lunedì, Aprile 15, 2024

L’ageismo: quell’apparente tic-toc delle lancette

L’esperienza c’insegna che ottenere il silenzio assoluto è un’impresa pressoché impossibile. Poiché, anche ponendoci all’interno di una stanza insonorizzata, continueremmo comunque a udire alcuni rumori. Come, ad esempio, il battito cardiaco. Il quale non solo ci ricorda di essere ancora in vita, ma lo fa scandendo il tempo. Donando un ritmo ben preciso al nostro fluire, proprio come un metronomo. D’altronde, misurare il tempo è un’abitudine che l’essere umano ha da secoli. Solo che, talvolta, quest’attitudine può avvalersi di alcuni lati oscuri. L’ageismo ce lo dimostra.

Che cos’è l’ageismo? Quali sono le sue origini?

Si tratta di un termine per nulla comune, almeno in Italia. Probabilmente perché la tematica che porta con sé è così sottile da essere penetrata nella nostra cultura in maniera apparentemente innocua. Partiamo dalle basi. La parola non è altro che un inglesismo composto dal lemma “age”, ossia “età” e dal suffisso “ism” o “ismo” in italiano. Non a caso, l’ageismo contiene tutta quella serie di discriminazioni basate sull’età. Solo che, pare ci sia un vuoto, una sorta falla nell’origine del fenomeno. Proviamo a rifletterci. In fondo, la vita non è altro che quel percorso che inizia dal momento in cui si avvista per la prima volta la luce, e che finisce quando chiudiamo gli occhi in eterno. Tuttavia, facciamo un ulteriore passo indietro. Non esiste un solo essere vivente che scelga autonomamente di camminare su questo mondo. Semplicemente, accade. Per quanto ogni persona possieda le proprie credenze a riguardo, una cosa è certa. Si è in vita perché un altro essere umano ce lo ha imposto.

Nel migliore dei casi, il soggetto in questione è ben felice di compiere quest’atto. Durante la cosiddetta dolce attesa, tante mamme e tanti papà trascorrono quei mesi pensando alla creatura che andranno a incontrare. Immaginandola nei suoi particolari. Poco importa se questi rappresenteranno o meno la realtà. Si sente un desiderio d’amore innato, amore per qualcunə che ancora non si conosce attivamente. Poi, il sogno diventa realtà. Da qui le emozioni cominciano a susseguirsi in maniera irrefrenabile. Ci stupiamo di ogni piccola azione legata a quella persona in miniatura. Esclamiamo tutta una serie di “già”. “Ha già iniziato a camminare”. “Sta già dicendo le sue prime paroline”. E dopo alcuni anni, avviene un cambio d’avverbi di tempo. Quel “già” si trasforma in “ancora”. E da lì scaturiscono i problemi legati all’ageismo.


Ageismo: lo stereotipo dell’età è una sfida globale


Il dramma di crescere

L’ageismo ci porta a riflettere a fondo. Perché le persone si riproducono? In tempi antichi, mettere al mondo unə bambinə significava garantire la continuità della specie o di una determinata etnia o stirpe. Al giorno d’oggi, in una Terra sovrappopolata, l’intento non è decisamente lo stesso. Può accadere che una nascita avvenga per la mancanza d’attenzione o un incidente avvenuti durante un rapporto sessuale. Tutta via, sono moltə le mamme e i papà per scelta. In genere, accade che il desiderio di stringere una creatura minuscola tra le braccia prenda il sopravvento. Solo che, non sempre si riflette su un aspetto fondamentale: si dà vita a una persona. Un essere umano composto da infinite sfumature, che, crescendo, vorrà coltivare a modo suo. Quando creiamo una persona, le stiamo regalando un lasso di tempo indefinito. Non dovremmo, invece, donarle il ritmo. Dovrebbe essere lei o lui la direttrice o il direttore della propria orchestra. Eppure, sembra che nella società odierna ciò sia pressoché impossibile.

