venerdì, Maggio 24, 2024

La lezione di Philippe Daverio, candidato alle Europee

Philippe Daverio era atteso sabato sera alle 21 presso una sala messa a disposizione di +Europa, per la presentazione della sua candidatura con i Radicali. Cunicoli e corridoi sotterranei, conducevano ad una piccola stanza nascosta tra le fondamenta di Palazzo Gnudi a Bologna, luogo della riunione.

L’atmosfera e le voci dell’attesa

Un intellettuale che si offre alla politica è sempre circondato da un’aura di gratitudine e sospetto. Forse per questo, o perché innervosito dall’atmosfera, poco prima dell’inizio dell’incontro un signore si alza, va alla reception e dichiara di non voler fornire i suoi dati, che lui non condivide le posizioni dei radicali, che è disposto ad andar via, ma che ha il diritto di non dichiarare chi è. Solo alcuni dei presenti ci fan caso. C’è chi mormora che “è sicuramente un infiltrato della reazione”, chi ne ride guardandolo di sottecchi come si ride di “quel vigliacco lì”. Gli altri sono in religioso silenzio, come in una chiesa clandestina sotto Diocleziano. Alcuni mormorano la loro impazienza, la loro curiosità di vedere il già e mai visto critico.

L’arrivo di Daverio

Lui arriva in un tweed a quadri rossi e verdi, un papillon che quasi gli fa da gorgiera e gli sostiene il largo sorriso, luciferino e lucignolesco, la mano destra nel taschino del gilet. “Buonasera, sono Philippe Daverio” saluta, quasi conoscesse già tutti e nessuno conoscesse lui, educatamente, come un dandy dell’800 che non voglia rinunciare ad un fare vittoriano.

Un personaggio tra il pubblico

A seguirlo, con una giacca leggera di pelle marrone alla Kerouac, da contestatore anni ’70, Stefano Bonaga, che ride e scherza e saluta le persone all’ingresso schiacciate sulla porta. I due passeggiano verso il palco, discutono dell’organizzazione logistica del posto, scherzano tra loro, piccole cortesie e battibecchi da intellettuali. Muovendo le pupille da destra a sinistra, guardo ora loro che avanzano e si sistemano per far cominciare l’incontro, ora il signore che aveva turbato l’attesa. Sembra annoiato, silenziosamente speranzoso che tutto finisca prima ancora che abbia inizio. Di lì a poco se ne starà con la testa china a riguardarsi i pollici senza ascoltare o fingendo quantomeno di non farlo.

Bonino e Pannella

Per omaggiare l’ospite Daverio ricorda la sua amicizia con Emma Bonino ed i meriti della senatrice negli ultimi decenni di storia repubblicana e quella con Marco Pannella, a cui aveva prestato una giacca durante una manifestazione contro la militarizzazione del Veneto che non gli venne mai restituita (“perché si può far politica perdendo una giacca o guadagnandoci ed il primo è il modo migliore”). Poi passa a parlare dei suoi incontri con Jean-Claude Juncker, al quale, mentre degustavano del vino, ha fatto notare che, pur nel totale rispetto del paese d’origine del Presidente della Commissione Europea, un cittadino del Lussemburgo non poteva decidere delle sorti della Catalogna.

Breve accenno all’economia

Introducendo la serata a lui dedicata Daverio fa solo un brevissimo accenno al tema economico e finanziario nel quadro europeo, sostenendo che se le direttive europee possono in alcuni casi generare irritazione nei cittadini dei vari paesi membri, in altri, in particolar modo nel caso dell’Italia, è da considerarsi un bene che l’Europa abbia messo fine alla politica inflattiva, che nel nostro paese negli anni ’90 raggiunse il 26% e che, dando l’illusione del benessere, aveva favorito solo grandi immobiliaristi e banchieri. Dice Daverio: “gli unici ad essere comprensibilmente e legittimamente autorizzati a criticare l’Euro sono i ragazzi sotto i 16 anni. Gli altri o mentono o non hanno memoria”.

Un incontro didattico-elettorale

Il professore ci tiene, però, a precisare subito, che non ha alcuna intenzione di occuparsi di economia e che tratterà della politica vera e propria solo da un punto di vista storico. Parlerà di un’Europa delle culture e delle regioni, dell’importanza di un patrimonio comune e multiforme. Per presentare la sua candidatura, in quello che più che un comizio sarà un “incontro didattico-elettorale”, Daverio annuncia che durante la serata converserà con Bonaga, come in una delle sue “quattro conversazioni sull’Europa” (titolo del suo ultimo libro pubblicato da Rizzoli). Rivolgo per un attimo lo sguardo a chi poco prima voleva evadere lasciando la sala. Ha il capo chino. Sembra che dorma. Dà l’impressione che stia tentando di scomparire e di non trovarsi più lì.

