L’Abruzzo piange il conterraneo Ettore Spalletti

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Due giorni fa, la sera dell’11 ottobre scorso, la scomparsa avvenuta all’età di 79 anni nel comune di Spoltore in provincia di Pescara dello scultore e pittore abruzzese Ettore Spalletti, ha raccolto in cordoglio il suo Abruzzo e l’Italia intera che lo piangono e lo ricordano. Sulla morte dell’artista non si è fatto attendere l’elogio commemorativo del sindaco di Pescara Carlo Masci che così lo ha ricordato:

“Ha svelato l’amore per ricerca cromatica ispirata all’arte concettuale e all’incontro tra colore e architettura che lo hanno reso celebre in tutto il mondo rendendolo un riferimento unico per le giovani generazioni. Ha dato lustro internazionale alla nostra terra e per questo ogni pescarese non potrà non essergli grato e ricordarlo nella maniera più sentita. L’amministrazione comunale di Pescara si stringe intorno ai familiari del maestro con i profondi sentimenti di cordoglio“

A poche ore dalla morte del gallerista pescarese Cesare Manzo l’Italia perde quindi un’altra importante personalità del modo della cultura, della produzione e del’innovazione sperimentale e artistica.

Ettore Spalletti

L’artista, che in vita è riuscito a raggiungere fama nazionale sino a raggiungere notorietà ad oltralpe grazie alle sue capacità artistiche, la propria visione artistica e stilistica e lo studio delle forme che si inseriscono all’interno di un concetto e di una visione del modernismo e del minimalismo che fino ad allora non si era mai strutturata ed organizzata in temi e costruzioni che solo l’ingegno di Spalletti è stato in grado di attualizzare, è stato uno dei precursori, almeno in Italia, del movimento dell’essenzialismo nel design, nell’architettura e nell’arte, sia essa pittura o scultura.

Biografia e Concezioni

Ettore Spalletti nasce a Cappelle sul Tavo, comune facente parte dell’area metropolitana di Pescara, il 26 gennaio 1940. Già negli anni Settanta diventa il precursore di una concezione dell’arte al tempo innovativa, basata sull’essenzialismo delle forme e sulla ricerca dei materiali ai tempi sempre più variegati e vari nonché aperti ad un ampio ventaglio di utilizzi, accompagnati ad una ricerca tesa alla valorizzazione del risalto emotivo del tono cromatico attraverso la cui apparente monocromia traspare una manualità pittorica di strati sovrapposti e abrasi, un colore intriso di materia e di luce, in armonica interrelazione con lo spazio circostante.

Benché il colore delle pitture, spesso realizzate su supporto ligneo, e delle sculture, per le quali la predilezione di Spalletti si rivolge al marmo, sia monocromatico, non sia definito dall’accostamento delle tinte, caratterizzate prevalentemente da cromie fredde, non risulta sintetico e senz’anima in quanto l’apparente piattezza e uniformità viene contrastata e temperata da un processo interamente manuale di elaborazione delle superfici che, trattate con molteplici stesure di pigmenti e attraverso una materialità corposa in grado, insieme alle forme delle opere che si armonizzano perfettamente con gli ambienti in cui si integrano, di accentuare gli spazi e di relazionarsi con la luce in modo magistrale.

Come un moderno Bernini, Spalletti ha saputo giocare con le forme della scultura e i principi della pittura per creare delle installazioni che non sono solo opere d’arte ma che si propongono anche di essere parte integrante del contesto architettonico e ambientale in cui si inseriscono, diventano perciò spazio abitativo e spazio vissuto vero e proprio, sono al contempo opere d’arte, arredi d’utilizzo o esclusivamente di definizione di ambienti, e oggetti di design che si innestano in maniera così totalizzante negli apparati architettonici che rappresentano fino a diventare essi stessi, realmente o fintamente, elementi architettonici. La fissa e rigida geometria delle forme che nella maggior parte dei casi non lascia trapelare asimmetrie, le quali se esistono si assurgono a deviazioni prospettiche o orientative, si rifa spesse volte a costruzioni quadrangolari, raramente la circolarità è contemplata.

Da quello che è possibile intuire sull’estremo ermetismo dell’arte spallettiana, l’autore sembra essere quasi ossessionato dalle forme non fluide o non simmetriche quasi si sentisse totalmente assorbito da una ricerca prettamente materiale in cui l’elemento più spirituale non è trovato nella forma bensì nel colore. Pittura e scultura, quindi l’aspetto della trasformazione e dell’impressione piana e quello della tridimensionalità, si intersecano ma mai completamente, quando cioè il primo aspetto si integra nel secondo il sincretismo non è mai completo e pieno, poiché la forma rigida che rappresenta il mondo umano e incarnato non riesce completamente ad unificarsi alle fredde tinte pittoriche che, sebbene piene e concrete, ricche di materialità, continuano a simboleggiare quell’universo iperuranico che non verrà mai completamente e integralmente conosciuto ed esperito dalla limitatezza umana. Il colore tra tutti il più evocativi e carico di significato trascendentale nella pittura di Spalletti è l’azzurro, grande protagonista delle stanze dell’obitorio di Garches in cui si denota più di ogni altra opera come il colore e in particolare il blu e l’azzurro avvolgono e ingentiliscono gli ambienti, rendendoli accoglienti e trasformandoli in luoghi quasi sacrali.

