40 anni fa l’omicidio del giornalista Walter Tobagi

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Milano, 28 maggio 1980, 11 del mattino. Il giornalista del Corriere della Sera, Walter Tobagi, sposato e padre di due figlie, esce di casa per andare a a prendere l’auto in garage, in via Andrea Salaino, a Milano. In quella strada stretta lo aspettano in sei. Sotto la pioggia battente, alle 11 e 15 due di loro estraggono la pistola, quattro colpi risuonano, Tobagi si accascua in una pozzanghera, l’ombrello scivola su un fianco, la stilografica Parker cade dal taschino. E già morto: ucciso dalla seconda pallottola che gli è entrata nel cuore. Ma uno degli assassini si china e gli esplode un altro colpo sull’orecchio sinistro. Poi il commando fugge in auto.

Il cadavere del giornalista Walter Tobagi

La carriera giornalistica e le inchieste sugli anni di piombo

Nato a Spoleto il 18 marzo 1947, Walter Tobagi si trasferì a Bresso, vicino Milano, a soli 8 anni, dove iniziò a scrivere da adolescente sulla Zanzara, giornale del Liceo Parini, diventato famoso per lo scandalo per lo scandalo suscitato da un articolo sull’educazione sessuale.Entrato subito dopo la maturità all’Avanti, passò dopo qualche mese all’Avvenire per poi approdare nel 1972 al Corriere della Sera dove durante gli Anni di Piombo indago’ sulle Brigate Rosse. Dieci ore prima dell’agguato aveva partecipato ad un incontro al Circolo della Stampa a Milano, dove aveva parlato di terrorismo subendo violenti attacchi verbali. Mentre il 20 aprile 1980 aveva pubblicato sul Corriere della Sera l’articolo Non sono samurai invincibili , in cui spiegava come il tentativo delle Brigate Rosse di “conquistare l’egemonia fosse fallito”, anche se “in alcune zone calde di grandi fabbriche, erano riusciti comunque a penetrare”. “Chi vuole combattere seriamente il terrorismo non può accontentarsi di un pietismo falsamente consolatorio, non può sottovalutare la dimensione del fenomeno” concludeva.

La Brigata XXVIII MARZO

Ciò gli valse una condanna a morte in realtà non da parte delle Brigate Rosse, ma della Brigata XXVIII marzo, un gruppo di giovani bene che aveva cercato di entrare nelle BR che però avevano respinto. A quel punto avevano costituito un gruppo armato fai- da te convinti che se si fossero fatti notare con qualche azione eclatante sarebbero stati ammessi nell’elite guerrigliera. A sparare il colpo di grazia a Tabagi fu Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni. Assieme all’altro sparatore Mario Marano, all’autista Daniele Laus, a Manfredi Di Stefano e a Francesco Giordano del commando faceva parte anche Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico Morando Morandini.

Il 25 settembre Barbone vennr arrestato. Si penti subito e coinvolse il resto dei membri della formazione.