Educazione digitale e didattica: realtà o utopia?

Il problema è che molte insegnanti della vecchia guardia applicano una metodologia che si scontra con una società che ormai predilige non più le conoscenze, ma le competenze.

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I governi hanno dovuto spostare i loro sistemi educativi verso l’educazione digitale. 

Educazione digitale: quasi due milioni di bambini fuori dall’aula.

A livello globale, oltre 1,37 miliardi di bambini sono dovuti restare fuori dall’aula. Non solo a causa della loro situazione abitativa ma affrontano anche pesanti conseguenze relative alla loro educazione digitale; poiché raramente hanno accesso all’apprendimento remoto o remoto o all’istruzione domestica.

Di conseguenza, l’istruzione è cambiata, con l’ascesa dell’e-learning e dell’insegnamento remoto su piattaforme digitali.

In alcuni casi, questa transizione ha funzionato bene, ma in altri no, creando molte difficoltà per studenti, bambini e genitori.

Queste difficoltà hanno colpito in particolare le comunità più vulnerabili ed emarginate e le famiglie a basso reddito, come i bambini di origini rom.

Questi problemi sono già stati discussi più volte dai ministri dell’istruzione nazionale e dalla Commissione, compresa una recente videoconferenza organizzata dalla presidenza croata del Consiglio dell’UE a fine maggio.

“Non vi è dubbio che al di là della crisi sanitaria attuale, il divario digitale rappresenta un enorme ostacolo all’educazione digitale”

Non vi è dubbio che questo approccio a livello di UE sia necessario. La mancanza di riforma dell’istruzione in molti paesi è stata motivo di profonda preoccupazione.

Per anni, gli Stati membri dell’UE non sono riusciti a fare del proprio meglio per promuovere – e soprattutto, investire nei loro sistemi di istruzione. La povertà continua ad aumentare e le disuguaglianze sociali persistono.

“Dobbiamo modellare il futuro dell’istruzione nell’UE in modo diverso, con un’attenzione reale all’inclusione e all’equità, nonché fornire un bilancio significativo per i sistemi di istruzione negli Stati membri e per i programmi di istruzione a livello dell’UE”

Pertanto, lo spazio europeo dell’istruzione deve portare a una vera equità nell’istruzione, aggiungendo un punto aggiuntivo al piano d’azione per l’educazione digitale.

Deve riconoscere l’importanza di superare la segregazione educativa, l’esclusione sociale e il divario digitale. Qui, abbiamo bisogno di metodi per adattarci a situazioni particolari, mettendo ogni giovane vulnerabile al centro del processo.

La completa mancanza di dispositivi tecnologici e l’accesso all’istruzione porta a una disgregazione educativa totale per gli studenti appartenenti a gruppi vulnerabili ed emarginati.

Dati recenti hanno evidenziato che ci sono differenze significative tra i risultati educativi degli studenti che hanno un computer a casa che possono usare per l’apprendimento e quelli che non lo fanno.

Senza accesso alle strutture di base, un’esperienza generale di educazione digitale rimane irraggiungibile per i gruppi socialmente esclusi.

La fornitura e il finanziamento di dispositivi digitali per le famiglie darebbe quindi un enorme contributo. 

Maggiori investimenti nelle infrastrutture digitali, come l’estensione della banda larga, per accedere a Internet ad alta velocità, purtroppo non sono ancora realtà per molte famiglie dell’UE.

Lentamente, gli Stati membri stanno cercando di trovare una via per tornare alla vita normale, ma è già chiaro che i giovani sono stati particolarmente colpiti dalla crisi. 

Non solo sono stati esclusi dai loro colleghi e dalle normali attività quotidiane, ma ora stanno affrontando incertezza sulle loro future prospettive di lavoro.

Questi programmi contribuiscono a una società più inclusiva, promuovono e rafforzano le opportunità di apprendimento e offrono modi per mostrare solidarietà.

Dobbiamo modellare il futuro dell’istruzione nell’UE in modo diverso, con un’attenzione reale all’inclusione e all’equità, oltre a fornire un bilancio significativo per i sistemi di istruzione negli Stati membri e per i programmi di istruzione a livello dell’UE

“Non vi funziona il microfono, non sento niente!”.

È solo uno dei tanti problemi che insegnanti di età, provenienza e formazione diverse affrontano nell’Italia da pandemia, alle prese con una normale lezione a distanza.

Disattivare o attivare l’audio di una chat per i Millennials è cosa da niente, ma la verità è che solo il 21% della popolazione italiana ha un livello di alfabetizzazione digitale sufficiente.

La situazione illustrata dall’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi), mostra infatti un’Italia al 24° posto su 28 paesi europei.

Un’attenuante è anche il gap generazionale dei docenti, con un’età media di 49 anni, mentre negli altri paesi OCSE è 44 anni. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, l’Italia è poi il Paese in cui le insegnanti chiedono più aggiornamenti sulla formazione digitale (circa 75.2%, la media è 58.3%). Sono tutti elementi che definiscono la qualità dell’istruzione italiana.

