Elezioni europee: i servizi d’informazione prima del voto

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Elezioni europee

Le elezioni europee si sono concluse da poco e dalle urne è uscita una conferma dei dati degli ultimi sondaggi. Conferamati la crescita della Lega di Salvini, il crollo del M5S, la lenta avanzata del PD, oltre a posizioni di minor peso politico che hanno subito piccole variazioni rispetto alle precedenti tornate elettorali.

Le bacchettate dell’Agcom

Per quanto il monito di non pubblicare sondaggi nelle due settimane precedenti il giorno del voto, l’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha rilevato che la comunicazione politica di varie emittenti televisive, Rai, Mediaset, La7 e Sky, con le loro testate giornalistiche e con le loro rubriche di approfondimento, non abbia rispettato le norme previste dalla legge sulla par condicio. In particolar modo viene segnalato l’eccessivo spazio concesso alla Lega, con “una sovraesposizione del governo e della Lega, sia nel tempo di parola che di notizia”.
Il risultato elettorale ha rispettato le previsioni nei sondaggi e questi a loro volta, hanno indirizzato l’informazione che a sua volta ha probabilmente, almeno in parte, influenzato l’esito del voto. Per quanto l’Agcom abbia sottolineato questa mancanza di imparzialità solo in occasione delle elezioni europee, ai più attenti tra quelli che cercano informazioni, soprattutto attraverso la televisione, ma anche leggendo i giornali, questo modo di dare le notizie, non sarà sfuggito neanche nei mesi precedenti.

Excursus storico

Dopo la fine della Prima Repubblica, durante la quale la Rai veniva lottizzata tra i tre principali partiti italiani, è immediatamente emerso, con la discesa in campo di Berlusconi, il problema del conflitto di interessi per un candidato politico proprietario di emittenti televisive, in un contesto politico maggioritario e bipolare. Poco più di dieci anni fa, con il declino politico del leader di Forza Italia e la rapida crescita del Movimento 5 Stelle, si è passati da una politica nella quale non più due, ma tre giocatori si fronteggiavano, complicando così ulteriormente il problema dell’equa rappresentazione mediatica dei tre poli.

Par condicio

La seconda fase, quella segnata per vent’anni da Berlusconi, ha portato le varie forze politiche, soprattutto quelle dell’opposizione ad affrontare il doppio problema del conflitto di interessi e quello della necessità di garantire a tutti i candidati parità di accesso ai mezzi di comunicazione per far conoscere i propri programmi e le proprie idee. Il primo di questi due temi, ad oggi, non è stato ancora risolto. Il secondo, invece, ha trovato una soluzione nella legge 28/2000 che istituiva la par condicio. Secondo questa legge le emittenti radiotelevisive, così come la carta stampata anche se in forma e con limiti diversi, erano obbligate a fornire un’informazione imparziale ed equa alle varie liste ed indicando anche i tempi da dedicare all’attività svolta dal governo.
Le norme sulla par condicio non sono state pienamente rispettate neanche negli anni passati, ma si cercava, quantomeno, di rendere meno palese la trasgressione delle stesse. Probabilmente, leggendo i social e parlando con la gente per strada, i vari risultati elettorali delle ultime votazioni sarebbero stati gli stessi, ma l’informazione italiana, nella maggioranza dei casi, non ha adottato un atteggiamento “equo ed imparziale”, come richiesto dalla legge. L’Agcom ha rilevato il dato numerico relativo ai minuti dedicati ai vari candidati, ma le valutazioni di questo dato dovrebbero essere maggiormente approfondite ed integrate, in molti casi, da un’analisi qualitativa dell’informazione stessa.

Questioni di priorità

La restante parte del tg, tra i venti ed i venticinque minuti, erano occupati dalla politica italiana. Il nostro è un popolo che, per storia e per educazione, ha progressivamente rinunciato alla possibilità di lanciare uno sguardo al di là dei confini nazionali, ma anche lo sguardo verso l’interno è stato spesso centrato solo su una sola persona. Febbraio 2019. Due eventi, entrambi rilevanti si sovrappongono: il caso Diciotti ed il Congresso del PD che avrebbe portato alle primarie del partito. La prima notizia, sicuramente rilevante da un punto di vista giudiziario, politico e dell’informazione ha letteralmente occupato il dibattito in quei giorni. Al partito democratico, ai tre candidati per il ruolo di segretario, in quasi tutti i tg sono stati dedicati pochissimi minuti, nei casi fortunati di quei tg che non hanno completamente trascurato il tema. L’ (inesistente) emergenza migranti e la dichiarata linea dura del Ministro dell’Interno hanno fatto scomparire quasi del tutto il dibattito interno tra le varie posizioni del più grande partito di sinistra italiano, l’unico che elegga il proprio segretario in maniera pienamente democratica.

Il tema di tutti i giorni

In altre occasioni mentre veniva intervistato il segretario del PD o un qualunque altro esponente dell’opposizione, in vari programmi di approfondimento, la persona veniva rivolta la domanda veniva spesso interrotta per leggere l’ultimo simpatico post di Salvini che mangiava un arancino o accompagnava la figlia a scuola, accompagnando la lettura del contenuto con una battuta o un sorriso felice e divertito. Inoltre, che si trattasse di Floris, della Merlino, della Gruber o di altri, molto spesso, intervistando Di Maio o Zingaretti o Berlusconi (quasi a ragione spazientito nelle ultime interviste prima del voto europeo), chiedevano ai loro ospiti il loro parere su questo o quell’atto o questa o quella dichiarazione del capo della Lega.
Salvini (durante le europee ma anche prima) è diventato così il principale tema, quasi l’unico, del giornalismo italiano. Che dichiari qualcosa o che venga contestato, che si commuova perché salvato in Parlamento dalle indagini del Tribunale dei Ministri o abbia una nuova compagna, che indossi la divisa della polizia o pubblichi un libro con Casa Pound, che critichi Gattuso o incontri i sovranisti a Milano in una piazza con poche migliaia di persone non c’è giorno che il vicepremier non sia in prima pagina. All’altro vicepremier sono affidate solo le repliche a Salvini ed il Presidente del Consiglio viene nominato solo ad ogni cambio di luna.