Le manifestazioni dell’ageismo

Abbiamo ormai circumnavigato il concetto dell’ageismo. Proviamo adesso a osservarlo un po’ più da vicino. In fin dei conti, non esiste una sola persona che non ne sia stata vittima o testimone. Crescere è un mestiere che inizia il giorno uno della nostra vita e che c’accompagna per sempre. Tuttavia, man mano che l’età anagrafica si sposta su cifre sempre più alte, le cose cambiano. Proprio come avviene per gli avverbi di tempo, anche qui si compie uno scambio. La parola crescere viene sostituita dal termine invecchiare. Verbo in realtà totalmente innocuo, ma che all’interno di molte società assume una piega negativa. Si tende a guardare l’avanzamento dell’età come una colpa, come un male che rende la persona meno capace. Meno valida, o in grado di capire, d’intendere e di volere. Il mondo del lavoro vuole dipendenti giovani ma con esperienza. Le pubblicità ci ricordano che è proprio l’ora di comprare quella crema anti-age o di tingesi i capelli, altrimenti la gente ci guarderà con un po’ più di disprezzo. Queste sono solo alcune delle tante forme in cui l’ageismo si manifesta.

“Vecchio”, in senso comune, è sinonimo di “lento”, d’“inabile”. Per contro, l’aggettivo “giovane” va a braccetto con “svelto” o “inesperto”. Solo che nel corso della vita, quella reale, gli stereotipi crollano. Avanzare d’età, nel concreto, vuol dire semplicemente continuare a vivere. Non denota una perdita delle proprie capacità cognitive e intellettuali, almeno che non insorgano patologie compromettenti da questo punto di vista. La meraviglia e la curiosità fanno parte della nostra natura. Ecco perché è fondamentale sperimentare, imparare, studiare. Queste azioni non sono riservate a un’unica fascia d’età. Pensiamoci bene. D’altronde, nessunə possiede la certezza di quel che potrebbe esserci o meno al di là di questa vita. Dunque, che senso ha porsi dei limiti solo perché le candeline da spegnere sulla torta riportano una cifra un po’ più alta? Chiunque è padronə della propria vita. Nonché della propria libertà, durante questo viaggio.

Tra ageismo e disabilità

Come affermato in precedenza, invecchiare non significa automaticamente sviluppare una disabilità. Certo, il fisico va in contro a una trasformazione fisiologica. Tuttavia, non è detto che una persona considerata più o meno anziana abbia abilità meno valide di chi è invece più giovane. Inoltre, c’è un altro aspetto fondamentale da considerare: “giovinezza” e “buona salute” non sono termini che concordano sempre. Non sono infatti infrequenti casi di malattia e disabilità giovanili. Molte persone ancora considerate nei range della tenera età sono affette da patologie invalidanti, più o meno visibili. E ciononostante, si ritrovano ad avere a che fare con un mondo del lavoro e dell’istruzione, oltre che con una società, che le vuole sempre fresche scattanti, solo perché prive di rughe.

Cosa possiamo fare per sconfiggere l’ageismo?

Come per ogni tipo di discriminazione, l’ageismo va combattuto in maniera attiva. Non per presa di posizione, ma piuttosto per auspicare a una società più accogliente e armonica. Nella quale non si vieni considerati dei rottami dopo i quarant’anni. E nella quale unə ragazzə disabile possiede i diritti che le/gli spettano. Possiamo cominciare dalle parole per poi passare ai fatti. Pensiamo a tutte quelle volte che abbiamo rinunciato a qualcosa per via dell’età. Sicuramente ci siamo dettə o sentitə dire “sei troppo vecchiə” o “sei troppo giovane”. Ecco, ora prendiamo in mano la situazione. Se lo desideriamo, andiamo incontro a quelle occasioni, e proviamo a coglierle.

Non asteniamoci dall’andare a ballare solo per la paura di venire additatə come ridicolə. Non rinunciamo al sogno di una laurea o un diploma solo perché “ormai è troppo tardi”. Evitiamo di far sentire le altre persone fuori posto per via dell’età. Dopo tutto, la vita è un viaggio. Non un percorso a tappe. Siamo noi a scandire il ritmo del nostro fluire. Non sappiamo la quantità di tempo che abbiamo a disposizione. E, per quanto nei periodi più bui questo possa apparire in eccesso, la realtà è che siamo di passaggio. L’esistenza è un percorso tutt’altro che lineare. Sono molti gli ostacoli che la caratterizzano. Dunque, proviamo a trovare il nostro ritmo. E a non influenzare quello altrui. Tenendo a mente che il tempo non è né nostro nemico né nostro amico. Piuttosto, possiamo dipingerlo come un cavaliere, col quale danzare fino all’ultimo respiro.



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