La scelta di candidarsi coi Radicali

Daverio, afferma, ha accettato di candidarsi con i radicali, innanzitutto per la loro anima storicamente europeista, ma anche a causa di un sogno che ha fatto. Si trovava in fondo ad uno stivale, dalla profondità del tacco del quale, alzando la testa, riusciva a vedere le lontane nubi che sembravano coperte di neve, quando improvvisamente la luce nella calzatura cominciava a dileguare e quattro mani (quelle dei vicepremier) nella parte alta della scarpa ne cucivano il bordo, oscurandogli la vista e togliendogli l’aria. “Mi sono candidato per poter guardare ancora verso fuori e non dover respirare puzza di piedi”, afferma Daverio. Non mancano neanche le critiche (nessuno manca di critiche alla sinistra, tranne forse la sola sinistra). Il critico sostiene che la crisi dei partiti progressisti è probabilmente da ricollegarsi al divieto di fumo nei locali pubblici. “Sigarette ed alcool fanno fermentare le menti, aiutano a pensare.” La sinistra evapora, sostiene Daverio, col divietò di fumo (e ancor più con le sigarette elettroniche). Anche il governo viene criticato dal candidato radicale: critica Luigi Di Maio (di cui “proprio non riesce a pronunciare il nome”) perché è riuscito a ricostruire il Regno delle Due Sicilie e Matteo Salvini perché, dice il candidato dei radicali citando Marco Formentini, con cui ha lavorato come consigliere negli anni in cui l’esponente della Lega Nord fu sindaco di Milano (ed oggi gravemente ammalato), ha fatto di un partito nato come “anarchico, un partito fascista”.

Individuo e Società

La difficile situazione politica nazionale non è solo da imputare ai delegati in Parlamento, secondo Daverio, sostenuto in questo anche da Bonaga, ma anche e, forse soprattutto, alla società. Due sono gli elementi che prende in esame e che appaiono quasi in contraddizione tra loro. Innanzitutto la perdita del senso di comunità che all’indomani della guerra aveva portato un paese distrutto e sconfitto, attraversato da forti passioni contrapposte (tra Coppi a Bartali, tra antifascisti e fascisti, tra desta e sinistra) a cooperare, a tenere insieme il tessuto sociale, a ricostruire dalle macerie mossi da (vero) sentimento nazionale e da una forte solidarietà reciproca, ai giorni nostri quasi del tutto scomparsa. Oggi (e qui è Bonaga ad intervenire), tutti guardano al proprio privato, l’Essere di qualcuno è nel rappresentarsi a sé stesso e non nel presentarsi ad altri, è la “patologia del selfie”. Citando la Genesi e ricordando che l’uomo, in niente fatto “ad immagine e somiglianza di Dio”, è del fango su cui l’Eterno ha sputato. “Sei fatto di m***a, cosa c***o stai lì a farti i selfie?”. Il bolognese, analizzando quanto si sostiene quando si parla della Grecia come culla della democrazia che sarebbe bene “dirla tutta”, ossia, che oltre ai politos, quelli che si occupavano della cosa pubblica, c’erano i “laos” il popolo comune e gli “idiotes” quelli che vivevano solo per il proprio privato.

La mancanza di un conflitto generazionale

L’altra causa della difficile situazione politica secondo Daverio riguarda la fine dei conflitti generazionali. Dal 1789, con la Rivoluzione Francese, al 1989, con la caduta del Muro di Berlino (Daverio sottolinea in questo caso ed in altri l’ironia della Storia che a duecento anni dall’inizio della Storia contemporanea segna la propria fine) insieme alla lotta di classe c’è sempre stata un altro tipo di conflitto, quello tra padri e figli, nel quale “i sessantenni aizzavano i ventenni contro i quarantenni”. Oggi, invece, sulle prime pagine dei giornali sono solo i “padri” a farsi vedere, non i nonni o i figli. Alcuni casi isolati, come quello di Greta, dice Daverio, rappresentano una partenogenesi svedese, fenomeno questo, sottolinea ironicamente, difficilmente riproducibile. Se Francis Fukuyama, ispirandosi a Max Horkheimer poteva parlare di fine della Storia con la caduta del muro, quello che rischia seriamente di fermare la “naturale pulsione verso il progresso della Storia” è il dissolvimento della speranza di Mao, per il quale quand’anche lotta di classe fosse stata superata, la storia avrebbe continuato ad avanzare per quell’eterno conflitto tra il vecchio ed il nuovo. L’alleanza tra ventenni e sessantenni è quella che deve esistere tra memoria e proiezione verso il futuro. Se si vuol accettare la vulgata corrente secondo la quale non esistono più destra e sinistra, non si può comunque rinunciare all’altra dialettica storica, rappresentate in qualche modo dalle categorie summenzionate, ossia quella tra il regresso reazionario ed il progresso rivoluzionario, tra involuzione ed evoluzione, tra prima e dopo, tra avanti ed indietro.

