Il femminicidio non è un omicidio qualsiasi: perché?

Il femminicidio non descrive la morte di una donna in generale. Scopriamo il suo vero significato.

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La lingua italiana è colma di parole dal significato estremamente preciso ma troppo spesso confuso o sottovalutato da chi le pronuncia: è questo il caso del termine femminicidio.
Che cos’è il femminicidio? Molte persone risponderebbero a questa domanda dicendo semplicemente “l’uccisione di una donna”. Risposta sbagliata. Vediamo di capire insieme perché.

Femminicidio: le origini del termine

Il lemma fu coniato per la prima volta dalla criminologa Diana Russel nel 1992. Lo usò all’interno del suo libro “Femicide”. Ecco la sua descrizione: “Il concetto di femminicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito o la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”.

Un anno più tardi, nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde, definì così il fenomeno: “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”.

Spostandoci sul territorio italiano, possiamo affermare che la parola femminicidio è stata introdotta nel vocabolario solamente nel 2001. Prima di quell’anno, l’unico termine in uso per definire il fenomeno era “uxoricidio”. Il lemma contiene però la radice latina “uxor”, ossia “moglie”. Da qui, possiamo ben capire come esso fosse estremamente limitante, poiché riguardava l’uccisione di una donna solo in quanto coniuge.

Scarpe rosse femminicidio

Arriviamo al 2008. In quell’anno, la giornalista e politica italiana Barbara Spinelli pubblica il suo libro Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Già, 2008. Solamente dodici anni fa. Ci sono venuti anni e anni per attribuire un termine specifico a un fenomeno presente da secoli all’interno della società. E non solo. Ancora oggi, c’è chi fa il timido o lo scettico davanti alla parola femminicidio.

Femminicidio non è sinonimo di omicidio

Alt. Non si tratta di fare differenza fra persone. Non esistono morti di serie A o di serie B. Ciò che spesso induce le persone a diffidare dal termine femminicidio, è il modo in cui questo termine ci suona.
Perché è vero, il prefisso “femmini”, indica ovviamente il genere femminile. Cerchiamo però di non confonderci. Esso non descrive l’esclusiva uccisione di una donna, bensì l’omicidio di una donna in quanto tale.

Dunque, siamo di fronte a un fenomeno ben preciso. Si parla di femminicidio quando una donna subisce una serie di violenze e maltrattamenti che finiscono poi con la privazione della sua stessa vita.
Andiamo per esempi: prendiamo una donna. Ella è fidanzata con un uomo. Quest’ultimo comincia a rivelarsi particolarmente geloso e possessivo nei suoi confronti.

Inizia a una serie di manipolazioni da parte sua che mirano a minare la libertà della sua compagna. Le impedisce di uscire da sola la sera, di vestirsi in un determinato modo. Magari cerca d’instillarle nel cervello una serie di motivi per i quali la famiglia della donna o le sue amiche siano in realtà delle persone orribili e che quindi è meglio non frequentare. Di conseguenza, la vittima, poiché di vittima si tratta, si isola. Si convince che il suo mondo giri intorno al partner e che in fondo egli abbia ragione a comportarsi così nei suoi confronti.


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Questa si chiama violenza psicologica. La violenza psicologica, troppo spesso sfocia in violenza fisica, non di rado anche sessuale.
Dunque, questa serie di comportamenti sono di natura misogina, violano la donna in quanto tale.
Se tutto questo porta all’omicidio della donna per mano dell’uomo, ecco che ci troviamo di fronte a un femminicidio. Vedete, la peculiarità di questo termine è la seguente: esso indica il movente, non la vittima.

Fa riferimento a una serie di comportamenti atti alla prevaricazione maschile, al possesso della donna, come se fosse un oggetto, non la persona con la quale condividere la vita.
Ecco perché il femminicidio non è una categoria privilegiata di omicidio. Le donne non possiedono un termine tutto loro per indicare la loro morte in quanto esseri speciali. Niente affatto. Esse sono da secoli soggette a un fenomeno ben preciso, e talmente tanto diffuso che necessita di essere isolato con un termine esclusivo.

Perché?

Sapete qual è una cosa strana? Sto scrivendo un articolo sul femminicidio. Ho già digitato questa parola svariate volte. Eppure, il programma di scrittura che sto utilizzando continua a sottolinearla in rosso, come se fosse sbagliata o non la conoscesse. Proprio strano, perché stiamo parlando di un fenomeno straordinariamente comune. Così tanto comune che, purtroppo, spesso lo si normalizza. E lo si fa talmente tanto che spesso non ci si meraviglia neanche, quando al telegiornale sentiamo di una donna uccisa dal proprio uomo. Certo, è orribile; ma è comunque una delle tante.

Tant’è che le nostre perplessità, ricadono maggiormente sulla vittima, e non sul carnefice. Quante volte abbiamo pensato: “ma perché stava con un uomo del genere?”, “perché non l’ha lasciato?”, “perché non è scappata prima?”. Domande comprensibili.
Quando non si conosce un fenomeno, è umano porsi dei quesiti.
Peccato che, così facendo, spesso ci dimentichiamo di interrogarci sull’assassino. Sul perché, di questa atrocità. Dunque, facciamolo adesso: perché esiste il femminicidio? Cosa stiamo insegnando di sbagliato ai nostri figli? Quali sono i comportamenti da correggere?

Non ho tutte le risposte a queste domande. Cercheremo di darle anche in altri articoli. C’è un punto chiave però, del quale dovremmo discutere: la normalizzazione. Quante volte tendiamo a normalizzare alcuni comportamenti fin da bambini? Spesso trasmettiamo la gelosia come un sentimento comune. Insegniamo ai maschi a “comportarsi da uomini”, fin dalla più tenera età. Intimiamo le bambine a “fare le signorine” e a cercare il principe azzurro.

E’ vero, visti da questa prospettiva potrebbero apparire come azioni innocenti.
Dovremmo però tenere a mente che la mente dei bambini è un terreno fertile e nuovo. Gli ideali che instilliamo nella loro mente crescono insieme ai loro organismi.
Dunque, evitando di coltivare stereotipi di genere e di impostare una visione binaria e prevaricatrice della società, saremmo già a metà del lavoro. Ricordiamoci che i fenomeni antropologici non nascono dal nulla.
E’ per questo che non è mai troppo presto per prevenire.