mercoledì, Giugno 19, 2024

Reato di tortura in Italia: una sentenza storica

Pochi giorni fa dieci agenti della penitenziaria sono stati condannati per tortura e lesioni aggravate. Gli agenti erano in servizio ad ottobre 2018, nel carcere di San Gimignano, in provincia di Siena. Le pene si estendono da 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi di carcere. Il Gup Jacopo Rocchi ha emesso la sentenza dopo quasi 3 ore di camera di consiglio. Questa triste vicenda è stata una dei primi casi contestati da quando il reato di tortura è entrato in vigore, tre anni fa. Il primo che riguarda pubblici ufficiali.

Quali sono i capi d’accusa?

Inizialmente nell’inchiesta della procura di Siena furono indagati quindici gli agenti della polizia penitenziaria. Per cinque di loro c’è stato il rinvio a dibattimento che si terrà il prossimo 18 maggio tramite rito ordinario. I restanti dieci, tramite il rito abbreviato, sono stati condannati, in prima istanza, alla pena detentiva di 2 anni e otto mesi. Inoltre il giudice ha deciso l’interdizione dai pubblici uffici per il periodo stesso della condanna erogata. Solo quando la sentenza sarà definitiva ci sarà anche un risarcimento economico alla vittima degli abusi di 80 mila euro. Oltre agli agenti anche un medico del carcere è stato condannato a quattro mesi di reclusione. Il medico è accusato di rifiuto di atti d’ufficio perché si sarebbe rifiutato di visitare e refertare il detenuto.

L’abuso di potere degli agenti

Gli agenti di polizia penitenziaria sono stati accusati di tortura nei confronti di un detenuto. Tale tortura è avvenuta durante un trasferimento coatto di cella ad ottobre 2018. La vittima delle percosse è un ragazzo di origine tunisina, detenuto per reati minori di droga. Il ragazzo pensava di essere accompagnato a fare la doccia, difatti nel video aveva le ciabatte ai piedi e un asciugamano al braccio. Invece è stato trascinato per il corridoio del reparto isolamento, portato in una cella e lì malmenato con calci e pugni. In quel corridoio si verificarono attimi terribili, quattro minuti di caos e furia ripresi dalle videocamere di sorveglianza.


Il video del pestaggio


Il silenzio della vittima

Il ragazzo tunisino non ha mai denunciato il pestaggio per proteggersi dalle possibili ripercussioni che la sua denuncia avrebbe generato. La prima ad avanzare dei dubbi sulle ferite del ragazzo è stata un’operatrice del carcere. La stessa operatrice ha preso l’iniziativa firmando una lettera di un altro detenuto indirizzata al tribunale di sorveglianza. Il detenuto in questione, infatti, sarebbe stato spettatore del pestaggio nei confronti del ragazzo tunisino. Da quel momento sono partiti i primi accertamenti sulla vicenda che qualche giorno fa ha portato alla condanna degli agenti.

Il reato di tortura in Italia

La legge che riguarda il reato di tortura in Italia è relativamente nuova. La Camera ha, infatti, approvato la legge 110 nel maggio 2017. Ora il reato di tortura è disciplinato agli articoli 613bis e 613ter del Codice Penale, all’interno del titolo XII dedicato ai delitti contro la persona.

Le pressioni internazionale per introdurre il reato di tortura

La legge è approdata nel nostro ordinamento a seguito delle numerose pressioni provenienti dalle Istituzioni Europee e Internazionali. In particolare dopo la condanna emanata da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la sentenza del 7 aprile 2015 (Caso Cestaro c. Italia, ric. n. 6884/11). Nello specifico lo Stato Italiano fu sanzionato per la inadeguatezza del proprio ordinamento circa una inefficace prevenzione e repressione delle condotte di tortura. La sentenza in questione fa riferimento ai fatti di Genova del 2001. In quell’occasione le Forze di Polizia italiane hanno compiuto numerosi atti di tortura, trattamenti crudeli e degradanti nei confronti dei manifestanti civili durante il G8 nel Luglio 2001.


I tanti ragazzi torturati in Italia


La mancanza di condanne per il reato di tortura

I responsabili dei maltrattamenti contro le persone non sono mai stati puniti per mancanza di una norma che sanzionasse specificatamente le ipotesi di tortura. Tale mancanza ha permesso che la prescrizione penale inglobasse tali condotte, configurate come reati minori, come lesioni e percosse. Il motivo di tale inerzia è da ricondurre principalmente alla forte opposizione degli esponenti delle Forze dell’Ordine. Infatti gli agenti di polizia ritenevano che un’eventuale legge limitasse l’esercizio delle proprie funzioni di repressione del crimine.

La regolamentazione del reato di tortuta

La nuova legge prevede per i responsabili di reato di tortura pene dai 4 ai 10 anni di carcere. Questo periodo può aumentare fino ai 12 anni se a commettere il reato è un pubblico ufficiale. In questo caso particolare le torture rappresentano un abuso di potere in aperta violazione dei doveri di forza dell’ordine.

Il fondamentale aiuto delle Associazioni

È un doveroso e necessario fare un plauso a quelle associazione che da anni portano avanti la battaglia per la difesa dei diritti umani. Soprattutto per quelle tutte persone dimenticate presenti nelle nostre carceri. In particolare l’Associazione Yairaiha Onlus alla quale va il merito di aver segnalato per prima i pestaggi, grazie alla lettera di denuncia dei testimoni dell’accaduto. Poi l’Associazione L’Altro Diritto che si è presentata come garante locale dei detenuti del carcere di San Gimignano. I rappresentanti delle associazioni esprimono soddisfazione per questa sentenza, non tanto per le condanne inflitte in sé, bensì si augurano, e mi auguro, che questa sentenza possa essere un primo passo verso la fine delle torture e degli abusi nelle carceri e in tutti i luoghi di reclusione.

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