Caso Cucchi: uno dei tanti

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Quanti casi Cucchi silenziosi ha conosciuto l’Italia?

La vicenda riguardante Stefano Cucchi, la cui storia ha subito un’esplosione mediale negli ultimi anni, soprattutto dopo l’ultimo processo, si eleva ad emblema. Quest’ultima parola non cela alcun giudizio di valore, ma esprime come il Caso Cucchi sia divenuto simbolo di una tragica ingiustizia subita da molti, nella speranza che sia ora placata.

Negli ultimi anni sono rimbombati nella memoria collettiva italiana i nomi di altri individui: Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Serena Mollicone, Riccardo Rasman, Marcello Lonzi, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, Carmelo Castro, Simone La Penna, Cristian de Cupis, Manuel Eliantonio. In questa lista rientrerebbero tanti altri nomi che sono stati sempre taciuti: è un fenomeno, quello delle morti nelle carceri, che non viene raccontato. Un tabù mediale per la dimensione orrida e disumana che nasconde, per la poca dignità che riceve da parte della comunità.

Ciò che deve essere denunciato non prende in considerazione il soggetto vittima della stessa sorte di Cucchi, ma il gesto compiuto: un omicidio a tutti gli effetti, una morte per mano di un’altra persona, peggio se in divisa.

Federico Aldrovandi

Ha 18 anni Federico Aldrovandi quando muore per per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”, dopo una colluttazione con 4 poliziotti. Una pattuglia lo coglie sotto effetto di sostanze stupefacenti la sera del 25 settembre 2005, la mattina alle 11.00 i genitori vengono informati e alla vista del cadavere del figlio 54 lesioni ed ecchimosi, pongono i primi dubbi su una morte avvenuta per malore. Solo nel 2009 la verità e la giustizia trionfano: 3 anni e 6 mesi per i 4 poliziotti che hanno colpito a morte Federico Aldrovandi. L’esito è giunto dopo anni di battaglie aizzate da Patrizia Moretti e la famiglia del giovane.

Giuseppe Uva

Il 14 giugno del 2009 Giuseppe Uva viene fermato da una pattuglia dei carabinieri, mentre è alla guida in stato di ebrezza che lo aveva condotto a spostare alcune transenne dalla strada con un amico. La sua ultima notte la trascorre in caserma, prima di essere trasferito d’urgenza in ospedale: morte per una patologia cardiaca a 43 anni, sostengono i giudici. Dopo aver ricevuto un tentativo di contenimento da parte delle Forze dell’Ordine, Giuseppe Uva muore. Tutt’oggi la sorella, Rita Uva, è in cerca dei colpevoli.

Aldo Bianzino

Era nel mirino perché appartenente al mondo della droga: una mattina del 2007 alcuni poliziotti fanno irruzione nella sua abitazione. L’operazione antidroga porta al ritrovamento di alcune piante di cannabis e foglie lasciate essiccare, mentre Aldo e la compagna vengono condotti in commissariato, restano a casa il figlioletto quattordicenne Rundra e la suocera Sabina 91enne. Aldo insiste che la cannabis rinvenuta è per uso personale, principalmente con scopo terapeutico per la madre, malata di tumore e destinata a morire l’anno successivo.

Due giorni dopo l’arresto la compagna Roberta viene condotta in ufficio, le chiedono se Aldo avesse problemi di cuore, lei risponde di no, le chiede per quale ragione e la informano del trasferimento di Aldo in ospedale. “E’ in perfetta salute” insiste. Dopo solo tre ore Roberta si ritrova con l’ispettore capo, domanda quando potrà rivedere Aldo: “martedì dopo l’autopsia” è la risposta.

L’ultima notte di vita Aldo l’ha passata urlando senza ricevere ausilio. La mattina le guardie lo trovano seminudo e sofferente, tentano di rianimarlo davanti all’infermeria che resta chiusa. In soccorso di Aldo interviene l’ex moglie Gioia, nominando un medico legale, l’esisto è diverso: ematomi alla testa, costole rotte, danni al fegato e alla milza, non è aneurisma, è pestaggio. A continuare la battaglia di Aldo è il figlio Rundra.

Niki Aprile Gatti

Frode informatica: arrestato il 19 giugno 2008 all’età di 26 anni. Dopo 4 giorni di isolamento, Niki Aprile Gatti viene trovato senza vita. L’ennesimo suicidio. Un paio di jeans e il laccio di una scarpa, appeso alla finestra del bagno, la cui altezza non si poteva definire tale. Ammesso che il laccio non si spezzi e che sia lungo a tal punto da costruirne un cappio, la morte arriverebbe così lentamente da costringere il presunto suicida ad intervenire in altro modo. Un punto di domanda che si sforza di smettere di essere tale.

Vicenda completa

Reati di tortura non riconosciuti

Conoscere le storie di tanti come loro è un obbligo morale, impegnarsi nel prevenire e punire tali episodi è un interesse comune. Nell’estate del 2017 è stata introdotta una legge sul reato di tortura che prevede dai 4 ai 10 anni di carcere per i responsabili, che arrivano a 12 se il responsabile è in divisa. Una legge fatta di modifiche, rinvii, molti astenuti e tempi prolungati, una legge definita da Giorgia Meloni un impedimento al lavoro della Polizia e dei Carabinieri.

Il reato di tortura dovrebbe essere in grado di sollevare la maschera di “morte naturali” a tutte quelle persone che hanno perso la vita per mano di altri, alle morti che avvengono lontano dal mondo, nelle carceri isolate, dove lo Stato regna sovrano e la sicurezza che rappresenta è solo un’illusione di chi è al di fuori. L’abuso di potere è il terribile errore in cui intercorrono poliziotti e carabinieri, sottraendo alle proprie vittime ogni statuto di dignità. Prima di essere pubblici ufficiali, ciò che manca a carnefici di questo genere, è il titolo di umani.

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