“Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostituiti sulla base della sovranità nazionale “

Questo un estratto della dichiarazione che fece nel 1943, a guerra ancora in corso, durante una riunione del Comitato francese di liberazione nazionale riunito ad Algeri, Jean Monnet, consulente economico e politico francese, tra i “padri” dell’Europa unita e sostenitore della linea cosiddetta “funzionalista” dell’integrazione.

Monnet era nato nel 1888 a Cognac, da una famiglia di produttori di liquore e, abbandonata la scuola a soli 16 anni, aveva fatto esperienza all’estero sin da giovanissimo per studiare l’inglese e per lavorare per conto dell’industria di famiglia. Durante entrambi i conflitti mondiali – riformato per motivi di salute – aveva offerto il proprio contributo per coordinare le risorse materiali e umane degli alleati, collaborando con i governi francese, britannico e statunitense. Aveva dunque fatto tesoro quell’esperienza compiuta in tempo di guerra per trasporla in tempo di pace: nel corso del conflitto, non era stato sufficiente il controllo dei singoli Stati sulle loro risorse, ed era stata necessaria in alcuni ambiti una gestione comune, per non disperdere gli sforzi; finita la guerra, quel modello di cooperazione tra Stati su ambiti ristretti e ben definiti avrebbe potuto non solo portare a una maggiore prosperità, ma anche prevenire quelle rivalità tra Paesi che avevano condotto al dramma europeo.

Come i federalisti, movimento di pensiero che tra i maggiori esponenti italiani annoverò Altiero Spinelli, Monnet pensava che fosse necessario limitare la sovranità assoluta dei singoli Stati, ma diversamente da quella corrente, e ispirandosi invece alla scuola di pensiero dell’economista romeno David Mitrany, credeva che non si potesse direttamente “aggredire” la sovranità politica e che fosse opportuno un processo più graduale, attraverso la creazione di istituzioni sovranazionali tecniche e burocratiche, con poteri economici e amministrativi limitati e dedicate alla risoluzione di problemi materiali; solo gradualmente, e in modo indolore, quote maggiori di sovranità nazionale si sarebbero potute cedere a organismi europei, fino al raggiungimento di una vera e propria costituzione federale. Si trattava, dunque, per Monnet di una integrazione da guidare pragmaticamente dall’alto, perché egli non riteneva ancora maturi i tempi per un superamento pieno e politico del concetto di Stato-nazione, ma non mancavano un’alta idealità di fini e l’obiettivo finale federalista.

Il funzionalismo di Monnet ebbe un’influenza enorme sulla costruzione europea. Sua espressione fu dapprima la Dichiarazione Schuman (ministro degli Esteri francese) del 9 maggio 1950, in cui, preso atto che l’Europa non sarebbe stata creata «in una sola volta», né «costruita tutta insieme», ma che sarebbe sorta «da realizzazioni concrete» creatrici di «una solidarietà di fatto», si proponeva di eliminare le condizioni materiali della conflittualità secolare franco-tedesca, ponendo sotto una comune alta autorità l’insieme della produzione di carbone e di acciaio di Francia e Germania e degli altri Paesi che avessero voluto aderire all’accordo. Quindi, dall’impostazione monettiana nacque nel 1951 la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), da lui presieduta dal 1952 al 1955, primo nucleo originario dell’integrazione europea. I settori economici allora più importanti e contesi – si pensi soltanto alla questione franco-tedesca della Ruhr – venivano così messi al riparo dalla conflittualità nazionalista.

Monnet poi tentò la creazione, fallimentare, di una Comunità europea di difesa, e fondò il Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa, che collaborò attivamente alla elaborazione dei trattati di Roma (1957), da cui nacquero, con la stessa logica della CECA, la Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom), nonché la Comunità Economica Europea (CEE) come mercato comune.

Morì il 16 marzo 1979, quarant’anni fa, a Bazoches-sur-Guyonne.

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