Cristiani in Siria: Natale tra sanzioni USA e conflitti

Nessuna tregua per i fedeli: “Ci resta solo la fede”

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I cristiani in Siria si preparano a festeggiare il decimo Natale di conflitti. Quest’anno le sanzioni USA imposte dal Caesar Act rendono la situazione ancora più gravosa. Per le confessioni cristiane “Sarà un Natale di povertà, al freddo, come nella grotta di Betlemme“. E si chiedono chi pagherà il prezzo più alto. Vediamo cosa sta accadendo.

Cristiani in Siria: come si preparano al Natale?

I cristiani in Siria celebreranno il Natale con poche luci ma “grande partecipazione”. Nonostante i conflitti, negli ultimi dieci anni le comunità siriaca, ortodossa, cattolica e dei cristiani orientali hanno abbellito case, strade e città da Damasco a Qamishli, da Aleppo a Idlib. Quest’anno, però, ciò non sarà possibile. E non tanto perché gli jihadisti hanno impedito ai cristiani di mostrare i propri simboli religiosi. Piuttosto, quanto alle sanzioni e all’embargo economico di Europa e Stati Uniti. Infatti, le misure punitive dell’Occidente e il Caesar Act stanno mettendo la Siria in ginocchio. La prima a pagarne le conseguenze è la popolazione, già colpita dalla scarsità di risorse (come il gasolio) e inflazione. A cui si aggiunge la crisi finanziaria del Libano in passato una “valvola di sfogo” per i siriani. Ecco cosa riferiscono alcuni ministri di culto del Paese.

Le difficoltà dei cristiani in Siria

All’Agensir il nunzio apostolico Mario Zenari ha avvertito: “Sarà anche questo un Natale di povertà, al freddo, come nella grotta di Betlemme”. Il cardinale ha riportato i dati Onu per cui “L’83% della popolazione vive sotto la soglia della povertà”. In effetti, l’emergenza sanitaria colpisce circa 12 milioni di persone tra sfollati interni e rifugiati al di fuori dei confini. Zenari ha spiegato: “Sono famiglie che vivono come possono, tante sotto le tende, lontano dalle loro case, alcune anche a cielo aperto. Mancano stufe e chi le ha non può accenderle per mancanza di gasolio”.

Le parole di mons. Khazen

A AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, ha descritto un clima “drammatico per le sanzioni, che uccidono più delle bombe durante la guerra” nella metropoli a Nord del Paese, epicentro del conflitto sino alla liberazione del 2016. Poi ha spiegato come la situazione sia deteriorata con le sanzioni USA. “Il Natale in passato sotto la guerra, nonostante l’assedio e le bombe, non presentava le stesse difficoltà. Per le persone era forse più facile soddisfare i bisogni della vita quotidiana”. Quanto al tentativo USA di sconfiggere il regime siriano sul lato economico ha commentato: “È un crimine contro l’umanità, perché questo popolo non ha colpe”. E ha concluso: “Inoltre, non è vero che i combattimenti sono finiti, mentre quello che è certo è l’aumento della povertà e la mancanza di medicinali”.

La testimonianza dell’arcivescovo di Damasco

Dello stesso parere è mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco che ha condiviso tali preoccupazioni a AsiaNews. Come ha chiarito, il decennio di embargo ha penalizzato soprattutto la popolazione siriana e le nazioni che vorrebbero aiutarla. Il risultato? La scarsità di beni di prima necessità e gli straordinari livelli d’inflazione. Poi, Nassar ha rimarcato l’importanza della solidarietà di Papa Francesco: “Il pontefice parla sempre a favore del popolo siriano e la decisione, forte e coraggiosa, di visitare l’Iraq può avere risvolti positivi anche per noi perché lancia un messaggio forte al mondo”. Infine ha soggiunto: “Il più bel regalo di Natale sarebbe la cancellazione delle sanzioni verso il popolo siriano”.

Com’è la situazione in Siria?

Come ha ricordato Mons. Abou Khazen, i siriani hanno difficoltà a trovare cibo e medicinali. Sebbene la nazione sia “ricca di frumento, di risorse minerali, di petrolio e di gas” ai civili “è impedito usarlo, soprattutto quello del nord-est controllato dagli americani, persino per riscaldare le abitazioni”. Dopo nove anni di conflitto le ricadute economiche sono pesanti e le sanzioni occidentali e la crisi finanziaria del Libano aggravano la situazione. In meno di un anno la Siria ha raggiunto un livello d’inflazione senza precedenti, con la lira siriana che ha perso oltre il 70% del suo valore sul dollaro. Mentre il Programma alimentare mondiale ha riferito che il prezzo dei generi di prima necessità è aumentato del 69%.

Qualche dettaglio in più

A proposito, l’economista siriano Mahmoud al Qadi ha osservato: “Nel 2011 in Siria un reddito considerato basso era di circa 300 dollari al mese, mentre oggi è stimato a 30 dollari, una cifra molto al di sotto dell’estrema soglia di povertà”. Le stesse preoccupazioni sono condivise dalle organizzazioni umanitarie che temono una carestia. Anche ad Aleppo lo scenario è allarmante. A tempi.it, fratel Georges Sabé dei Maristi blu ha riferito: “Quattro anni dopo la fine della guerra ad Aleppo, i suoi abitanti come tutti i siriani continuano a soffrire delle conseguenze di altre guerre che si manifestano oggi: guerra economica, guerra delle sanzioni, guerra della svalutazione della moneta locale e tante altre miserie”.

