Sex workers e diritti negati

Battaglie e richieste per il sex work durante l’emergenza

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Durante questi mesi di pandemia, la Piattaforma nazionale anti-tratta, il Comitato per i diritti civili delle prostitute e il collettivo di sex worker Ombre Rosse hanno lanciato una raccolta fondi per sostenere il sex work, ma quest’episodio non vuole essere un avvenimento isolato.

“Questa raccolta fondi non deve essere considerata come ‘beneficienza’ o pietismo – afferma Alessia, attivista per i diritti del sexwork – ma la precisa richiesta a considerare le/i sex worker soggetti di diritti”.

Ad oggi, infatti, l’Italia è uno di quei paesi che, seguendo il modello legale dell’abolizionismo, relega il sex work in una zona grigia a metà tra illegalità e legalità. Con la legge Merlin del 1958, infatti, vennero vietate le cosiddette case chiuse e vennero introdotti i reati di favoreggiamento della prostituzione e sfruttamento della prostituzione.

L’obiettivo di questa legge era sicuramente quello di impedire lo sfruttamento di questa professione, ma oggi viene chiesto di fare un passo ulteriore: riconoscere il sex work come una professione.

Pia Covre, fondatrice insieme a Carla Corso, del Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, infatti, si batte dagli anni ’80 affinché il sex work venga ritenuto una vera e propria professione e come qualsiasi professione abbia le proprie garanzie.

L’obiettivo di questo movimento non è quello di legalizzare lo sfruttamento, ma al contrario è quello di riconoscere l’esistenza di un sex work autodeterminato, che si identifica in un servizio che si svolge tra tutte le persone adulte che, regolarmente o occasionalmente, ricevono soldi o beni in cambio in prestazioni sessuali consensuali. Legalizzando un sex work autodeterminato, i/le sex workers avrebbero molte più garanzie e sarebbe più facile identificare lo sfruttamento e proteggere di conseguenza tutti coloro che esercitano sex work.

Questa pandemia ha messo in luce come il sex work autodeterminato esista e debba essere protetto in quanto professione. Se prima del COVID-19 il sex work fosse stato regolarizzato, sarebbe stato possibile per i/le sex worker ricevere i sussidi di cui avevano bisogno non potendo esercitare la propria professione che, per antonomasia, prevede il contatto fisico.

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