Elena Soprano: Lovid – 19 Storia di una (quasi) guarigione

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Nel 2020, la pubblicazione del romanzo di Elena Soprano Lovid – 19 Storia di una (quasi) guarigione. Attraverso il libro, la scrittrice racconta il periodo della pandemia, nella dimensione bivalente di contagio affettività. Inoltre, la realtà della quarantena e l’attenzione sugli aspetti sociali, nelle dinamiche tra virus e sentimenti. A fronte di ciò, un’opera narrativa, che esorta il lettore a delle riflessioni interiori sul lockdown, attraverso le pagine di un diario.

Elena Soprano chi è?

Dalle origini greche, la scrittrice esordisce con il romanzo La Maschera (Edizioni Archinto), premio Lerici Opera Prima, nella traduzione in cinque Paesi. Poi il contratto con Mikado e l’inizio di diverse collaborazioni, dove Elena Soprano scrive per grandi e piccoli. In seguito, le pubblicazioni della scrittrice con: Baldini e Castoldi, La Tartaruga, Topipittori, San Paolo, Capitello, Effigie. Anche collaborazioni dell’autrice con dei testi radiofonici per la Rai, la Radio Svizzera Italiana e racconti per numerosi periodici, di cui Nuovi Argomenti e La Repubblica delle Donne. Inoltre, per diverso tempo Soprano si dedica a laboratori di lettura, nelle scuole e biblioteche civiche. Attualmente, l’attività di docente e di critica narrativa per l’infanzia.

Elena Soprano: il pensiero della scrittrice

Nella distinzione della letteratura per adulti e la fantasia con le immagini d’infanzia, ecco la ricerca di archetipi e simboli. Di fatto, l’intenzione di Elena Soprano nel catturare la parola, in cui nasce l’espressione del mondo, nel significato della stessa. Anche la capacità dell’autrice di accompagnare il lettore, nel proprio viaggio introspettivo, dove regala al medesimo quel suo filo di Arianna.

Elena Soprano: la recensione del libro

Come in un diario, Elena Soprano narra la storia di un romanzo metropolitano, durante la pandemia. Con Lovid – 19 Storia di una (quasi) guarigione, una donna single e madre cinquantenne, che affronta il lockdown nella quarantena. Dagli interrogativi della protagonista, sulle problematiche e paure del virus come malattia, fino all’evoluzione del contagio affettivo.

Attraverso gli incontri sociali, la donna matura la concezione di un legame parallelo, tra il virus ed il contagio dei sentimenti. Al termine di un legame sentimentale con un uomo, ecco la trasformazione del pensiero della protagonista, nella ricerca di sè stessa.

Anche un cambiamento interiore, che induce la donna a rincorrere l’esigenza di una vita diversa, nelle scelte sentimentali tra attaccamento e distanza. Nel messaggio della scrittrice, l’importanza del significato di guarigione, che emerge nel romanzo. Proprio dall’osservazione e lettura di sè stessi nasce la capacità, di trovare la risorsa di guarigione interiore.

Elena Soprano come si presenta ai lettori?

Mi piace presentarmi in forma “caleidoscopica”, nel senso di non essere etichettabile con un genere. Semmai, la parola, e la sua forza evocativa, sono “il mio” genere. In questo senso credo le mie origini greche (mia madre è di Atene), abbiano avuto un ruolo determinante all’approccio linguistico. Le parole a casa mia erano sempre associate alla loro etimologia, ogni parola un suono e una lunga storia, un mondo di fascinazione senza fine. Scrivo per lettori adulti, allo stesso tempo ho sempre bisogno di tornare alla fiaba, ai suoi archetipi, ai miti, e alla scrittura per giovani lettori e bambini.

Elena Soprano: quando nasce la passione per la scrittura?

Nasce insieme alla folgorazione della lettura. Quando ho capito e percepito, che i simboli scritti erano in realtà dei portali, per accedere a un’altra dimensione, quella dell’immaginario. Nel mondo delle parole mi son sentita subito molto comoda, a mio agio. Il gioco dei significanti, dei significati e dei significati fraintesi per la pronuncia sbagliata delle parole.

A casa mia all’ordine del giorno, con mia madre che non ha mai parlato correttamente l’italiano, ha sviluppato in me fin piccola, un sentiero divergente nel pensiero. Per ogni cosa, c’è sempre quello che dovrebbe in realtà essere o che potrebbe essere. Questo mi ha portato nel tempo, a una molteplicità di vedute, a un senso di ricerca costante, a un uso del linguaggio esplorativo.  

