Sin da quando era molto giovane, ha espresso le sue grandi doti di musicista e cantautore, e, con il trascorrere degli anni e poi dei decenni, ha continuato a scrivere canzoni ispirate ed apprezzate e ha realizzato (o contribuito a realizzare) album di notevole importanza nell’ambito della storia del rock. Ancora oggi, a quanto pare, Neil Young non intende fermarsi perché continua ad avere stimoli per scrivere e per suonare la sua musica. Ciò è evidente se si considera che è appena stato pubblicato “Colorado”, il trentanovesimo album inciso in studio dal rocker canadese, preceduto dall’uscita dei singoli “Milky Way” e “Rainbow of Colors”. Si tratta del primo disco registrato in studio dal 2012 in cui il cantautore suona insieme ai Crazy Horse, la band che lo ha affiancato più volte nel corso della sua lunga e variegata carriera musicale. Inoltre, la realizzazione di “Colorado” è stata ripresa dalle telecamere, e ne è uscito il documentario “Mountaintop Sessions”.

Una recente immagine ritraente Neil Young

Neil Percival Young è nato a Toronto il 12 novembre 1945. Sin dalla metà degli anni ’50, il giovanissimo Neil ha subito sviluppato una forte passione per il rock and roll e per il rockabilly, e anche per altri generi musicali come il country e il western pop, e ha individuato, tra gli artisti e i musicisti già in voga in quegli anni, coloro che sono poi sempre stati i suoi idoli, tra i quali (forse primo tra tutti) Elvis Presley, Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash e Fats Domino. Abbandonati gli studi per intraprendere la carriera musicale, forma nel 1963 gli Squires, la prima band in cui suona stabilmente per circa un paio d’anni, fino alla metà degli anni ’60, proponendo sia cover di pezzi di altri complessi (come, ad esempio, gli Shadows) sia pezzi da lui scritti. Alcuni di questi brani vengono registrati in studio e poi pubblicati come singoli.

Successivamente, giunto a Los Angeles, Young forma i Buffalo Springfield insieme ad altri musicisti di rilievo come Stephen Stills (incontrato qualche tempo prima al Fourth Dimension di Thunder Bay, nell’Ontario) e Richie Furay. Nonostante un’esistenza ed un’attività di breve durata (tra il 1966 e il 1968), questa band è stata fatta rientrare nel novero dei più significativi gruppi della scena folk-rock californiana, in virtù di un riuscito ed efficace mix di folk, rock (caratterizzato anche da sfumature psichedeliche) e country che riceve buoni riscontri da parte della critica e ottiene un apprezzabile successo commerciale a partire dalla ristampa dell’omonimo album di debutto, “Buffalo Springfield”, contenente anche “For What It’s Worth (Stop, Hey What’s That Sound)”, una canzone di successo scritta da Stephen Stills, e alcuni brani scritti da Young, come “Nowadays Clancy Can’t Even Sing”, pubblicato come primo singolo estratto dall’album.

Il 1969 è un anno estremamente significativo anche per quanto riguarda la storia del rock, inteso in senso ampio, e per quanto riguarda la carriera del giovane cantautore canadese. È da poco uscito il primo album solista “Neil Young”, registrato nella seconda metà dell’anno precedente con il contributo di musicisti del calibro di Ry Cooder e la cui tracklist comprende piacevoli ballate come “The Loner” e “The Old Laughing Lady” e anche “The Last Trip To Tulsa”, brano importante e di durata ampiamente superiore rispetto agli altri contenuti nel disco. Dall’inizio dell’anno, inoltre, Young suona insieme ai Rockets, gruppo californiano il cui organico comprende musicisti talentuosi come il bassista Billy Talbot, il batterista Ralph Molina ed il chitarrista Danny Whitten. Quel gruppo viene poi ribattezzato Crazy Horse e la collaborazione con Neil Young, più volte ripresa negli anni fino ai giorni nostri, vede un primo frutto nell’album “Everybody Knows This Is Nowhere”, pubblicato durante la primavera. Nel disco, spiccano la title track, “Cinnamon Girl”, “Down By The River” e “Cowgirl In The Sand”: tutte e quattro molto belle, ispirate e apprezzate, e fatte quindi rientrare nel novero dei pezzi eseguiti nell’ambito delle performance live. Un anno memorabile e prolifico a tal punto per Young vede anche il debutto, nel mese di luglio e presso lo storico Fillmore West di San Francisco, insieme a David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash. Con loro il musicista canadese partecipa al Festival di Woodstock.

Da sinistra, Stephen Stills, David Crosby, Neil Young e Graham Nash

Gli anni ’70 si aprono in maniera grandiosa per Neil Young, con una chiara conferma di successo sia per quanto concerne la collaborazione con Crosby, Stills e Nash, che porta a “Déjà Vu”, un autentico capolavoro contenente, tra l’altro, la struggente “Helpless”, sia per quanto concerne la produzione solista, che procede con il terzo album, “After The Gold Rush”, registrato con la partecipazione dei Crazy Horse e di Stephen Stills e riconosciuto come uno dei punti più alti della sua lunga carriera. Di successo ancora più grande è “Harvest”, con una copertina molto semplice e contenente una serie di splendidi brani musicali, tra i quali “Heart of Gold”, che viene pubblicato come singolo e raggiunge la prima posizione nella Billboard Hot 100, “Old Man”, anch’esso pubblicato come singolo, e “Albama”. Si tratta di un album annoverato tra i dischi più significativi di quel periodo e della storia del rock in generale, ed è anche risultato essere l’album più venduto del 1972 negli Stati Uniti. Vi sono anche contributi musicali di Crosby, Stills, Nash e James Taylor.

Neil Young durante un concerto negli anni ’70

Tra altri album più o meno apprezzati, come “On The Beach” (1974), “Tonight’s The Night” (1975) con i Crazy Horse (che hanno intanto perso un componente importante, il chitarrista Danny Whitten, venuto a mancare alla fine del 1972) e “American Stars’n’Bars” (contenente, tra l’altro, “Like a Hurricane”, caratterizzata da un bel riff di chitarra), e una intensa attività live (in cui rientrano anche concerti con Crosby, Stills e Nash), la carriera del cantautore canadese procede spaziando tra suoi generi prediletti (country, folk, blues e talvolta anche tendenze hard rock) e con buoni riscontri da parte dei fan. Verso la fine degli anni ’70, parte con il “Rust Never Sleeps Tour”, e da quei concerti nasce il memorabile album live “Rust Never Sleeps”, strutturato in una parte acustica solitaria ed una parte elettrica insieme ai Crazy Horse. Durante gli anni ’80, il canadese si dedica anche a sperimentare generi musicali diversi per poi tornare al rock and roll, al country e al blues, come si nota in “Everybody’s Rockin'” (1983) e in “Old Ways” (1985). Il decennio si chiude con “Freedom” (1989), che sfoggia un pezzo al livello del repertorio dei anni ’70, la potente “Rockin’ In The Free World”. Negli anni ’90, il cantautore si fa conoscere dalla generazione grunge (“Mirror Ball”, pubblicato nel 1995, vede la partecipazione di componenti dei Pearl Jam) e registra altri album insieme ai Crazy Horse. Negli anni 2000, con “Prairie Wind” (2005) completa la “trilogia acustica” (iniziata nel 1972 con “Harvest” e proseguita nel 1992 con “Harvest Moon”), e realizza diversi altri album, tra i quali “Americana” e “Psychedelic Pill”, entrambi pubblicati nel 2012 ed entrambi registrati con i Crazy Horse, spaziando sempre tra rock, rock psichedelico, hard rock, country rock e folk rock.

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