Regno Unito, 30 novembre 1979: una copertina sagomata con mattoni bianchi contornati di nero e una scritta in stampatello, semplice e di impatto.
È la mano disegnatrice del fumettista londinese Gerald Scarfe, l’album è The Wall. Così si presenta nei negozi di dischi l’undicesimo album musicale in studio dei Pink Floyd.
The Wall è uno degli album più importanti che ha contribuito a consacrare i Pink Floyd definitivamente sul piano internazionale, è entrato nella vita di milioni di ragazzi dell’epoca segnandoli per sempre, è un mito trasmesso di generazione in generazione.
Tuttavia, se ci si limitasse al solo giudizio musicale, suscettibile quindi di critiche legate al gusto personale, si rischierebbe di perderne di vista l’importanza e il significato più profondo.
Il percorso creativo di The Wall infatti è estremamente illuminante per comprenderne l’intento che affonda le sue radici nel tour di Animals del 1977, tour che nel complesso fu psicologicamente devastante per i Pink Floyd.
Dopo aver abbandonato le piccole sale in cui il pubblico dei primi anni 70 amava ascoltarli quasi in un rigoroso silenzio, la band inizia ad esibirsi negli stadi davanti a decine di migliaia di persone che si affollano nelle gradinate e spingono alle transenne: una massa unica, indistinta, entusiasta ed entusiasmante, ma per certi versi paurosa vista dal palco.
Roger Waters, bassista e autore della stragrande maggioranza dei testi e delle musiche dal 1973, è saturo di un decennio di folle corsa che lo ha portato da artista quasi anonimo a miliardaria star internazionale. Percorso che nella storia del rock ha fatto più di una vittima.
I Pink Floyd fin dalle origini avevano fatto dello show un elemento di originalità e di sperimentazione. In pieno clima psichedelico fine anni 60, le loro esibizioni erano accompagnate da un light show estremamente suggestivo e da un sistema quadrifonico all’avanguardia che permetteva al pubblico, ovunque si trovasse nella sala, di godere di un suono chiaro e avvolgente.
A seguito del successo commerciale di The Dark Side Of The Moon del 1973 e di Wish You Were Here del 1975, le aspettative del pubblico allo show live crebbero ulteriormente, tanto da spingere la band a sostenere costi sempre più alti in effetti speciali, costi da compensare con esibizioni in arene sempre più grandi.
Così avvenne per il tour di Animals negli Stati Uniti, luogo in cui la band, dal 1973, aveva concentrato i propri live a discapito dell’Europa e della madrepatria.
Nella tappa a Montréal del tour del 1977, uno spettatore in prima fila, grida e si dimena, tanto da far sembrare che fosse presente solo per creare confusione e bere birra. Waters, che non riesce a sopportare quel parassita da platea, prende la mira e con uno sputo lo centra in faccia.
Quel gesto però gli appare subito violento, indecente e dittatoriale, tanto da sconvolgerlo a tal punto da mettere in moto un processo di catarsi creativa.
Così facendo il bassista aveva incarnato una sorta di “rocker dittatore”, figura che apparirà poi come protagonista nel brano In the Flesh e che verrà interpretata nella prima trasposizione cinematografica The Wall del 1982 da Bob Geldof.
Ecco quindi farsi strada in Waters l’idea per costruire un nuovo concept, un muro di incomunicabilità tra l’artista e il pubblico, muro che col passare del tempo si arricchirà nella testa dello stesso Roger di tanti mattoni da farlo diventare un emblema dell’alienazione e dell’estraniazione dal mondo.
I Pink Floyd diventano vittima e artefici della loro stessa denuncia contro la macchina dello show business, denuncia che aveva avuto l’acme nel brano Welcome To The Machine del ‘75: da una parte, sul palco, le identità dei musicisti che scompaiono nella maestosità dell’impianto scenico dei loro show (da qui l’origine delle maschere con il calco del viso dei componenti dei Pink Floyd, utilizzate dalla “surrogate band” che suona alternandosi o affiancando gli stessi nel tour di The Wall); dall’altra parte, legioni di spettatori assiepati negli stadi privi di identità.