Elena Soprano: cosa pensa sulla letteratura, in generale?

Credo sia un meraviglioso patrimonio dell’umanità. Io non riesco a pensare alla mia vita senza le letture, che hanno fatto di me quella che sono. Leggere permette di fare degli step evolutivi, di crescere in tutti i sensi. Le storie, al di là della loro struttura narrativa e del loro stile, ci aiutano ad esser e a diventare col tempo, “la nostra narrazione”, a farci storia noi stessi. Sviluppano quell’”io narrativo”, che ci permette di essere unici, irrepetibili e allo stesso tempo, legati da trame più o meno sotterranee agli altri. La letteratura ci aiuta a decodificare il mondo, pur essendo lei stessa un mondo nel mondo.

Elena Soprano: ci sono autori, che predilige in particolare?

In testa a tutti, Alice Munro per i racconti con i suoi scarti temporali e l’immersione nei labirinti della quotidianità. Poi adoro Lucia Berlin, per lo strettissimo intreccio tra vita e opere, per la molteplicità dei punti vista. E la ricchezza di fauna umana, spesso in situazioni estreme, che mette in campo: leggerla è sempre una vertigine.

Amo, e profondamente invidio, la prolificità e l’ecclettismo di Joyce Carol Oates, Toni Morrison. Per la poesia della scrittura, unita alla forza di indagine sulla memoria e sulla natura umana. E Laura Pariani, per la raffinatezza e la dirompenza linguistica, l’immaginario sempre in un altro spazio-tempo.

Poi, va be’, sono innamorata dal 2004, di Jonathan Lethem e del suo La fortezza della solitudine. Quando conosco una persona, anziché chiedergli il segno zodiacale, gli domando se conosce John Fante. Di corsa, prima di un imbarco, acquisterei in aeroporto un libro di Paul Auster, anziché di Jonathan Franzen.

Traslocando in una casa nuova, per prima cosa comprerei la versione originale, di Infinite Jest, di David Foster Wallace. Se sapessi di avere un pomeriggio libero tutto per me, senza obbligo di telefono alla mano, la passerei con Silvio D’Arzo e il suo Penny Wirton e sua madre.  

Elena Soprano: come e quando nasce il suo libro?

Da tempo volevo scrivere una storia sulla dipendenza affettiva, negli anni ho letto di tutto a riguardo, articoli su giornali e riviste, siti, blog, su saggi di psicologia. Poi l’inizio del lockdown e la parola “contagio” ha fatto scattare il clic.

Da un lato essere “spettatrice” di un cambiamento epocale e di una tale tragedia planetaria, mi ha spinto a voler scrivere qualcosa, proprio per la densità e l’intensità emotiva di quei momenti. Dall’altra, improvvisamente, tutto ciò che avevo immagazzinato negli anni, sul tema della dipendenza ha cominciato a prendere forma.

Il contagio del virus è diventato la metafora, di una situazione di affettività dipendente, dove la persona viene “contagiata” e poi inglobata, nel mondo dell’altro perdendo sè stessa. Ho cominciato quindi questo romanzo, sotto forma di diario raccontando “la malattia” del pianeta, il Covid-19.

Riportando brevi episodi di cronaca, e il percorso di guarigione di una donna single, che proprio grazie al lockdown, ha occasione di fermarsi e riflettere sulla propria vita. Ascoltare il suo mondo interiore, accettare e capire il suo modo di amare, diviso tra i poli opposti distanza e attaccamento, e decidere di cambiare qualcosa.

Il libro è stato concepito inizialmente, solo come e-book. Per rendere la lettura più “immersiva”, ho inserito una serie di link riferiti a video di poesia, musica, film. Un modo per rendere meglio anche il mood della protagonista. Poi, in fase di editing, ho visto che il libro avrebbe avuto il suo senso, anche senza questa parte, quindi la decisione di proporlo anche in versione cartacea.

Elena Soprano: si sente parte dei suoi personaggi?

Si certo, quando scrivo lo sono sempre. Forse niente come la scrittura porta ad indagare la nostra complessità, la nostra molteplicità, i nostri molti io. Nel romanzo, ci sono personaggi dai caratteri molto diversi. Dalle amiche della protagonista, Beth e Gioia, opposte e complementari, al vecchio G., accumulatore seriale. E la figlia adolescente col pollice informatico, fino all’amante “Re assoluto del Regno di assenza e incarnazione di Eros”. Ognuno di questi è una parte del mio carattere.

Elena Soprano: quali sono i messaggi che rivolge al pubblico?

