Brexit: la Corte Suprema rigetta il ricorso di Theresa May

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E’ notizia di questi giorni che la Corte Suprema del  Regno Unito, corte di ultima istanza in tutti gli ambiti del diritto britannico, ha respinto il ricorso dell’esecutivo. Pertanto per avviare l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, l’esecutivo dovrà necessariamente essere autorizzato dal Parlamento, confermando la sentenza di primo grado emessa dall’Alta Corte a novembre. Un altro schiaffo per Theresa May che aveva sostenuto di poter invocare autonomamente l’articolo 50 per via della cosiddetta Royal Prerogative, l’insieme di poteri un tempo esercitati dal monarca del Regno Unito e che ora competono all’esecutivo. In effetti, normalmente i trattati internazionali rientrano nelle competenze della Royal prerogative, ma l’Alta Corte prima e la Corte Suprema poi, hanno stabilito che l’uscita dall’UE cambierebbe anche le leggi interne al Regno Unito. Per questo la Brexit non può essere una decisione di competenza esclusiva del governo, ma deve essere approvata dal Parlamento. La Corte ha anche sentenziato che le home nations non potranno porre il veto alla Brexit. Ciò è motivo di parziale sollievo per il Primo Ministro Britannico che  temeva il passaggio in Parlamento anche a fronte dalle negative reazioni di Scozia, Galles e Irlanda sull’esito del referendario.

Theresa May aveva dichiarato che era sua intenzione invocare l’articolo 50 entro il prossimo marzo. Ora, con la sentenza definitiva della Corte Suprema i tempi si allungheranno… e non poco.  Appare abbastanza certo che i parlamentari voteranno per invocare l’articolo 50:  la Brexit è stata approvata dalla maggioranza degli elettori britannici e non si può non tenerne conto. Ma sicuramente chiederanno al governo informazioni più dettagliate su come saranno gestite le negoziazioni. Il momento è delicato e non privo di tensione tanto che Nigel Farage, ex leader del partito di destra dello UKIP e tra i principali sostenitori del Leave, che ha scritto di temere che “saranno fatti tutti i tentativi possibili per bloccare o ritardare l’invocazione dell’articolo 50”. Quel che è certa in questa situazione è la sconfitta politica della May con ripercussioni in ambito internazionale e nazionale. Sul primo fronte, il Primo Ministro aveva riscosso il consenso della governance europea annunciando l’attivazione della procedura ex art. 50 entro marzo 2017: è evidente che questi termini non potranno essere rispettati. Ciò gli farà perdere credibilità in ambito internazionale con conseguente indebolimento negoziale nelle trattative per l’uscita dall’Europa. Ma proprio di quelle trattative ha bisogno in questo momento la May per strappare all’Europa una versione soft della Brexit e presentarsi così in Parlamento, dove i sostenitori del Remain sono molti, per ottenerne l’appoggio. Mettere la sorte della Brexit nelle mani di un Parlamento la cui maggioranza è a favore del Remain rischia nel migliore dei casi di allungare i tempi di uscita ed espone il governo ad un concreto rischio che il referendum non venga ratificato, con buona pace della volontà popolare. In realtà sul tavolo politico interno sono presenti diverse possibilità: alcuni ipotizzano l’invocazione dell’art. 50 e l’inizio dei negoziati, in base all’esito dei quali il Parlamento potrebbe poi esprimersi sulla permanenza o sull’uscita, in perfetto stile British. Altri invocano un altro quesito referendario basandosi su diversi sondaggi dai quali è emerso che molti elettori del fronte del Leave nel day after delle elezioni si sono pentiti della loro scelta. In realtà il rapporto del Regno Unito con l’Europa è stato sempre foriero di grandi scontri e spaccature interne e qualsiasi la strada verrà intrapresa dall’attuale governo, non sarà indolore e priva di vivaci dibattiti interni. Di certo i sudditi di Sua Maestà attenderanno di capire quali saranno per loro le condizioni migliori e più vantaggiose da poter cogliere sulla strada della Brexit e sceglieranno in base alle convenienze del momento, come è sempre stato storicamente nel loro stile.

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