Emarginazione virtuale

Educazione digitale: non per tutti


Per quanto connessi tutti da smartphone, solo il 38% delle famiglie italiane ha avuto accesso a un computer nell’ultimo biennio, il 14% se con un figlio a carico.

Al Sud la situazione è ancora più drammatica: il 41,6% delle famiglie non possiede un computer, contro la media del 30% nel resto d’Italia.

Il problema per il mondo dell’istruzione, con queste premesse, è tanto culturale quanto materiale. Sono 470mila i ragazzi tra i 6 e i 17 anni che non hanno accesso a nessuno tipo di device, computer o tablet. Nel meridione corrispondono al 20% della popolazione.

In mancanza di un’educazione al digitale e di supporti fisici con cui svolgerla, la didattica a distanza ha messo in luce anche l’impreparazione delle stesse famiglie, complicando ancor più il ruolo dell’istruzione.

Con la frustrazione per molti docenti di dover essere corretti nel proprio lavoro da gente che ha perso il rispetto per le istituzioni.

Una responsabilità che non è solo di chi li forma, ma anche di chi ancora non comprende gli spazi che stiamo vivendo; c’è chi non ha capito che il digitale non è un mondo a parte, ma estensione tecnologica della realtà.

Istruzione multitasking


Oltre al lato umano, molti sono i problemi della scuola italiana sul fronte organizzativo. Il Miur in questi mesi non ha fornito dei quadri di riferimento precisi per il normale proseguimento delle lezioni. È stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Un terremoto istituzionale che ha messo a nudo l’arretratezza della scuola italiana.

Fin dal primo giorno siamo stati inondati da circolari dal tono sbrigativo, in cui ci si avvisava che la didattica sarebbe continuata e che ci saremmo dovuti adattare all’emergenza”.

Il come, è a discrezione del corpo insegnanti: non sono state diramate delle regole precise su come impostare le classroom per esempio, non sono state indicate delle piattaforme più valide delle altre.

Così ogni istituto scolastico si è organizzato per conto proprio, con le famiglie pronte a controbattere per ogni decisione e appesantire i livelli di stress.

In mancanza di vere e proprie competenze digitali, le soluzioni che sembrano più efficienti per un insegnante 60enne possono essere tremendamente arretrate invece per un 12enne.

C’è stato chi ha aperto chat con gli alunni, chi ha impiegato la propria mail per restare in contatto, chi ha adottato sistemi già usati in altre regioni.

Un altro problema riguarda poi la connessione e l’accessibilità ai device. Sembrerà assurdo, ma nel 2020 il 23,9% delle famiglie italiane non ancora ha accesso a Internet.

Il rischio è l’emarginazione per le fasce più deboli della popolazione o, nel peggiore dei casi, la rinuncia all’istruzione dei propri figli. In altri casi, pc e tablet sono condivisi, così come gli spazi, compromettendo le lezioni.

Più di un quarto degli italiani vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo e i minori che si adeguano a questa realtà sono il 41,9%.

Barlumi di speranza


Più crescono gli studenti, più i problemi sedimentati a livello culturale e metodologico, aggravano l’istruzione. Le ripercussioni saranno però macrosistemiche per tutti gli studenti che, dai banchi di scuola, si affacceranno al mondo del lavoro.

È tempo di fare i conti anche per la scuola superiore, là dove gli alunni dovrebbero sviluppare pensiero critico e competenze. Quali, visto le falle che la scuola tenta di colmare da anni?

Grazie al Decreto Cura Italia, si apre un barlume di speranza.

La scuola sarà finalmente irrorata di fondi, pensati per il potenziamento della didattica a distanza, ma che potranno colmare molte di quelle inefficienze che, solo pochi mesi fa, spinsero l’ex ministro Fioramonti a dimettersi.

Saranno sufficienti a coprire la metamorfosi dell’insegnamento però?

Basteranno per l’emergenza nel lungo periodo? È ormai chiaro che a settembre inizierà un nuovo capitolo per la scuola italiana, soprattutto quella che più deve plasmare la forma mentis dei giovani.

All’effettivo, anche in questo caso il Miur non ha indicato delle vere e proprie griglie valutative, affidandosi totalmente ai docenti. Il decreto scuola e l’Ordinanza Ministeriale n. 6079 del 18 aprile 2020 prevedono infatti che i presidenti di commissione siano nominati dagli Uffici scolastici regionali, i commissari dai consigli di classe.

Il problema è che molte insegnanti della vecchia guardia applicano una metodologia che si scontra con una società che ormai predilige non più le conoscenze, ma le competenze.

E, partendo l’istruzione da un gap di competenze in ambito digitale, l’effetto è a catena su tutto il mondo dell’istruzione. Uno tsunami eterno.

I bambini italiani invece, che crediamo dipendenti tecnologici, mostrano già difficoltà nel problem solving e nell’utilizzo più blando delle tecnologie; il semplice allegare un file in mail, comporre un testo sulla tastiera di un computer o impaginarlo, raccontano gli insegnanti interpellati.

“È la conseguenza di una conoscenza troppo pulviscolare, tipica della ricerca su Google con cui stiamo crescendo le nuove generazioni.

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