennaio del 1945, braccati dall’Armata Rossa, devono fuggire. Lasciandosi alle spalle una scia di morte e distruzione.

Il campo viene sgomberato. Chi non ha la forza per affrontare la fuga trova la morte. Chi perde le forze durante la marcia, viene lasciato morire di fame e di stenti lungo la strada. Una fuga disperata, allo strenuo delle possibilità. Liliana è costretta a seguire quel destino infausto, come lei altre migliaia di persone, corpi senza anima ormai.

Il 1 maggio del 1945, finalmente, i soldati russi liberano i pochi superstiti. Tra loro, c’è una ragazzina di 14 anni, è Liliana Segre. È tra i soli 25 sopravvissuti.

La testimonianza di questi mesi, disumani, è conservata in diversi libri di autori con cui Liliana Segre ha collaborato. Tra essi, il giornalista Enrico Mentana, autore del libro “La Memoria rende liberi.

Il silenzio e la testimonianza di Liliana Segre

Rientrata a Milano nell’agosto del 1945 si chiude in un silenzio assoluto. Non parla di quanto le ha riservato il destino. Non fa menzione di quello che ha vissuto all’interno del recinto di filo spinato. L’orrore del campo resta una questione tra lei e sé stessa.

Affidata ai nonni, unici superstiti della famiglia alla follia nazista. “Era molto difficile per i miei parenti convivere con un animale ferito come ero io: una ragazzina reduce dall’inferno, dalla quale si pretendeva docilità e rassegnazione. Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva, ero io che dovevo adeguarmi ad un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, che voleva ricominciare, avido di divertimenti e spensieratezza“.

Per 45 lunghi anni ha conservato il silenzio sull’inferno del campo di concentramento. Nel 1990, invece, ha deciso di romperlo. Ha iniziato a raccontare la sua preziosa testimonianza, pubblicamente. Nelle scuole, incontra studenti e professori, diffonde il suo vissuto perché sia da monito, da insegnamento.

Senatrice a vita, Liliana Segre sotto scorta

Nel 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nomina Liliana Segre senatrice a vita. L’impegno nel mondo della politica della Segre è mirato allo scopo di mantenere viva la memoria. La memoria storica è quanto di più prezioso possediamo, un maestro indispensabile che ci insegna a non ripetere gli errori del passato.

Con la sua nomina certamente la popolarità di Liliana Segre è aumentata in maniera esponenziale. La sua persona, come sempre in questi casi, è stata oggetto di forte ammirazione ma ha anche attirato critiche ed inimicizie.

Da tempo, sul web e sui social network è bersaglio di pesanti insulti, critiche e addirittura minacce. L’impegno nel diffondere la sua testimonianza non è accettato di buon grado da qualcuno.

Una vera e propria pioggia di insulti che ha lasciato sgomenti i più. Per queste ragioni, al fine di proteggere la senatrice da eventuali attacchi le è stata assegnata una scorta. L’incremento delle minacce rivoltele ha motivato la decisione di affidare a due carabinieri la sua incolumità.

Questo fatto non ha piegato la Segre, al contrario. Infatti, la ha condotta ad essere la prima firmataria al Senato per l’istituzione di una commissione parlamentare contro l’Odio. In altri termini, si tratta di una commissione creata “per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza“.

Commenti