Come ricorderemo, in futuro, questi anni?

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“Was ihr den Geist der Zeiten heißt, das ist im Grund der Herren eigner Geist, in dem die Zeiten sich bespiegeln” ribatte Faust al suo assistente Wagner: “Ciò che spirito del passato definite, in fondo è lo spirito di quei cervelli in cui quel tempo si è rispecchiato”.

Come ricorderemo in futuro questi anni?

Per il tragico eroe di Goethe, il pensiero non è conoscenza, ma solo il riflesso delle idee che si sono manifestate in un determinato momento storico, la prospettiva dalla quale la realtà è stata osservata, ma non per questo meglio compresa.

Quali cervelli, dunque (parafrasando Goethe), esprimono compiutamente il nostro presente? Come lo ricorderemo, tra dieci, cinquanta, cento anni?

Personalmente spero che in futuro, ripensando a questi giorni, troveremo il coraggio di vergognarci, almeno un po’.

Cento anni fa

Le difficili circostanze nelle quali ci stiamo ancora dibattendo hanno evidenziato, ancora una volta, meccanismi di reazione ben precisi ma soprattutto già noti.

Qualcuno ha paragonato questo anno e mezzo ad alcune tra le pagine più buie dei totalitarismi: credo che l’accostamento sia azzardato (se non improprio) se lo riferiamo alle Istituzioni.

Ma anche che non sia eccessivo, se invece facciamo riferimento ai suoi cittadini.

Tutto parte dalla medesima matrice: la paura.

I media

Negli anni che succedono alla prima Guerra Mondiale negli USA nasce il dibattito insoluto che vede i media sul banco degli imputati.

La scelta di abbandonare la politica isolazionista viene infatti ricondotta alla campagna di opinione di radio e giornali e ai suoi riflessi sul governo.

Nasce l’idea che il controllo della comunicazione di massa sia strategico per la gestione del potere condizionando il comportamento delle masse.

Nonostante pareri contrari, la storia ci ha mostrato una sistematica ingerenza dei governi di ogni Paese nel campo delle comunicazioni sin dagli anni ‘30.

In anni più recenti, Silvio Berlusconi, attraverso Mediaset di cui è proprietario, in pochi mesi fonda un partito e vince le elezioni. Ogni cambio di maggioranza sancisce un adeguamento dei vertici della RAI.

La paura

Per coalizzare le persone, la strategia è sempre la stessa, e muove i suoi primi passi dall’induzione di un sentimento di paura.

Nella disastrata repubblica di Weimar, il partito nazista incolpa gli ebrei delle condizioni economiche del Paese.

Mussolini fa lo stesso con le Sinistre (dalle cui fila proviene).

La DC fonda la sua campagna elettorale sin dal 1948 ponendosi come argine ai comunisti che avrebbero abolito la proprietà privata.

Cambiano le parole, ma la musica è sostanzialmente sempre la stessa.

I nemici

La paura costruisce nemici; e i nemici i persecutori.

La negazione dell’altro è la fine di ogni ipotesi di dialogo.

Ci si identifica in ciò che “non” siamo (o che “non vogliamo essere”), ma soprattutto si diventa testimoni della nostra identità. Oggi, in particolare, attraverso i social in cui tutti possono fare sentire la propria voce.

Ma non è testimonianza di una idea o di un valore; piuttosto della propria paura.

La libertà

Le scelte, a queste condizioni, divengono però obbligate, e si polarizzano nei suoi estremi: accettare quelle che vengono proposte o rifiutarle.

La discussione nel merito è negata: o si è contro, o a favore. Di schieramenti politici sempre meno rappresentativi, o di imposizioni.

Il dubbio non è ammesso: chi non si allinea è necessariamente “contro”.

Quando nel 2019 ministro dell’interno Salvini impedì ai migranti della Open Arms di sbarcare sulle coste italiane, l’opinione pubblica non rivolse la propria attenzione sulle norme del diritto internazionale, ma si schierò a favore o contro quella decisione.

Semplificando, ma soprattutto impedendo che si potesse trarre da quella vicenda una riflessione in grado di scegliere l’atteggiamento più opportuno da adottare in futuro.

Le dinamiche della nostra società, va da sé, sono più complesse di una partita di calcio, nella quale è sufficiente limitarsi a tifare per una delle due squadre.

Democrazia formale o sostanziale?

La democrazia sostanziale è la somma algebrica della capacità di ogni cittadino di incidere attraverso il suo contributo.

Se qualcuno in questi mesi ha parlato (a sproposito o meno) di dittatura, dovrebbe far riferimento ai cittadini prima ancora che alle Istituzioni che sono loro emanazione.

Non tanto per il loro supposto “subire” passivamente (come ad esempio certe drastiche strategie finalizzate alla tutela della salute pubblica), ma piuttosto per la tendenza ad ergersi a difensori nei confronti di chi ha avanzato dubbi o opinioni diverse.

Per il modo con il quale abbiamo a poco a poco abbandonato la nostra capacità critica trasformandoci in tanti soldatini difensori di interessi particolari che rappresentano l’unica etica possibile per non essere tacciati di “nemici”.

Riscoprendo una comunanza solo negli eventi sportivi, e cedendo alla retorica dell’ordine e della presunta sicurezza.

Abdicando ad ogni discussione nel merito e limitandosi, come detto, a schierarsi.

Dimostrando di avere fatto pochi passi avanti in termini di consapevolezza e coscienza critica negli ultimi cento anni.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, ricercatore, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me Ein Anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (La Strada, 1998 - segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Poi mi sono preso una decina di anni per riorganizzare la mia vita. Ricompaio come finalista nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, e sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2021), raccolti nel volume “Nuove mappe dell'apocrifo” (2021) a cura di Luigi Pachì. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito alla VIII edizione del Premio Garfagnana in giallo/Barga noir. Il mio saggio “Una repubblica all’italiana” ha vinto il secondo premio alla XX edizione del Premio InediTO - Colline di Torino (2021). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra le miei ultime monografie: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., Federsanità, 2018), “Violenza domestica e lockdown” (et. al., Federsanità, 2020), “Di fronte alla pandemia” (et. al., Federsanità, 2021), “Un’emergenza non solo sanitaria” (et. al., Federsanità, 2021) . Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale Osservatorio7 (www.osservatorio7.com), dal 2020 pubblicato su periodicodaily.com. Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.