Obitorio di Garches

La pratica pittorica dell’uniformazione con colori freddi è raccontata da Alessandra Galletta nel documentario Ettore Spalletti, Italia in programma il prossimo 16 novembre su Schermo dell’Arte di Firenze Film Festival. Pare, dunque, nell’arte di Spalletti, esserci uno scollamento tra la realtà transeunte e quella universale, un certo timore reverenziale che, per quanto timido e un po’ preoccupato perché sempre al limite tra elevazione e precipizio, riesce comunque a riscattarsi. Tale risorgimento della coscienza nasce dalla stessa costruzione degli elementi caratterizzanti l’opera laddove la totalità dell’aspetto oltreumano dato dal colore freddo si definisce solamente dove il supporto geometrico, obbligatoriamente tridimensionale, lo consente, in questa maniera per esistere l’opera, cioè la rappresentazione del mondo umano in correlazione a quello per così dire divino, non può non conoscere e strutturarsi sul mondo delle forme geometriche rigide, quindi quelle umane, e su quelle dell’imperscrutabile, mutabili come il colore passato a più strati ma anch’esse rigide poiché la tinta è uniforme.

Se la rigidità è totalizzante, fatto che potrebbe impedire una lettura delle opere dello Spalletti come di opere di liberazione dalla fissità, sia essa reverenziale, intimidatoria o impedente, la lettura generale delle opere dell’artista permette un’interpretazione che si fondi, per quanto contrasti con la teoria di interpretazione concettuale dell’arte contemporanea, sul principio dell’immediatezza. E’ attraverso l’impressione e l’istintività che le opere di Spalletti possono dare il meglio di loro, infatti attraverso una lettura immediata che le stesse opere permettono di mettere in atto si riesce a comprendere l’estrema libertà che posseggono le stesse il cui potenziale espressivo si manifesta solo quando lo spettatore riesce a mettere da parte le speculazioni più profonde per lasciarsi trasportare dal grande senso di quiete infuso dalle opere.

Soltanto attraverso l’abbandono alle stesse si è in grado di arrivare al senso di esse per giungere al valore dell’insegnamento che le opere danno, cioè quello della futilità del raggiungimento di una perfezione capace solo di rendere incapaci mediante la sua terribile calma. Se la tranquillità è terribile perché immota e rigida, la tranquillità dell’uomo utile allo stesso per liberarsi dal primo tipo di quiete è simile ad essa con la differenza che la tranquillità umana è concentrativa mentre quella oltreumana è pura e asettica esistenza formale. Per questo motivo le opere di Spalletti sono un tutt’uno di forma e colore, poiché quella forma e quel colore si arricchiscono dell’immaginazione, dei sentimenti e delle sensazioni dello spettatore per essere efficaci e liberatorie.

A differenza dell’arte del Ready-Made in cui tutto è concetto, nell’arte di Spalletti tutto diviene in realtà e nonostante le forme rigide, spiritualizzazione. Come sostiene Bianca Felicori nell’analisi della Cappella della clinica Villa Serena a città Sant’Angelo:

“La compenetrazione tra arte e architettura si manifesta con pienezza grazie all’intervento di Spalletti che ha trasformato lo spazio in un’opera d’arte totale. Ogni elemento della cappella è stato concepito dall’artista, dall’altare di marmo bianco alla Madonna Immacolata ricoperta di polvere azzurra. Pittura e scultura, colore e luce interagiscono armonicamente con lo spazio, facendo dimenticare l’ormai consolidata separazione tra le due discipline. Una sintesi estrema che testimonia come la pratica artistica di Spalletti si riconosca da sempre nel suo rapporto con lo spazio in senso fisico”

Cappella della clinica Villa Serena a città Sant’Angelo

Molte sono le interpretazioni dell’arte di Spalletti, le sue opere, dato l’estremo semplicismo, possono infatti essere soggette a letture molto diversificate, l’unico elemento che però sicuramente unisce cultori, appassionati e critici è senza dubbio la rilassatezza delle composizioni dell’autore. Per questo motivo l’artista è stato molto apprezzato, poiché ha saputo concentrare l’attenzione sul tema della velocità del mondo moderno, dell’iperattività sociale e di quel progresso travolgente, autodistruttivo e autofagocitante tipico delle civiltà mondiali contemporanee.

Riconoscimenti, Esposizioni e Carriera

Riconoscimenti gli sono giunti soprattutto dall’Europa e dall’America, in cui in numerose città ha esposto sue installazioni, a partire dalla Biennale di Venezia al Musée d’art moderne de la Ville di Parigi, dall’S. R. Guggenheim Museum di New York al Museum van Hedendaages Kunst di Anversa e poi ancora è stato invitato al Musée d’art moderne et contemporain di Strasburgo, al Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli, alla Henry Moore Foundation di Leeds, al MAXXI di Roma, alla GAM di Torino, al Museo Madre di Napoli e in molti altri importanti luoghi.

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