Bonaga: lotta al fascismo oggi

Bonaga durante l’incontro ad un certo punto, quando stava già per andarsene, torna sui suoi passi “provocato” dalla domanda di una studentessa sul fascismo di ritorno. Dice che il fascismo è una “categoria eterna” ricordando l’insegnamento di Umberto Eco e che lui può spinozianamente può indicare la via, ma poi sta a ciascuno seguirla, conformemente alle proprie possibilità. Per combattere contro il fascismo bisogna “sperimentare la potenza”, non aspirare necessariamente al “che fare” di Lenin, ma al più modesto ed umano “cosa e come posso fare”, cercarsi cattivi maestri, operare quotidianamente con la parola e l’esempio nel quartiere e non chiudersi in “quegli stupidi circoletti autoreferenziali dell’Università”.

Philippe Daverio sul fascismo di ritorno

Per integrare Daverio aggiunge che ciascuna generazione ha le sue forme di lotta, ma perché queste siano efficaci o quantomeno “rilevate” è necessario occuparsi degli altri, aprirsi e cercare apertura, nuovamente, creare comunità, opporre solidità politica (nel senso amplio dell’impegno politico) alla liquidità sociale. Immaginare e creare nuove idee, un nuovo linguaggio, ipotizzare una nuova Europa, opporre alla centralità l’autonomia. Il professore, cita alcuni degli ultimi casi di razzismo e le dichiarazioni di parte del governo, che se non offrono un appoggio concreto a determinati episodi, ne forniscono comunque uno più subdolo, quello dell’indifferenza e della superficialità. Il sogno di “un’Europa delle regioni” è quindi necessario e Daverio ricorda che con favore aveva accolto i referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia, proprio in chiave europea, ma fa notare anche che quei progetti oggi probabilmente verranno accantonati da un vice ministro che aspira ad essere un “nuovo Duce”, mosso da presunzione, autoritarismo e razzismo.

Elisir arabi

Contro il razzismo, dice il candidato, l’unico antidoto, per citare Hannah Arendt, è la conoscenza e per spiegarlo Daverio spazia, durante le due ore dell’incontro, dall’arte alla storia, dalla musica alla gastronomia (“rinuncerei alle cinque lingue che conosco per difendere il formaggio di fossa”) e soprattutto, lo spiega, parlando di superalcolici. Ringrazia la cultura araba quella di Umar Khayyam e delle “Mille e una notte” dove insieme al libero amore compaiono spesso personaggi che amano bere (con moderazione), la cultura dell’“elisir”, la “pietra filosofale” da cui discendono tanto l’alcool quanto l’algebra. Da qui l’elogio dei paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, che nel Medioevo con Averroe ed Avicenna fecero rinascere la cultura in Europa, la contabilità con lo zero (zefiro) importato in Europa da Pico della Mirandola, il ricordo dell’appartenenza allo stesso albero genealogico-religioso.

Il cervello del mondo

Il campo sul quale è possibile fondare una nuova è più forte Europa è quindi quello della cultura, una cultura che è “tradizione, traduzione e tradimento”, riprendendo le parole di Bonaga, ossia azione selettiva di recupero ed avanzamento. Un’operazione questa che in Europa più che altrove ha avuto luogo e che ancora può fare di questo continente il “cervello del mondo”. Una possibilità questa che deve decidere se essere “l’estrema propaggine occidentale dell’Asia” come direbbe Paul Valery o quel luogo “da cui e verso cui tutto è venuto”.

L’Europa delle Regioni

Il modo migliore per farlo, dice Daverio, è quello di creare un’Europa delle regioni, dove la Baviera può dialogare con la Brianza o la Calabria scoprire di avere problemi simili in campo agricolo a quelli dei catalani, un Europa capace di conoscere le varie identità e diversità locali che fanno la ricchezza di questa parte di mondo. Una prospettiva questa che vedrebbe l’Italia, ponte nel Mediterraneo, non più minacciato come durante la guerra fredda dall’Unione Sovietica, ma collegamento necessario verso quelle antiche radici africane del nostro continente. Un Europa unita culturalmente che possa “tirar dentro anche la Russia”, impostando il dialogo sul campo delle idee. Un Europa capace di fare da guida intellettuale in un mondo in cui l’America si chiude dietro un muro, l’Africa vive alcune delle tragedie più profonde della sua storia e la Cina che in pochi anni avrà a disposizione 500 milioni di proletari (che però essendo “sprovvisti di polpastrelli” non potranno che realizzare copie dei manufatti europei) e con la quale sarà difficile competere sul piano economico.

Saluti finali

Vittorio Musca
Vittorio Musca
Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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