In generale, per ogni libro, il messaggio è sempre quello di ritornare a un atteggiamento, di profonda cura verso l’ascolto. La lettura oggi, ha una sua urgenza proprio come funzione. Il digitale e la tecnologia hanno modificato la nostra relazione con il tempo. Tutto deve essere veloce e di forte impatto, o non fa presa.

Abbiamo infinite sollecitazioni, ma si fa sempre più fatica a leggere. Oppure si legge col telefono accanto, controllando le notifiche ogni mezza pagina. Ascoltare, ascoltarsi. Leggere consente di ritornare a un tempo di ascolto dell’altro, che sia libro o persona. Permettendo al nostro mondo emozionale di parlarci, decodificarci e di decodificare la realtà.

Leggere è riconnettersi al nostro sé più profondo e di questo c’è un estremo bisogno, per capire la nostra direzione. Quindi, il messaggio è sempre quello di consegnare al lettore, la materia pulsante che è il libro. E di invitarlo ad ascoltare, cioè leggere, per ascoltarsi. 

Elena Soprano: cosa intende per contagio affettivo sociale?

Il contagio di cui parlo nel libro è prima di tutto, ovviamente quello del virus, che sta condizionando così tanto, le nostre vite. Parlo poi di un secondo contagio, quello di quando si entra nella sfera emotiva, di un’altra persona. La persona “ci contagia” col suo mondo.

Naturalmente, io sto parlando di una situazione di dipendenza, perché il focus del romanzo è stato questo. Stabilire con la persona, un senso di appartenenza, pur non condividendone magari i valori.

L’aggancio emotivo, a un altro essere umano diventa più importante dello scambio, che si può avere all’interno della relazione. É il mistero che si instaura tra vittime e carnefici. Certe forme di attaccamento, di amori “sbagliati” possono essere in realtà, il preludio di rapporti veramente pericolosi, l’anticamera del femminicidio.

Il romanzo ha un tono anche molto ironico e la protagonista è una irriducibile single cinquantenne, con la testa di una adolescente, che in fondo cerca da sempre, le risposte alle grandi domande. Tra le righe del libro però, c’è un campanello di allarme, che invita a riflettere su questo senso di attaccamento, dove si perde il senso di sé, per viversi solo attraverso l’altro.

Elena Soprano: un uomo re ed una donna regina nei sentimenti, oppure nelle distanze?

Questo dipende dal tipo di relazione, ovviamente. Nel romanzo, la protagonista ha una modalità, basata su attaccamento e distanza. Solo nella distanza riesce ad amare. Ma proprio in quella distanza e nonostante essa, lei diventa “regina” ed elegge lui come re.

Le dinamiche relazionali, poi si inseriscono sempre in un gioco di specchi. La frammentazione affettiva di lui, incapace di stare in una relazione sola, si combina perfettamente, con il bisogno di distanza di lei.

Questo, non porta ovviamente a una storia che funziona, ma è la risposta a quanto la protagonista sta chiedendo dalla vita. O meglio, che una parte di sé, quella ferita, sta chiedendo.

Andando avanti, lei diventa consapevole, di questa sua disfunzionalità e sente di non avere gli strumenti, per sostenere un rapporto diverso, ma comincia a desiderarlo. Inizia prima di tutto, a rivolere la propria integrità e non più un bisogno, che si alimenta continuamente di altro bisogno, in una dinamica di dipendenza ossessiva.

Elena Soprano: pensa che l’amore può essere un virus, da cui si guarisce?

Il concetto di amore, nella nostra cultura occidentale è soprattutto legato al concetto di sentimento e amore ostaggio della coppia. É’ l’amore studiato nelle infinite sfumature, da Massimo Recalcati, è l’amore che risente delle ferite. Di una infanzia, senza una “base sicura”, sentimento indagato dalla psicanalisi.

Ecco l’amore, basato sul bisogno e sul senso di mancanza, su cui si basa la gran parte della nostra produzione culturale, da sempre. Non è amore “malato”, ma è semmai un amore parziale. Nessuno, se non le scuole spirituali, insegnano a vivere con Amore declinato, in tutti gli aspetti della vita.

Normalmente, due persone si piacciono, scoprono di avere interessi in comune, forse una direzione comune, e formano una coppia. “Han trovato l’amore”, si dice. Se non si impara l’amore, prima di sostenere un percorso con una persona, passata la fase di innamoramento, non è semplice. Spesso, si confonde il bisogno dell’altra persona, con il piacere di stare con l’altra persona.

Elena Soprano: servirebbe diventare immuni dai sentimenti?