Un altro aneddoto circa lo stato latente emotivo del gruppo durante il tour di Animals è quello che fa riferimento all’ultima data: al termine della serata, ai bis di rito, David Gilmour, deluso per la pessima qualità musicale dello spettacolo, rinuncia a salire sul palco, va al mixer e da lì segue i suoi compagni sul palco accompagnati alla chitarra da Snowy White, “la sei corde” aggiunta negli spettacoli dal vivo.
Conclusosi il tour di Animals e trascorso un periodo di riposo, si iniziò a pensare ai progetti futuri: l’urgenza di tornare a lavorare a un disco divenne incombente a seguito di un grave buco finanziario che colpì la società di intermediazione alla quale la band si era rivolta per sistemare i problemi con il fisco inglese.
Nella realtà, l’unico davvero attivo creativamente fu Roger Waters che già dall’autunno 1977 stava lavorando in solitudine a un paio di concept: l’embrione di The Wall, inizialmente chiamato Bricks In The Wall e la prima bozza di The Pros And Cons Of Hitch-Hiking, che nel 1985, divenne un disco solista del bassista.
Tutto questo mentre il resto della band si dedicava a progetti da solisti oppure a passioni extra-musicali.
Seguì un biennio irrequieto fatto di diatribe interne al gruppo e di pressioni da parte del mercato discografico, durante il quale Waters, reagì nel migliore dei modi creando nuovo materiale di grande qualità e consolidando sempre più il suo ruolo di leader.
Tutto il concept di The Wall nasce da un gesto avvenuto in un istante, emblema di un istinto che nella sua semplicità racchiude molti concetti e significati. È un album che parla dell’alienazione dell’uomo dalla società, della chiusura in sé stessi e di quanto si possa essere prigionieri della nostra stessa mente.
Numerose sono le inquietudini personali di Waters in The Wall: la morte del padre ad Anzio nel corso della seconda guerra mondiale; il ruolo della madre iperprotettiva e soffocante; l’esperienza in un prestigioso college frustrante e umiliante; il divorzio dalla moglie nel 1975.
Altri elementi arrivano dal vissuto come musicista dei Pink Floyd: il rapporto spersonalizzato con il pubblico soprattutto dal ’73 in poi, con arene sempre più grandi e un pubblico meno attento; gli incidenti del concerto di Los Angeles del tour del ’75, in cui vennero arrestati in 500 per possesso di droga.
Il piano della pura invenzione narrativa servirà invece da collante per mettere ordine alle tante idee che portarono Waters al vaglio del resto del gruppo.
La storia del concept ha come protagonista un certo Pink, personaggio fittizio nonché alter ego dello stesso Waters.
Pink è una rockstar che dopo la sua ascesa, consumato dal successo, inizia a distruggere e ad allontanarsi da tutto ciò che ha attorno a sé. Il dipinto che lentamente prende colore sulla tela è la raffigurazione di un mondo esterno che ha una facciata completamente diversa dall’anima: nonostante il rock significhi libertà, espressione e forza, in The Wall è possibile vedere come dietro tutto ciò ci siano una lunga serie di obblighi, ombre e finzioni. Nella figura di Pink è possibile vedere un uomo in continua lotta con le sue guerre interne e ansie quotidiane.
Le difficoltà e i traumi esistenziali di Pink vengono rappresentati come mattoni che vanno a costruire un muro di isolamento che lo allontanano dalla realtà, fino ad una completa solitudine; isolamento e solitudine che vengono estesi all’intera umanità, tutt’oggi incapace di abbattere numerose barriere.
Alla fine Pink riuscirà ad affrontare introspettivamente i propri mostri del cuore e dell’anima riuscendo ad abbattere quel maledetto muro che lo riporterà alla libertà, il vero progresso per la vita di un uomo.
Come ogni grande concept album che si rispetti, The Wall è un cerchio perfetto che inizia esattamente dove finisce, e si ripete nell’eternità, per lasciarci una lezione di vita: nonostante riusciamo a uscire dalla prigione che ci siamo creati, dobbiamo stare attenti e non dimenticare mai gli errori che abbiamo fatto, poiché un nuovo muro è sempre dietro l’angolo.
Ciò che accade a Pink è ciò che potrebbe accadere ad ognuno di noi e deve essere d’esempio.
È questa la grandezza senza tempo di The Wall: una ricchezza di cui farne tesoro, una giusta eredità per le generazioni. Il resto è storia.

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