lunedì, Maggio 20, 2024

Intervista a Pietro Ubaldi: “Io, artigiano della voce”

Doppiatore, attore, conduttore televisivo, speaker radiofonico e, sopratutto, la voce dell’infanzia per numerosi ragazzi di diverse generazioni, questo e molto altro ancora è Pietro Ubaldi, artista a tutto tondo con ben trentasei anni di carriera alle spalle. Non soltanto cartoni animati, ma anche cinema, telefilm, pubblicità, canzoni, pupazzi… insomma, tutto ciò che ha potuto doppiare lo ha fatto. Conosciamo meglio uno dei più talentuosi mentori della voce, capace di cambiare pelle e trasformarsi ogni volta in un personaggio diverso.

Ciao Pietro, il tuo è un lavoro che necessita una grande preparazione, divertente ma che richiede, come tutte le professioni, sacrificio e sudore…
«Proprio così, è un mestiere che ho imparato facendolo, attraverso la passione, la fortuna e un po’ di talento, perché quello ci vuole in qualsiasi cosa. Mi sento un artigiano della voce, mi piace giocare con i ruoli poi, sai, è arrivato tutto un po’ per caso, avrei dovuto fare l’ingegnere meccanico, ma durante il liceo ho cominciato a fare teatro amatorialmente, così mi sono lasciato rapire dalla recitazione. Ho fatto l’attore professionista e sono stato scritturato in numerose commedie di Shakespeare, Feydeau, Cechov e un po’ tutto quello che è il grande teatro classico».

Da Shakespeare a David Gnomo, com’è avvenuto questo passaggio?
«Propio quando la mia carriera teatrale sembrava avviata, sul più bello, arriva la cartolina del militare. Non avendo diritto al congedo non ho potuto più firmare contratti per le tournée, ma parallelamente stavano prendendo piede le tv private e mi sono buttato nel doppiaggio, scoprendo di avere questa attitudine per le vocine e le vocette caratterizzate, c’era gran frame di voci per i cartoni ed io ero l’uomo giusto al momento giusto».

Poi sono arrivati Taz, Denver, Conte Dacula, Pelleossa, Doraemon e chi più ne ha più ne metta…
«Ho doppiato di tutto, animali, personaggi di fantasia, ma non solo per i cartoni animati, anche per videogiochi, mi piace così tanto cambiare pelle continuamente che a volte impersono per gioco anche ruoli che non sono miei. E’ un mestiere dove devi rubare tanto in giro, osservare e ascoltare la gente, che per me è sempre fonte di ispirazione».

In alcuni casi c’è stato anche un conflitto d’interessi, perché hai doppiato più personaggi per lo stesso cartone…
«Eh già, come in ‘Kiss me Licia’ prestavo la voce sia a Marrabbio, papà della protagonista, che al mitico gatto Giuliano.  E’ stato divertente, perché in alcuni casi mi è capitato anche di farmi delle domande e darmi delle risposte da solo. Accadeva spesso soprattutto all’inizio, oggi il mondo del doppiaggio è diverso rispetto a qualche anno fa, si registra per questioni tecniche su colonne separate, in completa solitudine, se non per la presenza del fonico che sta dall’altra parte del vetro».

Qual è l’episodio più curioso che ti è capitato in fase di doppiaggio?
«Beh, una volta mi è capitato di rimanere chiuso dentro la sala di registrazione, perché si era rotta la serratura. Per fortuna non soffro di claustrofobia, perché sono rimasto lì per qualche ora, con i colleghi fuori che mi prendevano in giro. Lo vedi che lavoraccio che faccio?».

Scherzi a parte, il tuo è un mestiere che potremmo definire un po’ anche un gioco?
«Certamente, è un divertimento a oltranza che però costa tanta fatica e tanto sudore, perché capita anche di fare nove turni di fila di doppiaggio, perché gli episodi sono tanti e il tempo è sempre poco. Con gli anni poi faccio più fatica, ma è un lavoro che mi dà da vivere in tutti i senti, sia in termini economici che, anche e soprattutto, in gioia e vitalità».

