Le foto della normalità della guerra

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Suona una sirena. E’ solo una app di un cellullare, una di quelle che segnalano gli allarmi aerei e avvisa che è il momento di nascondersi da qualche parte. Ma siamo in Polonia non in Ucraina. E la app suona di notte, nella stanza di due volontari. E’ una app che uno dei due, soldato, aveva installato quando è andato l’ultima volta “di là” come istruttore. Ma l’altro volontario non lo sa e in 2 minuti è fuori dal letto, pronto. Perché è vero che siamo a Cracovia, ma è anche vero che le bombe cadono a meno di 250 chilometri da qui. A voi, in Italia, questa storia farà ridere. A noi, nel centro umanitario Agape, ha creato allarme. Per fortuna nessuno dei rifugiati ha sentito. La settimana scorsa è scattato l’allarme anti-intrusione per errore e le donne erano sulle scale a piangere, il nostro amico Vlad nonostante fosse terrorizzato ci ha aiutato a calmarle.

La normalità della guerra

Eppure siamo a 250 km dalla guerra. Qui a Cracovia non ci sono bombe, non ci sono soldati armati che fanno irruzione nelle case, non ci sono posti di blocco. La vita è normale se non è coinvolta nell’aiuto ai profughi. Scuola, lavoro, cinema, ristorante. La solita bolgia di turisti il venerdi sera in centro. Locali pieni. Ma se la tua vita è per 10 ore al giorno a contatto con i profughi ucraini, di normale non ha più nulla, anche se per noi volontari, è tutto assolutamente normale. Prepariamo pacchi alimentari da distribuire alle famiglie rifugiate di Cracovia, o da mandare in Ucraina con i vari convogli che passano o che organizziamo. Cerchiamo medicinali da spedire in Ucraina. Aiutiamo i profughi appena arrivati a capire cosa vogliono fare e dove andare. Le nostre telefonate sono di ricerca di mezzi, fondi, cibo, pannolini per bambini. Per noi è “normale” che una mamma ci chieda “per favore almeno qualche pannolino”, o che una donna anziana ci dica “posso avere il pacco oggi anche se non è il mio turno? Non ho più nulla…”. Per noi è “normale” vedere una mamma piangere per aver trovato “finalmente” un giubbotto caldo per il suo bimbo nei pacchi degli aiuti. Per noi è “normale” preparare un pasto caldo alla settimana e dare spazio a tutti i rifugiati che vogliono venire a mangiare a tavola con noi. Per noi è diventato anche “Normale” non parlare ucraino ne russo ma capire esattamente cosa ci stanno chiedendo, perché abbiamo imparato le parole chiave “aiuto” “cibo” “latte” “olio”.

La guerra vista da qui

Quando mi prendo una pausa da qutto questo, quando non reggo più gli occhi pieni di lacrime e di gratitudine per un banale (per noi occidentali con il culo al caldo) pacco di farina, e mi prendo una pausa vado a fare un giro in centro a Cracovia. Sono andata ieri sera, con mia figlia di 12 anni. Era da prima del 24 febbraio che non andavamo a bere una cioccolata calda. Attraversando la piazza del Mercato, sotto una leggera pioggia e con le luci arancioni che a me sono sempre piaciute tanto, per un attimo ho avuto la sensazione di essere in un mondo parallelo. Per un secondo non ho visto profughi e non ho pensato alle bombe. Un secondo, perchè di fianco a me si è fermata una donna con una bambina nel passeggino che voleva del “молоко”, banale latte, ma in ucraino. E ho realizzato che intorno a me era pieno di donne e ragazze ucraine. Un anno fa non avrei nemmeno saputo riconoscere il polacco dal lituano. Ora riconosco il russo dall’ucraino. Ho spostato lo sguardo dalla bimba nel passeggino alla piazza e ho visto cosa potrebbe essere. Ho “sentito” il silenzio degli allarmi che suonano a 200 km da qui. Ho pensato che anche Lviv era cosi, un anno fa. Tranquilla, serena, con gente che passeggiava per il centro in un novembre freddo e piovoso. E oggi invece, da un alto finge normalità dall’altro vive con allarmi antiaerei e bombe sulle centrali elettriche. Cosa che potrebbe succedere anche a Cracovia, in ogni momento. Anche mentre sono in piazza a prendere una cioccolata con mia figlia. La guerra non ti avvisa.

Le manifestazioni in Italia

Mentre ero immersa in questi pensieri, con la mia cioccolata in mano, ho ricevuto la notifica di Facebook che mi mostrava il post di un amico giornalista italiano. In Italia stavano manifestando per la pace. In Italia stavano manifestando contro la NATO. Non contro la Russia, contro Putin, contro assassini e stupratori. No. Stavano manifestando contro l’unico motivo per cui, paradosso, loro erano ancora liberi di poter manifestare senza paura di veder arrivare una bomba tra la folla. E mi sono sentita profondamente triste. QUelle persone non hanno idea di cosa sia la guerra. Per loro la guerra è in tv, uno spot che chiede di aiutare dei bambini, un servizio del tg che mostra “le solite case distrutte”. Loro ieri manifestavano perché si smetta di mandare armi all’Ucraina convinti cosi di averne poi enormi benefici. Tipo tornare ad avere un grado in più di riscaldamento. Perchè, di tutto quello che questa guerra sta causando, agli italiani in piazza ieri interessa il loro portafoglio, non la vita delle persone che sono sotto le bombe. Mica lo capiscono che smettere di inviare armi significa farli morire, perché se oggi cade un missile ogni 10 grazie alle armi di difesa che mandiamo, se smettiamo di mandarle su 10 missili lanciati, 10 missili arrivano all’obiettivo. E gli italiani non sentono ragioni. Non li riguarda. Il grado in meno di riscaldamento si, li riguarda. Per ora solo quello. Mi auguro non cambi la situazione.

Ecco cos’è la guerra davvero

Non ve lo scriverò, ma per la prima volta vi mostrerò tutte le foto che come volontari abbiamo fatto in quesi mesi. SOno foto fatte da noi, non le avete già viste se non nei miei post o in quelli dei volontari che sono con me. Sono foto fatte in Ucraina o in Polonia. Foto di persone, bambini, case, aiuti. Ecco cos’è la guerra. Non la foto del vostro termosifone.

Foto di Sofia Riccaboni, Alberto Plaza Figuerola e Leonardo Moliterni