La foresta sommersa vecchia di 60000 anni

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Anche il passato talvolta può riservare importanti scoperte per il futuro: come nel caso dell’antica foresta sommersa nel Golfo del Messico, risalente a circa 60000 anni fa, dove sono stati ritrovati particolari microrganismi che potrebbero portare importanti innovazioni in campo scientifico.

Già nel 2004 si era giunti a conoscenza della foresta nelle coste dell’Alabama grazie all’uragano Ivan,  il quale aveva colpito le coste del golfo poco tempo prima sollevando la sabbia e i detriti che la ricoprivano. Ma è solo di recente che un team di scienziati è finalmente riuscito ad organizzare una spedizione per prelevare dei campioni da analizzare.

La squadra di ricercatori, provenienti dalla Northeastern University e dalla University of Utah e messi insieme dalla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), ha effettuato ricerche sul campo e in laboratorio.

Gli studi hanno dimostrato che i resti appartengono ad una foresta di cipressi vissuta lungo le sponde di un fiume, e che ciò che restava di questi alberi, una volta caduti, venne coperto in un primo momento da sedimenti (i quali impedirono la naturale decomposizione da parte dei microrganismi) e poi dal mare.

La scoperta più entusiasmante, però, riguarda gli organismi che vivevano su quel legno e, tra tutti, l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata sui terenidi, un tipo di vermi di mare che si nutre di legno sommerso, conosciuti fin dai tempi antichi per i danni che la loro dieta causa a scafi di imbarcazioni e moli.

Sui teredini, che solevano vivere nel substrato legnoso della foresta sommersa, sono stati scoperti molti gruppi di batteri sconosciuti finora.

Tale scoperta potrebbe avere dei risvolti incredibili nel campo farmaceutico.

I batteri e i microrganismi che vivono all’interno di questi molluschi sono infatti fondamentali per la ricerca, in quanto la loro natura simbiotica permette loro di essere impiegati nella realizzazione di farmaci non tossici per l’organismo umano e animale, cosa che risulterebbe decisamente più difficile nel caso in cui si utilizzassero batteri che per natura vivono liberi e autonomi.

Oltre che per la medicina i ricercatori puntano anche all’identificazione degli enzimi che degradano il legno per poi usarli in svariati campi come la produzione di carta, tessuti, mangimi per animali e addirittura combustibili rinnovabili.

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