Rispetto alla recitazione, dove comunichi molto anche attraverso l’espressione e la presenza fisica, nel doppiaggio ci si concentra unicamente sulla voce. Questo, secondo te, è un vantaggio o rende tutto più complicato?
«Il problema è sempre come viene concepito da ogni singolo individuo, io lo vivo come un lavoro di servizio, nel senso che non dobbiamo sovrapporci al personaggio ma interpretarlo, farlo vivere attraverso la nostra voce, che trovo personalmente il veicolo migliore per far emozionare, più del linguaggio del corpo. La recitazione ha anche dei vantaggi, tipo poter improvvisare e avere un contatto diretto col pubblico, poi devi avere davvero talento perché ti esibisci dal vivo, non come un cantante che in playback ha duemila effetti. In studio di doppiaggio ci sono tante avanguardie tecniche che ti aiutano a rendere al meglio il personaggio, l’attore non ha questo privilegio». 

C’è un personaggio che non hai doppiato a cui ti sarebbe piaciuto prestare la voce?
«Mi sarebbe piaciuto molto doppiare diversi personaggi Disney, che considero da sempre un po’ come la Serie A dei cartoni animati. Ma il mondo del cinema è a Roma ed io, vivendo a Milano, sono sempre stato ‘fuori dal giro’. Per lavorare con continuità devi stare lì, mentre a noi è rimasta la televisione e la pubblicità, meno i cartoni animati dopo che Mediaset ha abbandonato l’idea della fascia-ragazzi. Continuo e continuerò a fare Doraemon, ci sono ancora una cinquantina di episodi da fare, ma sarà una serie infinita e noi siamo indietro rispetto alla messa in onda originale».

A proposito di televisione, oltre alla voce, talvolta ti sei messo in gioco con la tua faccia, presentando diverse edizioni di “Game boat”, un programma cult che molti ragazzi ricordano con nostalgia. Che ricordo hai di quell’esperienza?
«Serviva un contenitore di cartoni nuovo da usare come contro-programmazione preserale alla Rai, che aveva appena cominciato con ‘Go-Cart’. L’allora responsabile della fascia per ragazzi Alessandra Valeri Manera decise di realizzare ‘Game boat’ e di metterci al timone il sottoscritto perché, a detta di molti, ero e sono tutt’oggi un cartone animato vivente. Trasmettevamo in diretta, tutto era improvvisato, non c’era uno straccio di copione e, devo ammettere, che questo manca alla tv di oggi». 

Trovi che sia un peccato la mancanza di un programma del genere per i bambini di oggi?
«Assolutamente si, un grande patrimonio buttato via. Quando ero bambino io c’era la Tv dei Ragazzi, poi Fininvest ha occupato questo posto lasciato libero dalla Rai, tutti si ricordano  ‘Bim bum bam’, personalmente ho prestato la voce a Four e negli ultimi anni anche al mitico pupazzo Uan. E’ un vero peccato che non ci siano più programmi del genere e che, anzi, vengano propinate ai bambini cose a volte purtroppo diseducative».

Partecipi in qualità di ospite a numerose manifestazioni e cosplay in giro per l’Italia con protagonisti i personaggi dei cartoni e dei manga, eventi che hanno sempre tantissimo seguito. Secondo te, perché?
«Perchè oggi manca qualcosa in cui credere e sognare, quindi riemerge la voglia di ritornare bambini, di giocare, di divertirsi. Forse, è anche merito mio e dei miei bravissimi colleghi che abbiamo saputo seminare bene lasciando in loro un ricordo bello e positivo. Questi eventi rappresentano anche un bel momento di aggregazione, poi sono ragazzi molto intelligenti e preparatissimi che nutrono passioni a volte anche esagerate, ma la passione non è mai una cosa negativa, perché ti spinge a fare e creare, non a stare con le mani in mano. Realizzano costumi, s’inventano di tutto, sono dei geni. In trentasei anni di doppiaggio ne ho cresciuti parecchi di ragazzi e quando li incontro e me lo dicono, beh, quello è il momento più bello del mio mestiere».

Nicola Donvito
Nicola Donvito
Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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