Le richieste dei cristiani in Siria

I cristiani siriani, circa un decimo della popolazione della Repubblica araba, si sono rivolti alla comunità internazionale perché sospenda l’applicazione delle sanzioni. Ad esempio, a una cerimonia nella città di Basir padre Munawar Bakhitan ha detto: “Oggi inviamo un messaggio chiaro al mondo intero che il popolo siriano vive insieme in amore e fraternità”. Dello stesso avviso padre Antonio Ayvazian, parroco armeno di Qamishli: “Qui ci sono 13 villaggi cristiani armeni sperduti nelle montagne. Fa molto freddo ed è urgente trovare il gasolio per le stufe. L’embargo e le sanzioni internazionali stanno distruggendo la Siria e provocano l’esodo dei cristiani nel silenzio dell’Occidente”. E ha soggiunto: “Le famiglie non hanno possibilità di fare l’albero e il presepe perché il loro primo pensiero è trovare il pane per i loro figli. Basterebbe un po’ di cibo per donare un po’ di festa a queste famiglie”.

La situazione dei cristiani in Siria

Le comunità cristiane in Siria sono finite nel mirino di alcuni gruppi terroristici come ISIS e al-Nusra dopo il tentativo di rovesciare il governo laico. Infatti, l’esercito siriano era riuscito a confinare i terroristi takfiri grazie all’intervento di Hezbollah, Russia e Iran. Ora la popolazione necessita di fondi per la ricostruzione o, in alternativa, della revoca delle sanzioni. Ma l’Occidente sembra non sentire. Anzi, la politica USA di rubare e contrabbandare petrolio a est della Siria ha peggiorato le cose. Così facendo gli americani hanno sottratto a Damasco la principale fonte di reddito. A inizio anno l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al-Jaafari aveva attaccato il presidente Trump. Più precisamente, lo accusava di rubare il petrolio “Privando così lo stato siriano e il popolo siriano delle entrate di base necessarie per migliorare la situazione umanitaria, provvedere ai bisogni di sostentamento e ricostruzione“.

Le zone più colpite

L’area più critica è quella a Nord Ovest del Paese nella provincia di Idlib. Ed è anche l’unica lasciata al controllo dei jihadisti sostenuti dal presidente turco Erdogan. A Knaye, il padre francescano Hanna Jallouf ha raccontato la vita sotto la fazione Tahrir al Sham di Al Qaeda: “Da circa un mese i miliziani che governano qui hanno imposto l’uso della lira turca. I prezzi sono quadruplicati e la gente è disperata. Non sappiamo come fare per aiutare le famiglie. Ci sono regolamenti di conti tra i leader delle fazioni islamiste. Coloro che sono contro Tahrir al Sham vengono eliminati. Ci sono tanti sfollati e rifugiati. Qualcuno prova a rientrare ma i miliziani non lo permettono. Sono 11 mesi che le strade sono chiuse“.

Cos’è il Caesar Act?

Entrata in vigore il 17 giugno scorso, la legge statunitense è un pacchetto di sanzioni economiche alle autorità siriane. Il provvedimento prende il nome del fotografo della polizia militare siriana che nel 2014 riuscì a documentare gravi violazioni dei diritti umani nelle carceri del Paese. In particolare, le 55mila fotografie sottratte provano l’efferatezza del regime di Bashar al Assad. Le sanzioni si aggiungono a quelle degli anni Settanta inasprite nel 2011. Pertanto, il sito indipendente arabo Daraj ritiene che “potrebbe diventare una pietra miliare nella storia delle sanzioni contro il regime siriano”. Il provvedimento entrato nel bilancio 2020 della difesa statunitense non riguarda solo chi investe in Siria ma copre qualunque settore: costruzioni, ingegneria o aviazione. Pertanto, rende di fatto impossibile la ricostruzione auspicata dalla popolazione.

Chi penalizza?

A ragione, il giornale indipendente siriano Enab Baladi chiede chi pagherà il prezzo più alto. Invece, il quotidiano Al-Araby Al-Jadeed ritiene che il Caesar Act sia il modo degli USA di annientare economicamente il regime siriano di Assad laddove il Cremlino ha prevalso militarmente. Tuttavia molti esperti restano critici al riguardo. Ad esempio Anton Mardasov, esperto di politica estera russa in Medio Oriente, secondo cui la misura non produrrà l’effetto desiderato. Soprattutto a causa degli attriti di molti investitori internazionali col governo statunitense. Anche i think tank europei e statunitensi s’interrogano sull’efficacia delle sanzioni nel determinare un cambio di regime.

La posizione dei siriani

L’economista siriano Jihad Yazigi, caporedattore del Syria Report, ha condiviso lo scetticismo sulla validità della legge USA. Secondo l’esperto: “Il Caesar Act rappresenta un deterrente per qualsiasi azienda o istituzione straniera che volesse investire nell’economia siriana. In questo modo uccide soprattutto le prospettive per una ricostruzione del Paese su larga scala”. E il quotidiano di regime Al Watan ha sostenuto il ministro della salute siriano, Nizar Yazigi che ritiene le sanzioni crudeli e inaccettabili: “Gli Stati Uniti e i paesi europei continuano a imporre misure coercitive alla Siria e un blocco economico disumano“. E ha soggiunto: “Oggi dobbiamo considerare che la logica alla base dell’embargo è diventata obsoleta, dal momento che preservare la vita della popolazione siriana è enormemente più importante”.


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