No. Bisognerebbe piuttosto, sempre fare una riflessione, sul perché dei nostri sentimenti. Sul perché siamo attirati più che da certe persone, dal tipo di dinamica che si crea, con le persone. Senza un lavoro di osservazione su di sé, siamo portati a ripetere sempre gli stessi modelli di comportamento e di reazione emotiva.

É quando comincia a modificarsi il nostro mondo interiore, che allora si vivono le relazioni, in modo diverso. E si incontrano persone diverse, da quello che è stato fino ad allora, il nostro cliché.

Purtroppo, non c’è una educazione all’affettività per i giovani, bisognerebbe inserire dei protocolli, a livello scolastico con dei percorsi di crescita, di una certa durata. Quanti adolescenti, si perdono entrando in una relazione affettiva, quante ragazze non avvertono il pericolo di una relazione tossica o violenta….

La gestione dei sentimenti, di tutti i sentimenti è complessa. Lo vediamo ogni giorno nei fatti di cronaca: non saper gestire conflitti a livello emozionale porta alla violenza.  Di fatto, una violenza abnorme, inaudita, che è uno strumento di rivalsa, verso un senso di impotenza.

Elena Soprano: cosa pensa sull’equilibrio tra amore e poesia?

Nel romanzo, la protagonista usa la poesia, proprio come strumento di guarigione. La chiama “ossigeno”. Questo, perché l’espressione poetica è strettamente connessa all’anima. Proprio quando si hanno moti emozionali profondi, si ha l’istinto di scrivere, in versi liberi: l’inconscio trova la sua via di uscita, senza un processo razionale.

É molto interessante e misterioso questo aspetto. La stessa Dottoressa Erica Poli, terapeuta e psichiatra, esperta di medicina integrata impiega una metodologia di Polisintesi, con i suoi pazienti, nell’uso della poesia, per l’indagine dell’inconscio.

Poesia come forma espressiva, come forma alta di letteratura, ma anche veicolo degli aspetti di sé, più reconditi. Io, del resto, ho iniziato a scrivere da giovanissima la poesia. A una certa età, le parole improvvisamente diventano scrigni.

Accostarle, creare immagini è permettere ai sentimenti, a principi di idee ancora non del tutto chiare, al germe dell’intuizione, di avere una forma. Si tratta di un processo straordinario, ovvero quello della scrittura poetica.

Il mio mito, da sempre è Dylan Thomas. Nella versione ebook del romanzo, ci sono i miei poeti preferiti, di cui ho inserito i link: Charles Tomlinson, Silvya Plath, Anne Sexton, Maya Angelou, Elisabeth Bishop, Patrizia Valduga, Alda Merini, Marianne Moore.

Quali sono le distanze, nei bisogni opposti dell’amore?

La distanza è un moto difensivo per non farci “invadere” dall’altro. La protagonista del romanzo ha bisogno di distanza, pur sapendo che è inutile. La distanza fisica è la garanzia di quell’attaccamento, di cui ha spasmodicamente bisogno, per sentirsi viva. Nella sua “solitarietà”, lontano dal piano reale, fagocita e si fa volentieri fagocitare, dalla presenza mentale dell’altro. Nelle relazioni il gioco delle distanze, si impara col tempo, si può esser distanti pur essendo vicini. Si può creare una distanza e non dare accesso a una parte di sé.

Cosa le regala la scrittura?

La scrittura è la mia direzione. Riesce ad essere il collante, tra le tante parti di me, come mamma, figlia, insegnante e a permettermi una lettura del mondo privilegiata, senza il mio giudizio. Essa mi dà il privilegio, di immergermi in una dimensione creativa, di ricerca, di continuo stimolo, di sfida, ma anche relax, dove io tra le parole, mi sento a casa.

Quali sono i suoi obiettivi nella scrittura?

L’obiettivo è riuscire a fare qualcosa, che mi sorprenda. Io sono sempre il primo lettore di me stessa. Se non mi emoziono leggendo ciò che ho scritto, se non rido in un punto che dovrebbe far ridere, se non piango in un momento che dovrebbe far commuovere, vuol dire che il testo non funziona.

Non si è sempre nello stato di grazia, per scrivere con questa sinergia di mente e cuore, che permette all’anima di dare la sua voce più autentica. Ma fa parte del gioco, la scrittura non è lavoro, è devozione. Nulla è mai sprecato. I racconti lasciati a metà, i romanzi interrotti, sono l’inizio del tracciato di ciò che verrà, al momento opportuno.

