Il 15 giugno 1397 a Pratovecchio nasce Paolo di Dono o Paolo Doni, passato alla storia come Paolo Uccello. Secondo Giorgio Vasari, tale soprannome deriva dal fatto che il pittore amava dipingere animali, soprattutto uccelli, per riempire i vuoti prospettici nelle sue opere. Qualcuno invece lo mette in relazione con la famiglia bolognese degli Uccelli. In ogni caso è nel monumento equestre a Giovanni Acuto che l’artista si firma per la prima volta “Pauli Ugelli”.

La vita e le opere

Il padre di Paolo è un chirurgo e barbiere appartenente a una casata benestante mentre la madre proviene da una famiglia di nobili feudatari. All’età di dieci anni Paolo viene introdotto come apprendista nella bottega di Lorenzo Ghiberti, dove resta dal 1407 al 1414, insieme a Donatello e altri. Allora il maestro è impegnato nella realizzazione della porta nord del Battistero di Firenze; dal libro delle paghe dei garzoni di Ghiberti si evince che Uccello vi ha lavorato in due periodi distinti, uno di tre anni e uno di quindici mesi. In queste due fasi percepisce un aumento della paga, segno di maturazione professionale. Paolo Uccello non ha mai realizzato sculture eppure l’apprendistato presso Ghiberti gli serve per poter imparare, fino a padroneggiare completamente, l’arte che è alla base di tutte le espressioni artistiche, ovvero il disegno.

Nel 1414 entra nella Compagnia di san Luca mentre il 15 ottobre dell’anno successivo si iscrive all’Arte dei Medici e Speziali, alla quale appartengono i pittori. Le prime commissioni indipendenti sembrano risalire agli anni ’20; si tratta di alcune Madonne in cui il gusto gotico per la linea falcata si coniuga con il tentativo di perfezionare la resa espressiva dei personaggi, con tratti ironici assolutamente estranei all’arte sacra coeva.

Di cruciale importanza è il soggiorno a Venezia tra il 1425 e il 1431, viaggio propiziato da vari fattori, quali l’alleanza tra la Serenissima e la Repubblica di Firenze e la presenza di Ghiberti nella città lagunare. Tutto ciò che sappiamo di questo periodo lo apprendiamo da una lettera a Pietro Beccanugi, ambasciatore fiorentino presso il Doge, in cui si chiedono informazioni su un Paolo di Dono che ha realizzato un San Pietro per la facciata della basilica marciana.

Sembra che nell’estate del 1430 sia passato da Roma insieme a Donatello e Masolino. La suggestione veneziana pare intensificare la tendenza di Paolo alla rappresentazione di evasioni chimeriche e visionarie. Il famoso San Giorgio e il drago risalirebbe a questo periodo.

San Giorgio e il drago

Nel 1431 rientra a Firenze dove subisce la diffidenza dei committenti. Nello stesso anno comunque lavora nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella in cui mostra di aver fatto propria, almeno in una certa misura, la lezione di Masaccio. Segue un viaggio a Bologna, quindi è di nuovo a Firenze dove acquista una casa.

Nel 1435 la pubblicazione del De pictura di Leon Battista Alberti propone nuovi canoni cui i pittori si devono attenere. Coerenza, verosimiglianza e senso delarmonia sono i requisiti per una buona opera d’arte. Paolo vi si adegua conservando però il suo stile fine e astratto.

Tra l’inverno del 1435 e la primavera del 1436 è chiamato a Prato per la decorazione della cappella dell’Assunta nel duomo cittadino. L’origine di questa commessa è il testamento del lanaiolo e mercante pratese Michele di Giovannino di Sandro che mette i propri fondi a disposizione dell’impresa. La particolarità di questo ciclo di affreschi è la rappresentazione di Jacopone da Todi, personaggio raramente effigiato le cui spoglie erano appena state rinvenute. Il periodo pratese si conclude nel 1437 forse perché il pittore ha ricevuto altrove un’offerta più allettante.

Di nuovo a Firenze, partecipa ai lavori del cantiere di Santa Maria del Fiore, dove nel 1436 affresca in soli tre mesi il già citato monumento a Giovanni Acuto, in cui adotta due punti di vista differenti per il basamento e per il gruppo equestre, cosicché l’opera si configura come un vero esercizio di prospettiva.

Monumento equestre a Giovanni Acuto

Tra il 1438 e il 1440 esegue i tre dipinti che celebrano la Battaglia di san Romano nella quale i fiorentini guidati da Nicolò Mauruzi da Tolentino sconfissero nel 1432 i senesi di Bernardino della Ciarda. L’artista rinuncia alla magniloquenza eroica e alla drammaticità dell’evento privilegiando la costruzione prospettica di un campo di battaglia in cui i protagonisti si dispongono seguendo la scansione data da oggetti, da accessori e dai corpi stessi di cavalli e cavalieri.

Battaglia di san Romano

Nel 1445 viene chiamato a Padova da Donatello quindi, rientrato a Firenze, nel 1447-1448 lavora di nuovo al Chiostro Verde con affreschi di soggetto veterotestamentario.

Nel 1452 sposa Tommasa Malifici da cui ebbe due figlie, una delle quali, Antonia, è ricordata come la prima pittrice fiorentina.

Ormai avanti negli anni, Paolo Uccello risponde a un invito di Federico da Montefeltro e si reca a Urbino, dove soggiorna dal 1465 al 1468 e dove prende parte alla decorazione del Palazzo Ducale. Verso la fine del 1468 è di nuovo a Firenze.

Probabilmente malato, l’11 novembre 1475 fa testamento. Muore un mese più tardi, il 10 dicembre. Le sue spoglie sono sepolte in Santo Spirito.

Ciò che caratterizza Paolo Uccello è lo studio quasi ossessivo della prospettiva che affronta da una posizione eterodossa e sperimentale. Alla perspectiva artificialis di Brunelleschi, che ricerca l’oggettività matematica, egli contrappone la perspectiva naturalis che tiene conto degli effetti ottici. E lo studio della prospettiva è l’unica consolazione, rimproveratagli dalla moglie, che gli resta nei suoi ultimi anni, quando ormai è umiliato, povero e dimenticato.

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