Ragione e sentimento

Di Maio sfruttando le piattaforme della Casaleggio e la presenza scenica degli esordi di Grillo, ha consentito a chiunque di parlare di politica, di esprimersi su crisi internazionali e crolli di borsa, di reinterpretare il dettato Costituzionale e manipolare le menti dei cittadini prendendoli per la pancia, lavorando sulle emozioni. C’è voluto un prete nelle settimane scorse, Don Pietro Sigurani, a dire che è ora di “finirla di parlare al cuore delle persone e che è tempo di parlare ai loro cervelli”. Superata la propaganda per mezzo della tv con la Seconda Repubblica, si è passati alla rete con il M5S, superati subito in questo dalla Lega e dai suoi spin doctors. Forse ordinare numericamente le Repubbliche in Italia in funzione del medium utilizzato per informare i cittadini potrebbe essere un interessante oggetto di studio per sociologi e politologi.

Guerra tra spin doctors

Oggi lo scontro nascosto sotto il lenzuolo fittizio di un contratto politico di lavoro tra Di Maio e Salvini in un campo pseudopolitico, dove il personalismo della leadership è più importante del confronto dei programmi, quelli che fanno la partita sono i responsabili della comunicazione. I giochi e gli affronti reciproci dei due vicepremier, sono spesso solo le mosse operate dalle mani e dalle menti di Casalino (Casaleggio) e Morisi. Quelli che siedono sugli scranni del governo, che sicuramente avranno una linea e delle preferenze politiche, sono solo attori che interpretano i personaggi che gli vengono affidati, recipienti vuoti in cui conservare le voci prese dalla rete, per poi restituirle a questa per mostrarsi quali emblemi di un pensiero di cui non si è proprietari, ma a volte poco più che affidatari. Le masse fanno i leader che fanno le masse. Non c’è tempo per una riflessione approfondita o un chiarimento, basta ripetere in loop uno slogan, portare avanti una battaglia mai cominciata, affidarsi all’hashtag più utilizzato un determinato giorno, così che la Pasqua valga bene un mitra e la fede si possa esprimere anche in forma di bestemmia.

Una regola con poche eccezioni

Solo pochi giornalisti a volte provano a puntualizzare, chiarire, replicare. Concita de Gregorio, ad esempio, o Massimo Franco, quando dopo aver rivolto la domanda ad un intervistato fanno notare, anche a più riprese che, esaurite le poche solite frasi di propaganda, sarebbe gradita anche una più puntuale e seria risposta. Molto più spesso altri giornalisti a fatica riescono a nascondere la loro partigianeria e se un tempo erano i soliti Belpietro o Sallusti o Giordano a prendere le parti di una certa area politica, oggi anche quelli che si sono sempre presentati come giornalisti imparziali non sanno celare la loro preferenza. Il gruppo del Fatto Quotidiano, ad esempio, da Padellaro (che è comunque più moderato e che forse per questo non è più direttore del giornale) al pur mite Gomez, dallo Scanzi esultante per il tonfo del referendum renziano all’ “Incorruttibile” Travaglio, non dimostra sempre la stessa equità di giudizio nei confronti di questo governo, soprattutto nella sua parte legata al Movimento che aveva in passato per PD e Forza Italia e non manca di innalzare Osanna al cielo per il miracolo a cui il “governo del cambiamento” ci sta facendo assistere.

Funzione pedagogica del giornalista

Considerato questo cast di opinionisti, non si può non rimpiangere Montanelli o ancor di più Biagi, la ribellione del primo contro il proprio editore del tempo, Berlusconi, quando scese in politica o la ricerca umana e profonda, come una missione del secondo, contro chiunque per la difesa del lettore, per la sua educazione culturale, al di là delle preferenze ideologiche di ciascuno. La funzione pedagogica di Biagi soprattutto, è qualcosa che manca al giornalismo moderno, la capacità di spiegare cosa sia lo Stato e cosa significhi il rispetto delle leggi, la cura che bisogna avere per chi meno sa e l’attenzione nel fornire messaggi all’opinione pubblica.

Educazione civica ed educazione ai media

Se verrà introdotta l’educazione civica nelle scuole a questa si potrebbe affiancare anche un’educazione ai media per i ragazzi. Spiegargli chi nomina il Presidente del Consiglio, in quali casi si può mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica, il reato di apologia di fascismo, la differenza tra destra e sinistra, l’indivisibilità della Nazione o su quali leggi il popolo possa pronunciarsi e su quali no. Ma sarebbe altresì importante insegnargli a leggere le notizie ed interpretare i media di massa, cosa cambia tra l’intervistare un politico o in un confronto all’americana, spiegare che fornendo solo parte della verità (come nel caso degli arrivi dall’Africa, ad esempio) non si sta fornendo la verità, quindi si sta disinformando, spiegare come interpretare le risposte ed ancor di più le domande. Spiegare che in certi casi per un giornalista, a volte, essere imparziale vuol dire essere già di parte.

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