Di conseguenza, l’obiettivo è anche regalare al lettore qualcosa in grado di smuoverlo, emozionarlo con una scrittura di qualità. Per questo non ho mai fretta di pubblicare. Lovid-19, storia di una (quasi) guarigione è stato scritto 10 anni, dopo l’ultimo romanzo.

Sono stati anni di altra scrittura, in progetti europei per la scuola, in articoli, recensioni. In racconti ancora inediti, che hanno comunque allenato la mente, a un’indagine a trecentosessanta gradi, su focus specifici. É stato un duro training, che però mi ha consentito in quattro mesi, di elaborare il romanzo e di portarlo a termine. Quattro mesi di full immersion meravigliosi.

Può raccontare la sua esperienza letteraria?

É una esperienza ovviamente ancora in corso e ha preso la via ufficiale, grazie a un incidente di percorso. Come succede a tanti bambini, io sono stata avviata a degli studi musicali. Pur essendo la musica una parte fondamentale della mia vita, ho sempre saputo che non sarei mai potuta diventare una pianista.

Eseguire un brano in pubblico, per me era un tormento.  Tuttavia, il tipo di disciplina che mi han dato gli studi musicali, è stata fondamentale, per applicarmi all’esercizio della scrittura. Quante volte bisogna rileggere un romanzo, rifare alcune parti, lasciarlo decantare.

E migliorare alcune “intenzioni” all’interno della pagina, cercare i punti di contraddizione, verificare che tutto sia stato verificato senza dare nulla per scontato. Poi farsi leggere, mettere in conto i rifiuti, i silenzi, ma anche gli entusiasmi. Ci vuole proprio quella parola che va tanto oggi di moda, la resilienza.

Lasciati gli studi musicali, con la scrittura ho trovato quell’alta velocità di espressione, che la fisicità richiede per suonare lo strumento, a un certo livello.  Tuttavia, per molti anni, nonostante nelle parole mi sentissi nel mio habitat naturale, non osavo scrivere niente di mio.

Per una decina di anni, ho fatto una intensa gavetta di pubblicista, scrivendo articoli di musica e cultura generale, biografie e manuali per piccoli e medi editori. É stato il suicidio di un amico a spingermi a scrivere il mio primo romanzo, La maschera, a lui dedicato.

Manoscritto inviato a Oreste Del Buono, “rubato” da Antonio D’Orrico, che stava lasciando Bompiani per Archinto, che mi telefonò nel cuore della notte.  Fu una esperienza potentissima, che mi lasciò frastornata per mesi. Come dicono molti autori, è proprio vero che la scrittura “ci abita”.

Il libro vinse il Premio Lerici Opera Prima, fu tradotto in cinque lingue e ricomprato da Baldini e Castoldi. Il regista Marco Ferreri volle farne un film e il romanzo fu messo sotto contratto, con Mikado. Ferreri morì senza aver realizzato questa pellicola, ma la soddisfazione per me, è stata così grande che è come se il film sia stato fatto.

Sentivo che qualcosa più grande di me, mi aveva in un certo senso attraversato. Questa forza espressiva (sostenuta da anni di letture e scritture di diverso tipo che mi avevano dato mestiere), in un certo senso mi spaventava. Ho impiegato del tempo, per capirla e accoglierla. Poi sono arrivati altri libri, altri editori.

Cosa consiglia agli autori emergenti?

Di fidarsi di sè stessi. E allo stesso tempo, di avere il coraggio e l’umiltà di farsi leggere e esporsi al confronto. Un testo può essere sempre migliorato. Consiglio anche di scrivere, per amore dello scrivere. Pubblicare viene di conseguenza. E ovviamente consiglio di leggere, di trovare i propri autori di background. Per alimentare continuamente, il proprio immaginario ed affinare il proprio stile. Quando ho iniziato io a pubblicare, non c’era ancora il self-publishing. É una realtà molto stimolante, un pò come essere editori di sè stessi.  

Ha un sogno nel cassetto?

Per la verità nei ho due. Il primo è continuare a scrivere, sempre con il senso di urgenza dei primi tempi. La scrittura è fuoco, passione, guai a perderli. Si può scrivere poi lo stesso, ma il risultato è diverso. Le volte che ho scritto partendo da un approccio razionale, ho scritto sì buone cose, ma senza quel quid, che dà in primis a me stessa, e spero poi anche al lettore, un micro-cortocircuito. Un brevissimo istante di sospensione, che ti riporta a rileggere quanto hai appena letto e ad esclamare mentalmente: “Ah!”. Il secondo, vedere messa in scena in un teatro lirico, una mia fiaba musicata.