venerdì, Maggio 24, 2024

Calcio: è la Bea o una Dea? Forse solo una questione d’intesa.

“Occhio di ciel la Bea, dolce brio la ricrea”…, questi sono solo alcuni dei versi che Ranuccio Pallavicino, cardinale e scrittore, nel 1667 dedicò all’elettrice Ferdinando Maria duca di Baviera con l’opera tragica intitolata “l’Atalanta”.

Oggi il ricordo più vivo è l’opera straordinaria che un bravissimo tecnico come Gasperini sta componendo partita dopo partita, consegnandola a tutta la nazione.

Non è una tragedia, ma un’estatica manifestazione di determinazione, coraggio, intensità ed intelligenza tattica, saggiata da un gruppo giovane per l’anagrafe, ma già sufficientemente maturo per confronti calcistici di ben altra caratura.

Una eccellente interpretazione in cui più che i ruoli, più che i nomi, più che i tifosi, più che l’allenatore, è l’umiltà e la personalità dei giocatori ad indirizzare le vittorie che sta maturando.

L’ultima, a Napoli, ha consacrato questa squadra meritando quel quarto posto in classifica che non la incorona come una potenziale rivelazione, ma la sgrammaticata scrittura del calcio italiano, dove tutto, di solito, è già in parte prevedibile ad eccezione di una sacralità così rara.

Dopo le prime giornate di campionato si è parlato di una sorpresa; oggi del miracolo di una Dea bergamasca.

Forse, è solo un’intesa tra tutte le componenti societarie, un’armoniosa coniugazione d’intenti e l’alchimia di chi sa insegnare calcio e chi è perfettamente in grado di farlo.

Non servono miracoli, ma impegno, quello vero, quello che spesso è profanato ed agognato dalle masse e la storia ogni tanto consegna ai comuni mortali, che credono nel sacrificio, nel lavoro quotidiano ed oggi nella gloria di una Dea.

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