È andato in onda il 20 giugno – in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato – il documentario di National Geographic, “Where are you? Dimmi dove sei”.

Dove sei? Una domanda semplice, naturale, che può diventare fondamentale quando si tratta di vite a rischio. Una domanda che, immediatamente, ci riporta alla quotidianità, all’interesse verso i familiari o gli amici. Dove sei? Vuol dire interessarsi all’altro, cercarlo, avere il desiderio di trovarlo, ma soprattutto assicurarsi che, in qualunque posto l’altro si trovi, stia bene.

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“Where are you? Dimmi dove sei”

Una domanda che, purtroppo, non viene mai fatta ai protagonisti del documentario. Tutto nasce da una foto del fotografo Massimo Sestini, scattata il 7 giugno del 2014 da un elicottero militare. La foto ritrae centinaia di immigrati partiti dalla Libia. Centinaia di volti rivolti all’insù, disperati e allo stesso tempo contenti di aver avvistato l’elicottero, perché per loro quell’elicottero è il segno di essere sopravvissuti al lunghissimo viaggio. Urlano, pregano, cantano, ridono perché sono vivi, nonostante tutto.

Donne, bambini, ragazzi, anziani: tutti in cerca di un futuro lontano dalla guerra, dalla fame o dalla povertà. Dove sei? È anche il primo pensiero di ogni rifugiato approdato in Europa, verso i propri familiari rimasti nelle terre d’origine. È un pensiero fisso – come affermano nel corso delle interviste del documentario – il voler avere notizie di un fratello, di un padre, di una madre o di un figlio. Spesso a questa domanda per loro, non vi è risposta.

Il fotografo Sestini nel 2016, dopo lo scatto diventato famosissimo, ha lanciato un appello sul web – Where are you? – per scoprire dove si trovano oggi quegli uomini, quelle donne e quei bambini ritratti nella foto. L’appello viene accolto da National Geographic che prende così l’iniziativa di raccontare le loro storie in un documentario. Il documentario è prodotto da Doclab con la regia di Jesùs Garcès Lambert, con il patrocinio dell’UNHCR, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, e il sostegno di MIBAC, Apulia Film Commission e della Regione Lazio-Fondo regionale per i cinema e l’audiovisivo.

Ogni volto, una storia

Il documentario ha quindi lo scopo di raccontare come la loro vita è cambiata da quel giorno. Dove sei? Gli viene chiesto a ciascuno di loro. Ognuno si trova in un paese diverso: Italia, Francia, Svizzera, Germania. Ognuno tenta di rilanciare la propria vita, ma con un unico sogno in comune: ritornare nella propria terra dai familiari. Un documentario su chi ce l’ha fatta, dedicato alle migliaia di persone che sono morti in quello stesso mare.

C’è il volto di Hajar, siriana, che nella foto è ritratta insieme alla madre Ama, alla sorella Shaza e la figlia di soli 4 mesi. Oggi vive in Germania con il marito e la propria bambina: <<non credevamo che ce l’avremmo fatta. Pensavamo che saremmo morti. Fino a quando non è arrivato un elicottero. È stato come ricevere in dono quella speranza che ormai credevi di aver perso per sempre. Dio che gioia>>.

C’è il volto di Ansoumana, proveniente dal Gambia. Aveva solo 16 anni nella foto e oggi studia a Taranto: <<quando è arrivato l’elicottero le persone urlavano. Eravamo tutti contenti. I musulmani pregavano e i cristiani si facevano il segno della croce>>.

C’è il volto di Ayman, siriano, sul barcone accanto al figlio Mahmoud. Ayman è stato separato dalla moglie e dall’altro figlio, poco prima di imbarcarsi: <<quando è arrivato l’elicottero ho capito che eravamo salvi. Non so come dire, come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita>>.

C’è il volto di Bakari, proveniente dal Mali, che ha lasciato la sua casa a soli 12 anni e attualmente vive in Francia: <<quando è arrivato l’elicottero le persone urlavano, sollevavano le braccia. Eravamo veramente felici>>.

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“Nulla che sia umano mi è estraneo”

Il Documentario si apre con una frase di Terenzio: “Sono uomo, nulla che sia umano mi è estraneo”. Parole molto forti che cercano di svegliare la coscienza: non si può ignorare un uomo in pericolo, che cerca disperatamente aiuto.

La foto scattata da Massimo Sestini

Il dolore di un immigrato è dolore di tutti; la guerra che lo costringe a fuggire è una guerra che appartiene a tutti; la voglia di sopravvivere in un posto nuovo, appartiene a tutti. Soprattutto la loro speranza è la speranza di tutti. Dietro ogni fuga c’è una storia, dietro ogni storia c’è un sogno e una speranza.

Nei loro racconti, nei loro volti, è evidente la nostalgia della propria terra. Ognuno di loro vorrebbe poter fare ritorno lì, dove sono nati, cresciuti, fondando le proprie radici. Dove sei? Ogni essere umano dovrebbero avere il diritto di poter rispondere a questa domanda. E tutti dovremmo avere nel cuore il desiderio di sentir dire: “Sono qui“.

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