sabato, Aprile 13, 2024

Il superpotere delle parole e il linguaggio inclusivo

L’essere umano è l’unico animale dotato del dono della parola. Le persone, in genere, trascorrono molto tempo a pensare e a parlare. Utilizzano lo strumento della fonazione per farsi breccia nell’ineffabilità del mondo. E nei casi in cui le parole vengono a mancare, sono gli individui privi d’un silenzio imposto a parlare. Prendendo decisioni e decidendo sorti. La parola è spesso un superpotere sottovalutato. Ecco perché oggi parliamo di linguaggio inclusivo.

Linguaggio inclusivo: perché ne abbiamo bisogno?

La Terra è composta da circa otto miliardi di umani. Un numero così elevato che difficilmente viene considerato in un unico insieme. Piuttosto, si tende a dividerlo in molteplici sottoinsiemi. Lo si fa a partire da alcune particolarità primarie, ad esempio l’area geografica d’appartenenza delle persone e la cultura caratteristica di quella zona. Per poi arrivare a sottoinsieme più piccoli, come il luogo di residenza, lo stato civile o la professione. Addirittura, ogni individuo è composto da tante sottili sfumature. E ognuna di queste catapulta quello stesso soggetto in ulteriori mini insiemi. Per quanto molti di questi agglomerati si somiglino, non esistono neanche due gruppi che parlino esattamente la stessa lingua. Ad esempio, ‘insieme “donne” non comunicherà mai nello stesso modo degli insiemi “professionisti della sanità” o “abitanti di Roma”. Questo perché all’interno di realtà diverse si sciorinano tematiche comuni in maniera peculiare e unica. Oltre al fatto che si ha a che fare con circostanze specifiche.


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Il gioco di conoscersi

Immaginiamoci all’interno di un locale, nel bel mezzo di una serata rilassante. D’un tratto la persona seduta accanto a noi al bancone del bar ci rivolge la parola, e da lì prende vita una conversazione. Conversazione che prevede il gioco più comune che due individui agli primi sguardi possano fare: quello d’imparare a conoscersi. Dunque: cosa significa conoscersi? La risposta più semplice risiede nello scoprire a poco a poco le caratteristiche altrui. E, almeno in primo luogo, ciò è sinonimo d’indovinare in quali insiemi appartiene chi abbiamo di fronte. Innanzitutto: è un uomo o una donna? Da dove proviene? Qual è la sua professione o il suo corso di studi? E così via. Solo che però, sovente, le parole non bastano. Esse non sono sufficienti, non vengono considerate garanti di sincerità. Non a caso, spesso permane quella parte di noi atta a cercare nella persona accanto le caratteristiche stereotipate di quel dato insieme. Insomma, la lingua che, secondo il pensiero comune, dovrebbe parlare. Purtroppo, ancora molto di frequente, si rimane impereterritə di fronte a una persona che s’identifica come uomo pur riportando tratti che in linea di massima sono considerati femminili. Cominciamo, quindi, a comprendere perché, ad oggi, abbiamo bisogno del linguaggio inclusivo.

Parola chiave: includere?

Il termine “includere” deriva dal verbo latino “includĕre”, letteralmente “chiudere dentro”. Dunque, questa parola ci fa pensare a un insieme già definito nel quale vengono aggiunti ulteriori membri. Una definizione paragonabile a una lama a doppio taglio. Da una parte, possiamo percepire la problematicità del racchiudere l’umanità in una sorta di club esclusivo nel quale, per compassione, si fanno entrare altri individui. D’altro canto, però, si mette a nudo la realtà dei fatti. Anche per quanto riguarda la questione del linguaggio inclusivo. Il punto è che, nonostante i fatidici insiemi e sottoinsiemi sopracitati comincino a possedere confini più labili, le barriere sono ancora troppo alte. Il mondo è ancora considerato il luogo ideale per una precisa nicchia di persone. Ad esempio, nell’universo occidentale le carte vincenti sono in mano alle persone cisgender, perlopiù uomini, con la pelle bianca, benestanti e normoabili. Tutto quel che va al di là di questa descrizione viene considerato diverso o alternativo.

Per quanto questa fetta di realtà sia cruda, sono comunque presenti alcuni spiragli. Uno di questi mette in discussione la parola inclusività, per i motivi sopracitati. A farlo sono state e sono tuttora molte persone. Tuttavia, ce n’è una che ha compiuto un passo in più. Si tratta dello scrittore Fabio Acanfora, il quale preferisce sostituire il termine inclusività con la definizione “convivenza delle differenze”. Proviamo a rifletterci su. In fondo siamo semplicemente di fronte alla descrizione della vita odierna. La società è proprio l’insieme per eccellenza. Insieme nel quale convivono esseri viventi diversi, ognuno di questi riportante peculiarità uniche e valorizzanti.

Linguaggio inclusivo: tra scetticismo e necessità

Abituiamoci all’idea di un’umanità compresa interamente all’interno di una sola ed enorme unità . Sapendo che ogni gruppo specifico è caratterizzato da un proprio metodo comunicativo, a questo punto abbiamo bisogno di una lingua comune. E qui entra in gioco il linguaggio inclusivo. Ci serve un mezzo espressivo che non faccia sentire escluso nessun membro di questa comunità. Chiaramente, per quanto l’intento sia comune, si devono fare i conti con le varie differenze linguistiche. Ogni lingua sta adottando un metodo inclusivo diverso. Per esempio, l’inglese ha introdotto il pronome “they” al singolare per indicare le persone non binarie. Lo spagnolo iberico ha introdotto il pronome “todes”, col medesimo intento. Arriviamo all’italiano. La nostra lingua, per quanto riguarda i pronomi personali e la declinazione degli aggettivi, non possiede un genere neutro. Il che significa che possiamo definire una persona bella o bello. Possiamo parlare di una lei o di un lui. Solo che non tutti gli esseri umani s’identificano come donne o come uomini. Questo vuol dire che esistono individui che, sentendo un peso nel cuore, non riescono a trovare un pronome adatto per definirsi. O ancora, soggetti il cui genere viene costantemente bistrattato o scambiato.

La realtà italiana

Tristemente, possiamo affermare che l’odierna società italiana non è per nulla d’aiuto. La questione, in linea di massima, viene trattata al pari di una devianza o di un capriccio. Si liquida il discorso con un “ci sono problemi più sei”, o con un “non è giusto modificare la nostra lingua”. Frasi comunemente pronunciati da coloro che, in quel grande insieme chiamato società, ci nuota a braccia distese. Non avendo bisogno di una mano tesa in gesto d’aiuto. Il fatto che il simbolo dello Schwa (ə) crei così tanto scalpore, ci fa riflettere. Facendoci arrivare alla conclusione che la soglia tra diritti e privilegi sia ancora parecchio sottile. Senza contare che l’italiano ci dona la possibilità di parlare inclusivamente in svariate maniere, che andremo ad analizzare in alcuni articoli successivi. Nel frattempo, cerchiamo di lasciar andare le nostre barriere mentali. Pensando alla bellezza e alla ricchezza delle diversità.



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