Sfruttamento dei migranti: lotta al caporalato in Italia

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presenza dei migranti nelle Città Metropolitane d'Italia

«Noi esistiamo!». Questo è il grido degli ultimi, degli invisibili, di coloro che per 12 ore sotto il sole cocente vengono sfruttati per garantire frutta e verdura sulle nostre tavole. E’ la voce che si alza per rivendicare quei diritti che ad oggi non esistono, perchè loro comunque vada su quel campo dovranno tornarci. Almeno finquando il caporalato in Italia continuerà ad esistere.

Le mobilitazioni per il caporalato in Italia

Sono giorni di mobilitazione per queste donne e questi uomini che continuano a morire nei ghetti e nei campi dimenticati da tutti. E’ il grido di dolore di chi rivendica a gran voce la possibilità di vaccinarsi contro il Covid-19, di un’accoglienza più umana e soprattutto di uscire dallo sfruttamento del caporalato. Le loro condizioni di vita in un ghetto malfamato e preda della criminalità sono disumane. Ciò non fa che attirare su di loro la morsa del caporalato e dello sfruttamento nella filiera agroalimentare. I migranti che lavorano nelle campagne di Gioia Tauro, in Calabria, hanno aderito agli scioperi e hanno manifestato per rivendicare i loro diritti. Ma come loro anche dalla Puglia e dalla Basilicata, sono accorsi davanti la prefettura di Reggio Calabria per scioperare.

Le richieste degli scioperanti

Le richieste alla prefettura sono chiare: queste persone chiedono di essere vaccinate, vogliono garanzie sulla loro inclusione, che ad oggi non è certa. Chiedono una velocizzazione per ottenere i permessi di soggiorno e denunciano le deboli azioni di contrasto al caporalato. Jean René Bilongo, della Flai Cgil, dopo il colloquio con il prefetto ha riferito che si è puntato tutto su tre punti fondamentali: campagna vaccinazioni, permesi di soggiorno e accoglienza. Ma ancora una volta del caporalato in Italia non sembra se ne sia parlato.


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Il ricordo delle vittime dello sfruttamento

Nelle manifestazioni non è certo mancato il ricordo e la denuncia delle morti sul lavoro, sempre più frequenti con l’avvento dell’estate. Si è ricordato Camarda Fantamadi, il 27enne maliano morto per il caldo in Puglia dopo una giornata nei campi sotto il sole. Adil Belakhdim, 37enne italiano di origini marocchine, investito da un camion in Piemonte in una manifestazione. Ed infine Antonio Valente, il 35enne che distribuiva volantini sotto il sole a Lecce. E siamo tutti d’accordo con loro che non si può più morire in questo modo in Italia, per la fatica e senza nullla in mano che garantisca eguali diritti per tutti.